Che cosa significa per un popolo, plasmato da una lingua, un immaginario e riferimenti comuni, unito da valori e usi condivisi, scoprire che all’origine della propria storia c’è uno straniero: un estraneo, un nemico, qualcosa di «altro da sé»? È da qui che prende avvio una delle ultime riflessioni pubbliche di Edward W. Said, sviluppata a partire dalla tesi di Sigmund Freud secondo cui Mosè sarebbe stato in realtà un egizio – gli oppressori degli israeliti –, incrinando così l’idea di una genealogia lineare per il popolo ebraico.
Per l’intellettuale palestinese questo spunto non è una banale provocazione, ma il momento in cui il padre della psicoanalisi ha portato allo scoperto una verità scomoda su ciò che chiamiamo «appartenenza». In queste pagine Said attraversa tutto il Novecento da un’angolatura insolita che passa dall’«identità del colonizzato» di Frantz Fanon e dalla riscoperta della tradizione europea come stratificazione da parte di Erich Auerbach per giungere a Theodor W. Adorno, per cui la non identità è una risorsa critica contro ogni chiusura ideologica. Nel pensiero di ognuno di loro Said riconosce una condizione nascosta nella cultura moderna, qualcosa di cruciale eppure rimosso.
Scritto nell’ultimo periodo della sua vita, in Freud e il non europeo Said torna sui temi che lo hanno accompagnato per tutta l’esistenza – l’esilio, la memoria, la convivenza di storie diverse, ma anche il conflitto tra israeliani e palestinesi – e li espone nella loro forma più nuda: se ogni narrazione collettiva custodisce dentro di sé la traccia dello straniero che l’ha fondata, come si abita questa estraneità? Va combattuta, ripudiata o rimossa? O forse, ci suggerisce Said, questa eterogenesi non è un limite da superare, ma l’unico varco da cui è possibile immaginare un percorso comune.
Edward W. Said (Gerusalemme, 1935 - New York, 2003) è stato scrittore, critico e professore di Inglese e di Letteratura comparata alla Columbia University di New York; ha insegnato in più di 150 università e scuole negli Stati Uniti, in Canada e in Europa. I suoi scritti sono apparsi regolarmente su The Guardian, Le Monde diplomatique e Al-Hayat. Il Saggiatore ha pubblicato Umanesimo e critica democratica (2007), Joseph Conrad e la finzione autobiografica (2008), Sullo stile tardo (2009), La questione palestinese (2011), Paralleli e paradossi (con Daniel Barenboim; 2015) e La pace possibile (2023).
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