Vinicio Capossela racconta il romanzo di Clelia Marchi

- 01 gennaio 2017

Il Sole 24 Ore – 23/12/2012

Un lenzuolo pieno di ricordi

«Il tuo nome è sulla neve» è la storia, affidata ai teli di cotone, di Clelia, contadina lombarda.
Capossela se n’è innamorato: «La scrittura è il solo modo per recuperare l’esistenza»

Vinicio Capossela
Il canto epico. Il canto funebre. Il lamento funebre. Ricomporre la propria vita e affidarla a uno strumento incerto come la scrittura. La scrittura, quale che sia il grado di confidenza con cui la si pratica, è sempre solitudine che rompe l’isolamento. Tanto più è commovente quando è incerta, quando fa da sé le proprie regole per essere aderente alla vita. Quando non trasferisce del tutto la vita nella lingua imparata a scuola, ma in quella che esce dalla nostra bocca. Céline parlando della tecnica per trasporre la lingua parlata sulla pagina, per farle avere vita e ritmo anche sulla pagina, usava l’esempio di un bastone nell’acqua, quel grado di rifrazione che modifica l’angolatura del bastone immerso; quello è lo sforzo, il lavoro dello scrittore.
Qui, in questa confessione di Clelia Marchi (Il tuo nome sulla neve, il Saggiatore) non c’è l’acqua, la rifrazione. C’è il legno intero. Nodoso. Senza schermi. “Gnanca na busia” dice lei. Neanche una bugia.
Ho visto per la prima volta questo lenzuolo con la storia scritta sopra, nel 1996, esposto e custodito dal prezioso archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. Era forse il pezzo più esplicativo e simbolico dello spirito dell’archivio. Il compianto comandante Saverio Tutino, dà una bellissima versione del suo arrivo nella prefazione alla prima edizione pubblicata del diario. L’archivio (da lui, all’epoca, diretto) porta avanti da anni la missione di raccogliere memoria. Raccoglie diari di chiunque voglia donarli, senza distinzione di lingua, di Paese, di grado di acculturamento. La cultura va dispersa non solo con il patrimonio dei grandi, ma con quello dei piccoli, degli umili, dei molti.
A Trento c’è un museo che raccoglie cose che la gente non sa dove tenere. Gigliola Cinquetti ha mandato 150000 lettere d’affetto dei suoi fan. A leggerle c’è dentro una storia d’Italia. Nascosta in un grande scasso di memoria dismessa. Dove vanno tutti questi patrimoni? Abbiamo ospizi per le cose? Per gli oggetti? Per i pensieri?
Questo libro è un museo a cielo aperto di una vita. È una donazione che ha trovato il suo posto.
Il matrimonio è un rito fondante. È il pane e il corpo della comunità. Mettere insieme le assi per affrontare la vita e l’amore è l’àncora. L’àncora: quanto è umile e straordinaria. Quanto eroismo in questo strumento che ci permette di trattenerci, di contrastare i flutti, di rimanere al proprio posto. Questo lenzuolo è forse quell’àncora resa leggibile come i papiri che accompagnano i morti avvolgendoli e raccontando la loro storia nell’aldilà del regno dei morti egizio. Uno scritto affidato non a una bottiglia, ma ad un àncora. Àncora, a cambiargli l’accento diventa ancòra. Desiderare, volere prolungare vivere ancora… ripetere, prolungare la vita. Orazio pensava di offrire al suo imperatore qualcosa di più durevole di una statua, di un’opera marmorea, immortalandolo in una poesia. La poesia come un cinto eterno. I muri cadono, la poesia no. Questo lenzuolo è quella poesia, che dura più a lungo delle mura di casa che custodivano il lenzuolo. Un lenzuolo sta su un letto. Il letto è l’altare dell’unione. Riposare insieme, condividere il lato della notte. Quello in cui siamo più indifesi ed esposti. Spartirsi il sonno è più che mangiare dallo stesso piatto. Il lenzuolo come una vela che accompagna il viaggio di quel letto fatto a nave.
Penelope per riconoscere Ulisse gli pone un enigma, nella sua richiesta c’è un segreto che lui solo può conoscere. Spostare il letto che lui sa bene avere ricavato dalla radice di un albero, per dare radici alla casa da costruirvi intorno. È il momento più commovente dell’Odissea quel riconoscimento.
La vita di continuo ci separa. Abbiamo bisogno di codici, di segni, di riti , per ri-conoscerci, per tornare ogni volta ad appartenerci. Questo lenzuolo è commuovente come quel letto. E l’Odissea stessa scritta su quel letto. Un’odissea di fatica. Il destino come la balena si riconosce dalla coda. Quando è già passato. Quando si è compiuto. Quello che momento dopo momento, giorno dopo giorno è stato fatica, sudore, preoccupazione, una volta disteso, mondato da tutto l’affanno, è la vita per come è stata. Finalmente disinnescata di tutta la sua virulenza. Quasi comprensibile. La scrittura e il racconto sono i soli modi di recuperare l’esistenza, per questo ci devono essere cari. E dobbiamo avere orecchie e occhi, ancora più che penna e parole, perché nessun racconto può spezzare il cerchio chiuso dell’esistenza, se non c’è qualcuno ad ascoltare. Portare avanti la memoria richiede più dovere nell’ascoltare che nello scrivere. È sempre più generoso chi ascolta una storia che chi la racconta.
Questo testo trasferito da un lenzuolo ad un libro ce ne fornisce l’occasione.

il libro
Il tuo nome sulla neve (Il Saggiatore, Milano, pagg. 128, € 12,00) è il libro scritto su alcune lenzuola da Clelia Marchi, contadina, scomparsa nel 2006 all’età di 94 anni, che ha trascorso tutta la vita a Poggio Rusco in provincia di Mantova. Una notte Clelia non riesce a trovare un pezzo di carta in tutta la sua casa in mezzo ai campi. Apre l’armadio e prende un lenzuolo bianco del corredo. Incolla a sinistra la foto del marito, a destra la sua.
Di getto, incomincia a scrivere la storia della sua vita. I suoi diari scritti su un lenzuolo sono diventati un libro che racconta l’amore, la solitudine e il dolore, i sacrifici della vita contadina, i luoghi della memoria. Il suo lenzuolo-libro è conservato presso l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo).