VINICIO CAPOSSELA e il suo TEFTERI su Repubblica, Sole 24 Ore, L’Unità, L’Espresso

varie - 07 luglio 2013

La Repubblica
24/05/2013

VINICIO CAPOSSELA

LA BALLATA DI CARONTE

R2 CULTURA

Esce il reportage di Vinicio Capossela che ha percorso il paese nell’anno del disastro finanziario Tra nuovi poveri e proteste, il canto diventa una forma di aggregazione e di racconto collettivo

 

VIAGGIO IN GRECIA DOVE LA CRISI È MUSICA

Il rebetiko è un ritmo che appartiene a tutti si diffonde incurante del luogo, dello strato sociale e culturale Atene ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé, ha perduto le lucciole come diceva Pasolini
“Crisi” etimologicamente deriva dal greco kríno, separare, cernere, dividere. Crisi: un concetto adatto al rebetiko, che è musica nata da una separazione, e anche alla Grecia, da cui l’Europa si sta separando, nel disprezzo che sta alla base di ogni rifiuto. Di Grecia si sente molto parlare in termini che ricordano la tragedia, che proprio qui è stata inventata. Da tragedia la parola tragudi, canzone, e nella sua radice la parola tragos, capro. Tragodia, canto del capro. Capro espiatorio dei peccati dell’Europa è il paese che ne è la madre culturale. Europa, figlia di un re di Creta sedotta da Zeus. Europa, “grandi occhi”, terra di ponente, disposta al tramonto. Tutto quello che viene dalla Grecia, fin dall’antichità, ha un carattere universale. Ci parla dell’uomo, dell’anthropos. Ci dice dell’uomo, del Destino, di cosa sta succedendo all’uomo d’Occidente in questo momento di “crisi”, di scelta. Andiamoci, con un piccolo strumento in mano, come un tirso, accompagnati da una musica nata da una catastrofe. Katastrofìs, così ancora oggi i greci chiamano la guerra greco-turca del 1922, la distruzione di Smirne e l’esodo dei greci di Asia Minore. Il milione e mezzo di profughi che, dopo il trattato di Losanna, in quegli anni si riversarono, senza possedere più nulla, in una madrepatria per niente felice di accoglierli. Con loro portarono una musica e usanze d’altrove, si ammassarono in quartieri suburbani che cambiarono la fisionomia sociale della “Parigi del Mediterraneo orientale”, come Atene veniva definita negli anni Venti, e come la voleva la politica di occidentalizzazione culturale del giovane stato greco. La musica rebetika, a differenza della dimotikì – musica da suonarsi all’aperto, in grandi feste, madre della canzone popolare – ,è musica urbana. Musica che si consuma in luoghi chiusi e che predilige lo struggimento individuale. Mentre la dimotikì si identifica con la regione d’origine e appartiene a chi si riconosce nei suoi canti e nelle sue danze, la rebetika appartiene a tutti. È apolide. È musica di sradicati di ogni regione. Si diffonde per il paese, incurante del luogo, dello strato sociale e del livello culturale di chi la pratica. Nata da una divisione, unisce. Si dice che, durante la terribile guerra civile,i combattenti arrivasseroa sospendere gli scontri per cantare insieme Ximeroni ke vradiazi, se a qualcuno capitava di intonare questo grande brano di Iannis Papaioannu che segnò un singolare record, quello di far vendere più dischi del numero di grammofoni esistenti nel paese. Alcuni se lo comprarono anche solo per tenerlo come un quadro, da appendere tra le fotografie delle persone care. Il rebetis non ama mischiarsi, né farsi portavoce di nessuno. Il rebetiko è un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli. (…) Nei bar e nei ritrovi di ogni comunità greca sparsa dall’Europa all’Australia si ballava rebetiko quando, nel 2004, ebbri di felicità ed euforia, si festeggiava la vittoria del campionato europeo di calcio.I tovaglioli di carta venivano lanciati nell’ariaa migliaia, un’usanza che da un po’ di anni ha sostituito quella di lanciare piatti e romperli per terra. La Grecia ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé. Ha perduto le lucciole, come diceva Pasolini del passaggio analogo avvenuto negli anni Sessanta in Italia. Si è indebitata, ha provato la dose di consumo a basso tasso e, ora che ha sviluppato dipendenza, le si toglie la dose.
Il rebetiko è musica che si è sviluppata anche attorno al consumo di droga. Centinaia di canzoni sono dedicate all’hashish, al narghilè. Nel suo disincantato ateismo, l’aldilà veniva contemplato in una tragudi dove si pregava Caronte di portare un po’ di hashish ai compagni, ai rebetes finiti dall’altra parte dello Stige.
Caronte: tu che traghetti nell’Ade. «Caronte è uscito in strada per raccogliere le persone…». Caronte, molto presente nelle canzoni di rebetiko, anche lui incarna la sofferenza. È la personificazione della morte. Noi traduciamo Caronte, maè Charos, la morte in persona. Lo incontri come si incontra qualcuno per strada. Lo chiami per nome. Ci dormi insieme. Come accade all’Odisseo di Kazantzakis: la morte va a riposare con lui, stanca del cammino e, viandante come lui, dormendo ha un incubo: sogna la vita. Una società si giudica nella sua autenticità dal modo in cui sceglie di affrontare la morte. E davanti a Charos siamo tutti uguali, siamo nudi… ton Charo… vghike o Charos Panaghia… Charos è traghettatore perché sta a un confine, quello tra esistere e non esistere.
Il rebetiko, come ha detto Manolis Papos una volta, è anche questo: stare di qua o di là da un confine. Di qua o di là da un rigagnolo d’acqua. Stare da un lato o da un altro di un quartiere.
Di nuovo la parola kríno, da cui «crisi».
Scegliere. Cernere. Il rebetiko si accompagna sempre a una crisi perché obbliga a scegliere. Separare per vedere dis t i n t a mente chi ci piace e c h i s c e gliamo di frequentare e chi invece non ci interessa. Di cosa scegliamo di essere fatti. Ora Papos lo sono venuto a trovare. Suona tutte le sere al teatro in un recital che si chiama Amán amín, ma il venerdì verso le due raggiunge il resto del gruppo sul piccolo palco del Klimatarià. I musicisti stanno seduti sulle sedie, come da sempre. Come nel grande film di Costas Ferris Rembetiko, del 1983, suonano da fermi, mentre la storia del paese scorre. Anche qui i musicisti siedono in fila, disposti di fronte ai tavoli del Klimatarià. Suonano gli strumenti di sempre. Chitarra, buzuki e baglamàs. Dimitris Papadopulos versa retsina e fa scorrere in una pellicola di parole la storia degli ultimi tre anni.
«È la classe media che sta scomparendo. I poveri erano nella merda anche prima, ora peggio che peggio. Ma è la classe media che sta impoverendo fino all’estinzione. In Grecia l’85 per cento della gente ha la casa di proprietà. Era l’abitudine, la mentalità: lavorare tutta la vita e avere la casa di proprietà, non buttare soldi nell’affitto. Come in Italia. Ora tutte le nuove tasse sono sulla proprietà. Hanno messo una tassa sulla casa e l’hanno abbinata alle bollette dell’elettricità. Se non la paghi ti tagliano la luce. Questo è illegale. L’elettricità, come l’acqua, è un bene pubblico, non me lo puoi tagliare se non ti pago una tassa sulla proprietà. Ma l’hanno fatto. E poi hanno preso i soldi della tassa e se li sono portati in Svizzera.
Costringeranno la gente a vendere le case e a stare in affitto per quello che gli resta da vivere».
«Che dobbiamo fare?».
Dimitris ride incredulo, col suo bellissimo italiano dall’accento greco, mentre si agita al solito tavolo del Klimatarià.
I musicisti intanto eseguono uno tsifteteli. È un ritmo orientale. Due donne si alzano e iniziano a danzare davanti all’orchestra.È una musica che accompagna la danza del ventre. Di solito ha testi di sogni esotici, il sogno del mangas: vivere come un pascià. Donne. Fumo. Tappeti. Sogni orientali. Spezie. L’harem, i rebetes così se la passano. Tsifteteli! Ma poi subito arriva uno zeimbekikoe le cose peggiorano.
«Questa strada mi ha portato di nuovo di fronte alla tua casa, davanti alle tue finestre chiuse. Nella separazione le serrature sono più pesantemente chiuse. Sono davanti alle tue finestre, davanti ai tuoi gradini, e sto versando lacrime…».
23/06/2013
Il Sole 24 Ore – Stefano Salis
DOMENICA DA COLLEZIONE

Quaderno di conti e di canti

Vinicio Capossela
Il popolare cantante e scrittore è andato, nell’anno della crisi greca, a riscoprire il significato del «rebetiko» e spiega perché l’Occidente ne abbia più che mai bisogno «Tefteri» è l’agenda dove si segna il debito col negoziante: qui diventa un diario di viaggio letterario che mescola musica, economia, politica e poesia

La cosa più preziosa che ha un artista è la sua inquietudine. È il non accontentarsi di quello che ha fatto – se pur qualcosa ha fatto -, è inseguire, con costanza e determinazione, i propri fantasmi, la propria insoddisfazione. È il fare i conti, continuamente, e non una volta per tutte, con se stessi, con la propria arte; con ciò che si è, con ciò che si è stati, con ciò che si potrebbe (o si vorrebbe) essere. È un esercizio doloroso e anche spaventoso: quasi tutti non ne sono all’altezza o, semplicemente, non ne hanno il coraggio. Lasciano scivolare la loro carriera artistica con indolenza, a volte con ignorante entusiasmo; ciascuno costruendo un sentiero che spesso porta più indietro di dove si è partiti.
Vinicio Capossela no. Ho seguito con attenzione il suo percorso artistico, i suoi molti modi di essere, le sue (veritiere) maschere e incarnazioni, riconoscendogli una grandezza che lo colloca oggi in splendido isolamento nel panorama italiano, e con ben pochi omologhi a livello internazionale. Ha nel suo carnet dei capolavori musicali indiscutibili, una capacità scenica rara, un gusto del bizzarro e del fantastico che affina di continuo, tanto da fare del «meraviglioso» la sua prossima categoria estetica (del tutto pertinente al suo percorso: non per caso oggi si interessa di bestiari medievali ed eccentricità varie).
Ma, nella sua musica, che ha sempre dovuto molto alle fascinazioni balcaniche, ai suoni sbilenchi e malinconici di buzuki e affini strumenti ancestrali mediterranei (comprese le voci, per esempio dei tenores sardi), il conto in sospeso con la musica greca, e, in particolare, il rebetiko, andava ancora pagato. Capossela lo ha fatto l’estate scorsa con un cd, Rebetiko Gymnastas, che rileggeva in quella chiave alcune sue stupende canzoni, ma ora lo fa, con ancor più lucidità, con un libro: un poetico e documentato quaderno di viaggio dove dà un senso a questo suo debito; dà forma di parola a un’inquietudine da soddisfare.
E lo fa, appunto, da scrittore, non da cantante, con un libro, che si intitola Tefteri ed esce in una gloriosa collana di letteratura, «Le Silerchie» del Saggiatore, dove non sfigura affatto. Lo fa, in più, con il suo miglior libro. Questa è la forma letteraria che gli è più adatta; più del romanzo, del racconto, qui Capossela scrittore è al suo meglio: racconta, divaga, analizza, discute. Impressioni di viaggio, personaggi vivi, dotte disquisizioni musicali, affinate da ricerche storiche ed etimologiche – una costante in questo libro – che fanno capire come, prima di prendere lui la parola, abbia a lungo letto ed ascoltato gli esperti. E così il racconto di questo Tefteri (il quaderno che si