“La magnifica orda” di Alessandro Bertante recensita su L’Unità e su La Lettura

- 01 gennaio 2017

La Storia si scontra con le miserie quotidiane

Nel sogno la grande battaglia di Napoleone contro l’orda barbarica, nella realtà il quarantenne disoccupato deve affrontare un colloquio di lavoro
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 di Giuseppe Crimi

IL PALCOSCENICO LETTERARIO È ANCORA INVASO DALLE DISCUSSIONI SUI ROMANZI, OBESI, CHE, AL PREMIO STREGA, HANNO SGOMITATO FINO AL FOTOFINISH.
In controtendenza rispetto allo smercio dei gigalibri è l’uscita, fresca di stampa, del romanzo La magnifica orda di Alessandro Bertante, che va ad accrescere la rifondata collana di narrativa del Saggiatore «Le Silerchie». «Romanzo compresso», quello di Bertante, è un libro che si legge d’un fiato, anche se di fiato, al lettore, ne lascia poco. Orchestrato in tre movimenti, La magnifica orda racconta di un’iniziale visione, dove il protagonista, Alessio Slaviero, funge da scriba al fianco di Napoleone, che guida le truppe d’Occidente, in una finale e maestosa battaglia contro l’orda, le truppe d’Oriente. Il sogno – più che un sogno – evapora, e Slaviero, quarantenne disoccupato e rassegnato, si ritrova nella propria abitazione, in periferia, pronto per un colloquio di lavoro, forse la svolta di un’esistenza di fallimenti. Il terzo movimento fa piombare Slaviero in un altro momento della vita, in cui egli incontra, nel celebre Parco Sempione, un allucinato profeta dei nostri tempi, un clochard in protesta contro la civiltà. La magnifica orda è un romanzo sul tempo, sulle opposizioni, sulla fuga, sulle scelte. Tutta la prima parte decide di registrare il momento dello scontro finale dei fantasmi degli antichi condottieri, che non sono cavalieri di carta: il campo di battaglia, sterminato, è il luogo dove si radunano i grandi, impegnati a fronteggiare l’attacco dei cavalieri d’Oriente, la magnifica orda. La Storia si scontra fuori dalla Storia. Napoleone comanda la difesa estrema, sa che non ci sarà via di scampo: è comunque l’impresa, il combattimento per la gloria, l’incanto di un solo momento, un motivo per sentire, nell’ atto ultimo prossimo alla morte, l’energia travolgente della vita: «Oltre il dolore, oltre la vergogna, oltre la perdita, oltre tutte le ferite immaginabili, oltre tutto questo: il tempo della battaglia è sublime, lo scontro finale». Con un linguaggio estatico, quello dell’ineffabilità (la penna è secca), Slaviero indugia, come da manuale militare, sugli attimi precedenti, poi la resa dei conti fuori dal tempo: descrizioni cariche di odori, intense, a volo d’uccello, quasi cinematografiche. LUSSO DI IMMAGINI E ANGUSTIA Perché tutto questo lusso di immagini, perché questo minuzioso spiegamento di parole e di martiri? Lo scopriamo nel secondo movimento, quando Slaviero si confronta con la realtà (ma nella memoria echeggia ancora l’impatto bellico): tutto si fa misero, più stretto, angusto e scolorito, rispetto alla magnificenza della visione. L’età contemporanea poco sa o ricorda del passato glorioso, di un’altra vita, fatta di altri oggetti (il cappotto), o di altra materia, come la terra («La terra è nera. La terra non la ricorda nessuno, la terra non serve più a niente»). Il mondo appare in mano a generazioni nate già sconfitte, e la periferia non è solo il luogo in cui Slaviero vive, è la condizione interiore dei suoi simili. E qui, dopo la disillusione, nasce la rinuncia, la fuga, negare la propria condizione sociale e negarsi a questo presente («Che cosa vuoi che sia un fallimento in confronto alle mie malinconie…»), scampare a tutto questo. Al Parco Sempione, mentre Slaviero ascolta il profeta, giungono due carabinieri a cavallo a scacciare il vecchio: non sono cavalieri, ma una loro inconsapevole parodia, ennesima conferma della caduta, perché la caduta di questo mondo era già avvenuta, nella prima visione. Eppure ci ostiniamo a vivere goffamente dopo l’ultima sconfitta che non prevede nessuna rivincita.
LA MAGNIFICA ORDA Alessandro Bertante Pagine 64 Euro 10,00 Il Saggiatore

 

Arrivano i barbari a Milano Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
Visioni Bertante riflette sulla fine della storiadi Alessandro Beretta
L’ ultima battaglia della civiltà, per Alessandro Slaviero, si combatte in una visione. È lì che il giovane protagonista de La magnifica orda, romanzo breve di Alessandro Bertante, si ritrova in apertura, sospeso, dice, «in un tempo che non conosco» davanti a una piana sterminata, ad ascoltare «un uomo di bassa statura, vestito con un elegante cappotto militare». È Napoleone che guarda «la grande pianura centrale, ultima porta d’Europa» che sta per essere invasa da «un’immensa moltitudine di barbari» senza volto e storia. Un condottiero davanti alla sfida definitiva, a capo di un esercito che raduna tutti i grandi della civiltà europea, da Alessandro Magno a Cesare Borgia, e che interpreta le ansie per la fine dell’Occidente. Poi, scoppia la guerra, ma il lettore è destabilizzato: prima da uno stacco nel presente, in un colloquio di lavoro di Slaviero, poi da un salto temporale in un mattino del 1983, al parco Sempione di Milano, dove un incontro inaspettato del protagonista chiude la vicenda. Dal contrasto tra il «piano stralunato di storia e onore» in cui si svolge il dialogo con Napoleone, alla Milano grigia dove Slaviero si definisce «testimone nella città dei giovani morti», nasce il ricco disequilibrio del libro, una breve compagine in cui l’alternanza di visionarietà e realismo condensa una riflessione sulla fine della storia. Come nella rielaborazione storica di Al diavul e nell’apocalisse di Nina dei lupi, c’è un gusto innegabile per le situazioni guerresche, e anche se le insistenze su «l’indicibile attesa» e «il momento unico e irripetibile» dell’ultimo scontro suonano superflue, Bertante riesce con un affascinante e sfacciato gioco strutturale a dirci che la fine è già qui e che noi, come il protagonista, non possiamo che ripetere: «Io sono un sopravvissuto».