«Era un uomo piccolo dal portamento fiero. Era un vecchio selvaggio di cui si notavano la capigliatura ribelle e gli occhi cupi, pronti a trafiggere con un brillio di follia»: la biografia di Leoš Janáček si apre così, con un ritratto che ben restituisce la complessa fantasmagoria della sua personalità. Franco Pulcini ci invita a scoprire (o a riscoprire) la sua storia e le sue opere a partire proprio dalle sue parole, seguendo quella sorta di «autobiografia inconsapevole» composta dai testi e dalle partiture che il maestro ha lasciato dietro di sé.
In queste pagine Pulcini ripercorre le tappe di un’esistenza artistica in evoluzione costante: dagli studi linguistici a quelli sui canti popolari cechi, dalla vitalistica sonorità di Sinfonietta alla vibrante solennità di Messa glagolitica, dal poetico realismo di Jenůfa al pungente impressionismo della Piccola volpe astuta, Leoš Janáček mira a scuotere l’animo dello spettatore, a pizzicare nel profondo le corde di una coscienza sommersa, ma comune a tutti noi. Ci sospinge alle origini della storia della musica, avvicinandosi all’arte con il piglio del compositore, dell’antropologo, del linguista, dello psicologo, del musicista e del filosofo, nel tentativo ininterrotto di rappresentare il sentimento nel suo afflato originario, libero da ogni sovrastruttura, facendosi «scienziato» al servizio della creatività.
Con un viaggio che comincia nella provincia dell’Europa centrale, srotolandosi poi per le capitali di tutto il continente, Janáček segue il percorso umano e artistico di un compositore, che, senza mai scendere a compromessi, ha inseguito lo spirito della musica con devozione sacrale, facendo di ogni spartito una pagina di vita, di ogni nota una battaglia artistica.
Franco Pulcini (Torino, 1952), musicologo, compositore e critico musicale, ha insegnato Storia della musica al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dal 1979 al 2017 e ha ricoperto la carica di direttore editoriale del Teatro alla Scala dal 2005 al 2021. Tra le pubblicazioni critiche più importanti si ricordano Claudio Abbado (2002) e Šostakovič (2021). La sua esperienza è confluita anche nella produzione narrativa con Delitto alla Scala (2016) e Delitto al Conservatorio (2019).
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