aveva per i piccoli debiti con i negozianti) è un ragionamento sul significato e sulle motivazioni del perché sia andato in Grecia, proprio nell’anno della grande crisi. Che unisce pratica e poesia, richiamo dei classici e coscienza del presente. Cosa diavolo è andato a fare in Grecia? Dove voleva andare a parare? «La questione greca: il rebetiko pone in discussione il nostro modo di vivere» scrive. «Questa è la ribellione. Contestare un modello culturale. È gente, questa, che si ostina a mettere al centro la propria vita. E io sono qui, perché semplicemente questa cosa da altre parti non c’è. Questo modo di stare insieme, questo modo di fare comunione con la musica. Forse è arrivato il momento di darsi una visione delle cose, un’etica, dei princìpi da mettere davanti a se stessi, per non finire divorati dall’egoismo e dalla preoccupazione. La ricchezza deve essere messa al centro di noi, fare di noi qualcosa che non può essere comprato. Che non dipende dalla congiuntura economica. Costruirci come uomini. Ci vuole tanto lavoro per fare un uomo con una coscienza. Questa è l’identità. Non il diritto che nasce dall’essere nati in un posto». È un condensato amaro, ma pieno di speranza, di progetto, di cosa sia stata la scoperta del rebetiko e del modo di viverlo. Era il 2012: «L’anno in cui si sentì spesso dire alla televisione: “Non siamo la Grecia”, “non faremo la fine della Grecia”. Che peccato. Infatti, non siamo la Grecia. Per questo ne abbiamo bisogno. Abbiamo perso il gusto del simposio e il senso del sacro. Non abbiamo il rizitiko, la musica epica che racconta l’inizio del mondo. Non abbiamo la taverna e non abbiamo il rebetiko. A me piace questa musica perché fa male. E perché mi fa sentire vecchio, e poi perché si riceve da seduti al tavolo, come l’eucarestia, e la chiesa è la taverna. E perché è una musica che non invita a essere migliori, ma solo a essere se stessi. Per questo è anticonvenzionale. Si ribella a tutto quello che finisce per occultarci a noi stessi. È musica individualista per ribelli senza rivoluzione».
I suoi conti in sospeso, alla fine, sono anche i nostri. Per una volta appare chiaro come la Grecia, che tutti ci dicono essere il nostro mitico passato e che tutti temono come nostro orrendo presente, non sia altro, invece, che una grande riserva di futuro. Infatti è terra di classici per eccellenza. E i classici ci predicono il futuro da sempre, come sanno gli aedi, i poeti, gli artisti veri, che sanno fare i conti e lunghi, fruttuosi percorsi, navigando Verso Bisanzio, come, un secolo fa, un illustre predecessore di Capossela, William Butler Yeats, giunto alle medesime conclusioni. «Seduto in cima a un ramo d’oro canterò / Ai Signori e alle Signore di Bisanzio / Del passato, o di ciò che sta passando o che verrà». E questo infine fa quel gran cantore contemporaneo che è Capossela: canta, e scrive, di ciò che è stato, che è, che verrà. Canta ciò di cui parla l’epica: «dell’uomo, l’anthropos, il guardante in alto, coi piedi conficcati in basso, nel fango di cui è fatto».

