ISBN 9788842836865 pagine: 192
30,00€
A cura di Raffaele Mellace

Nabucco

alla Scala

Per ammissione, esplicita e reiterata, dello stesso Verdi, Nabucodonosor, in scena per la prima volta al Teatro alla Scala mercoledì 9 marzo 1842, rappresentò il vero atto inaugurale di una delle carriere più formidabili della storia dell’opera. In quella partitura si rivelò senza equivoci una cifra stilistica personale in grado di distinguersi nel panorama dell’opera italiana coeva. Una voce ben timbrata e originale, per sicurezza e felicità di un’invenzione melodica, icastica, plastica e memorabile; per l’intensità con cui soprattutto gli ensemble veicolano le passioni; per la centralità degli interventi corali, cui non a caso appartiene il coro per antonomasia dell’opera (e della storia) italiana dell’Ottocento. Eppure Nabucco, come l’opera prese familiarmente a chiamarsi, non è titolo pacifico. Proprio in virtù del suo carattere inconfondibile – espressione di quella «natura quasi selvaggia» e quella «potenza che egli ha nell’esprimere le passioni» che a Verdi avrebbe riconosciuto Rossini, incontrato proprio in quel 1842 – probabilmente darà sempre adito, più che non i capolavori conclamati della maturità, ad accesi dibattiti.

Accolto con straordinario entusiasmo alla sua apparizione – 57 rappresentazioni nel ciclo autunnale di quello stesso 1842, prima opera propria che Verdi diresse all’estero, allestita in meno di tre anni in quasi 60 teatri –, il titolo ha conosciuto una storia ricca e complessa nella sala che l’ha tenuto a battesimo, la «casa» del giovane Verdi nel primo settennio di attività e del Verdi maturo nell’ultimo quarto di secolo di carriera operistica, dalla seconda Forza del destino al Falstaff. Negli oltre 180 anni trascorsi da allora, Nabucco è ritornato in una ventina di allestimenti e duecento recite complessive, rinnovato nelle interpretazioni, sceniche e musicali. Per limitarsi agli ultimi ottant’anni di questa storia, dal dopoguerra in qua, basterà citare l’avvicendarsi sul podio, singolarmente a cadenza pressoché regolare, di Tullio Serafin (1946), Gianandrea Gavazzeni (1966), Riccardo Muti (1986) e Riccardo Chailly (2026). Un percorso che è affascinante seguire nel suo alternarsi di tradizioni esecutive, arricchito in tempi più recenti dall’acquisizione dell’edizione critica e dalla prima ripresa scenica del balletto composto da Verdi per Bruxelles.

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