Oratorio Carmelo Bene

ISBN 9788842830856
pagine: 184
€ 19,00

«La camicia dev’essere comoda, né larga né stretta. Semmai un po’ larga, soprattutto al colletto, e anche all’attacco delle maniche. Evitare la seta, è troppo calda in scena. Per i polsini è diverso, meglio stretti, cinque bottoni, sempre dispari. Il polsino non deve scendere dalla manica oltre il centimetro, il centimetro e mezzo, mai di più, quel bianco si vede da ogni posto, in qualunque teatro, anche all’aperto, esaltato com’è da quel frullo riccio che andrà svolazzando per aria. La pettorina, liscia fino all’altezza del petto, va poi arricciata, ma senza sopracuciture, non deve infastidire il diaframma, dargli la sensazione di essere stretta, ma deve lasciar libero il campo, lo spazio del soffio, del respiro, del sospiro. La giacca sarà determinante, il suo taglio perfetto, alle spalle, all’inizio delle braccia, e soprattutto alla scollatura che dev’essere precisa, senza esitazioni, andar giù dritta, costringere lo spazio bianco della camicia a dilatarsi proprio perché rinchiuso ai lati. Non è solo un modo, o una moda, è un dispositivo preciso: il bianco dev’essere impetuoso, sbiancare il volto per riflesso, biancore aumentato dal palpitare della cravatta a lattuga che scende dal collo, e che in realtà conduce al viso, sì, al volto, al pallore delle paure dominate, controllate dai riflettori, senza sbavature, tagli netti, tranciati, precisi. Taglio netto, contro il diffuso, il soffuso. Da questi che sembrano dettagli, deve essere inciso il gesto, scattante e breve, a volte laconico: ogni bianco, polsino, triangolo della camicia, volto sono gli elementi attivi nel nero funebre che li circonda. Pantaloni e scarpe, che non diano fastidio, scuri e spenti, mai brillanti. Figura eretta, sempre, aristocrazia del gesto, nobiltà della presenza. Le mani mai poggiate al leggio, frullano delicate lo spartito, quel che c’è da vedervi, non da leggere, ma da dire – o da tradire.»

Un palco buio, un volto bianco, gli occhi come pozze nere. Le movenze scattanti, la voce profonda e le parole perentorie di Carmelo Bene. Ciò che la sua bocca carnosa, erotica, pronuncia è il frutto di un procedimento che senz’altro appartiene a una forma rivoluzionaria di arte. Poesia? Sì, quella di Dante, Majakovskij, Shakespeare. Eppure la carica è diversa, contemporanea; in ogni performance brucia il fiato del tempo presente, vibra un furore corporale, pancreatico.

L’opera di Carmelo Bene ha attraversato un’intera epoca e ha segnato come poche altre le arti performative del nostro paese. Jean-Paul Manganaro ne compone un ritratto al vivo: Oratorio Carmelo Bene è romanzo, autobiografia, saggio letterario e tutte queste cose insieme. È l’opera che meglio può inglobare l’arte di Carmelo Bene perché è anch’essa arte, scrittura dalle infinite possibilità, lingua vivissima e materiale, eccesso e sfrontatezza. Un libro che ricrea tra le sue pagine lo choc di uno spettacolo di Carmelo Bene, trascinandoci verso «sensazioni impercepibili», un «nulla pieno» che ci colma e ci fa traboccare, e che infine è «un tutto che non ammette discorso».

«Genialità implica unilateralità, implica monomania. Scoprire un mondo nuovo crea l’obbligo di non vedere gli altri. Farlo consentirebbe, è vero, una saggezza più vasta, ma andrebbe a scapito di quella concentrazione, di quello slancio, di quella intensità demoniaca delle quali il genio ha bisogno per adempiere il suo unico compito.» Bobi Bazlen


Jean-Paul Manganaro è professore emerito di Letteratura italiana contemporanea all’Université de Lille 3. Per Seuil ha pubblicato Le Baroque et l’Ingénieur. Essai sur l’écriture de Carlo Emilio Gadda (1994) e Italo Calvino. Romancier et conteur (2000). Ha tradotto in italiano opere di Artaud e Deleuze e, in francese, romanzi e saggi di Gadda, Tomasi di Lampedusa, Calvino, Testori, Mari, Del Giudice, oltre alle Opere di Carmelo Bene. Con il Saggiatore ha pubblicato Federico Fellini (2014).

 

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