Io, Vinicio vi racconto cos’è la Grecia

«LE ONDE VANNO, MA RITORNANO, A COSTO DI FARE IL GIRO DEL MONDO. La parola esiste perché va via, quando ha perso il riparo dei denti, però anche ritorna indietro, se no resterebbe ferma come le pietre. Per questo ho tenuto questo libretto, per debito nei confronti della gente che ho incontrato, perché le parole che ho ascoltato potessero tornare indietro.» L’ho chiamato Tefteri , come mi ha suggerito un tizio in un bar di Atene, tra la calca, mentre stavamo per ascoltare l’amanés, il lamento che libera il demone, che canta la vita che non hai ancora vissuto. «Cosa scrivi dentro quel libretto? Che cos’è, il tuo tefteri?» «E che cos’è un tefteri?» ho chiesto io. «È il libretto dove il barista ti segna quello che hai preso a credito, quello del negozio di alimentari… Il libretto dei conti da saldare a fine mese.» Giusto, ho pensato. È un libro dei conti in sospeso. Conti in rosso, per i quali la fine del mese non si vede all’orizzonte. Dietro un muro di casa mia l’anno scorso avevo letto: «La Grecia è soltanto l’inizio». Si riferiva alla crisi economica. Ma è così da sempre. La Grecia ci dice dell’uomo fin dall’inizio. Gli ha dato perfino il nome. L’ha chiamato anthropos , che significa «il guardante in alto». Per differenziarlo dalle altre creature che per vivere devono guardare a terra. Dunque parlare di Grecia è parlare dell’uomo. Anche «crisi» è una parola greca, viene dal verbo krìno : separare, cernere, scegliere. In questo tefteri ci sono segnati un po’ di conti in sospeso che l’uomo ha nei confronti di se stesso e del mondo in cui vive. Per parlarne ho usato come strumento una musica, che l’accompagna come un basso continuo. Una musica nata da una separazione, una musica, che dagli anni venti dà voce alla parte anarchica e anticonvenzionale di chi l’ascolta. Che non lascia fuori dalla vita la verità e il dolore. Una musica che esprime uno stato d’animo e un modo di prendere la vita. Una musica che impone di scegliere di cosa essere fatti. Una specie di bussola di comportamento, anche se, come dice una canzone, i veri rebetes sono tutti morti. È vero, sono morti, ma la domanda è ancora viva. Di cosa scegliamo di essere fatti? Questo è il conto in sospeso, conto in rosso, che ricorre in questo tefteri, redatto da un autore che ha cercato di intralciare il meno possibile le voci di cui si è fatto biografo occulto. Ora che ci penso, anche bios è una parola greca. Significa vita. La vita individuale che attinge singolarmente al grande catino della vita indistinta generale e primigenia. La vita di ognuno.

L’Unita – 10/07/2013
FRANCESCA DE SANCTIS

Capossela: «La Grecia dentro di noi»

SE AMATE LE STORIE, SOPRATTUTTO QUELLE POPOLATE DA PERSONAGGI MERAVIGLIOSI, FAVOLISTICI O VISIONARI, amerete senza dubbio anche Vinicio Capossela. Lui, le storie, sa raccontarle eccome. In musica o sulla pagina scritta, riesce sempre ad accendere il cervello e nello stesso tempo a smuovere stomaco e cuore. È un cantastorie sui generis , certo, ma affascinante proprio per questo, imprevedibile e pronto a stupire con il suo «circo» surreale animato da pagliacci, maraja o animali, come accade nel suo Bestiario d’amore , che sta provando in questi giorni sui nostri Appennini proprio mentre noi lo raggiungiamo telefonicamente per parlare soprattutto di Tefteri , il suo nuovo libro edito dal Saggiatore e dedicato alla Grecia. Stasera leggerà alcuni brani a Polignano a Mare, dove l’artista aprirà la dodicesima edizione del Festival «Il Libro possibile». Intanto una curiosità… Vinicio ha amato prima la musica o i libri? «Si ama sempre prima la musica, perché la capiamo prima dei libri. Quindi prima la musica, poi poco alla volta si iniziano ad amare le storie e le fiabe, quelle che ascoltiamo» Ancora una curiosità: che infanzia ha avuto? Com’è la sua famiglia? «Ho cercato di raccontare la mia infanzia in una canzone: Dalla parte di Spessotto . Avevo un compagno di classe che si chiamava Davide e che faceva tutto bene, era un tipo ordinato; poi ne avevo un altro che si chiamava Spessotto, immigrato, sempre un po’ spettinato, in disordine. Mia madre mi diceva sempre: “Guarda che finirai come gli Spessotto…”. E allora capii di essere dalla parte di Spessotto. Allo stesso tempo la mia infanzia è stata l’edificazione di una Itaca portatile, nel senso che anche queste terre dei padri – abbandonate dalla mia famiglia (nato in Germania, i suoi genitori sono di origine irpina, ndr ) -, questi racconti ascoltati durante temporanee riunioni estive edificavano in me un mondo un po’ mitico, una specie di Macondo, ma mai realmente vissuto perché spariva dietro le targhe estere che lasciavano i Paesi ad agosto; in quell’agosto il mio rapporto con la musica è stata la musica per matrimoni, al servizio della festa; questa cosa mi piaceva molto perché il pubblico non era passivo. Lì è nata la mia passione per gli strumenti musicali». Il suo primo concerto se lo ricorda? «Mi ricordo uno dei primissimi, in un circolo di Modena che si chiamava “Vienna”. Suonavo con un contrabbassista – Stefano Belluzzi – che avevo visto tre ore prima, gli avevo scritto gli accordi su un tovagliolo. Iniziammo a fare queste ballate e mi ricordo che ero un po’ timido, guardavo per terra, vidi gli anfibi di una persona che sputò per terra e disse: “siete la morte”. Da lì capii che la musica è questione di vita o di morte». Da allora di concerti ne ha fatti tantissimi, uno dei prossimi credo che sarà particolarmente suggestivo: il concerto all’alba dal Rifugio Vajolet per «I suoni delle dolomiti» (3 agosto). Musica per rocce mentre sorge il sole… affascinante no? «Avevo già suonato all’alba con Brunello, nel 2005. E poi ho conosciuto Psaradonis, un grande musicista cretese: non ho mai sentito niente di così vicino alla natura come la sua musica. Lui suona la lira e canta di uccelli e di Zeus. Ho pensato che potesse essere un bel concerto suonare all’alba, su una roccia; un concerto per le pietre e le rocce… che ci riporta alla nostra ancestralità così ottusa, come se fosse avvolta nel cellophane». Stasera, invece, sarà a Polignano, per parlare del suo nuovo libro, «Tefteri», dedicato alla Grecia, come il suo ultimo album. Da dove nasce questo suo innamoramento per la Grecia? «Il rebetiko è una musica che amo da tempo. Poi nel 2007 registrai il disco Rebetiko Gymnastas subito dopo l’incontro con grandi musicisti che suonano rebetiko; per una serie di motivi questo disco è uscito solo nel 2012. Nel frattempo in Grecia erano cambiate molte cose e mi è sembrato doveroso cercare di capire cosa stesse accadendo anche per capire cosa sta accadendo a noi. Da sempre la Grecia ci parla dell’uomo, in questo caso mi sembra che stiamo tutti sulla stessa barca. Il rebetiko nasce proprio da un disagio, da una separazione, quindi volevo capire quale fosse l’attualità di questa musica. Da qui è nato Tefteri , un libro dei conti in sospeso, un registratore aperto nelle taverne su questo Paese. Tutto questo mi è servito anche come materiale preparatorio per il film che ho fatto con Andrea Segre, Indebito , che verrà presentato il prossimo 7 agosto a Locarno». La crisi greca ha segnato a suo avviso un nuovo modo di vivere? «Crisi è una parola greca che significa separare, quindi scegliere. La crisi è sempre un’occasione di scelta, anche di scegliere cosa consumare». E quindi di come vivere… «Esatto. Ma ora ti devo abbandonare!». Ci lascia così Vinicio Capossela, ancora con tante domande rimaste senza risposte. Forse l’unico modo per cercarle è immergersi nelle sue storie.

IL MANIFESTO

LA REPUBBLICA

L’ESPRESSO

vedi scheda libro:Tefteri