Donne scrittrici di romanzi

Voltando pagina - 01 gennaio 2017

Virginia-Woolf--008

Per natura, o, più modestamente, secondo una nostra teoria, il signor Brimley Johnson avrebbe dovuto scrivere un libro destinato inevitabilmente, a seconda del sesso del lettore, a gratificare o a irritare, ma privo di alcun valore dal punto di vista della critica letteraria. L’esperienza infatti sembra dimostrare che fare la critica alle opere di un sesso in quanto tale equivale semplicemente a formulare con quasi invariata acrimonia dei pregiudizi derivati dal fatto che si è o un uomo o una donna. Grazie a un fortunato dosaggio di qualità il signor Brimley Johnson espone la sua opinione sulle donne scrittrici di romanzi senza questa fatale tendenziosità, sicché, oltre a dire alcune cose molto interessanti sulla letteratura, ne dice anche molte ancora più interessanti sulle qualità peculiari della letteratura scritta dalle donne.
In virtù di questa inconsueta assenza di faziosità, risulta impossibile sottovalutare l’interesse e la complessità, anche, dell’argomento. Il signor Johnson, che ha letto più romanzi scritti da donne di quanti la maggior parte di noi ne abbia sentiti nominare, è molto controllato, incline più a suggerire che a definire, e sempre disposto a qualificare le sue conclusioni. Perciò, benché il suo libro non sia semplicemente uno studio sulla narrativa femminile, ma un tentativo di dimostrare come essa abbia seguito una certa linea di sviluppo, ci troveremmo imbarazzate se dovessimo precisare quale sia esattamente la sua tesi. Non è soltanto una questione di letteratura, ma anche in larga parte di storia sociale. Quale fu, per esempio, l’origine della straordinaria improvvisa fioritura nel XVIII secolo di romanzi scritti da donne? Perché ebbe inizio allora e non durante la rinascenza elisabettiana? Quale fu la motivazione che alla fine spinse le donne a scrivere: forse il desiderio di correggere l’immagine prevalente del loro sesso espressa da scrittori uomini in così tanti volumi per così tanti secoli? In tal caso la loro arteconterrebbe da subito un elemento che dovrebbe risultare assente dalle opere di tutti gli scrittori precedenti. Eppure è evidente che i romanzi della signorina Burney, la madre della narrativa inglese, non furono ispirati da alcun particolare desiderio di raddrizzare un torto: la ricchezza dell’esperienza umana che la figlia del dottor Burney ebbe occasione di osservare le fu stimolo sufficiente; ma per intenso che fosse divenuto l’impulso a scrivere, esso dovette fin dall’inizio scontrarsi con la forza contraria non solo delle condizioni di vita ma anche di una mentalità. I suoi primi manoscritti furono bruciati per ordine della matrigna, e ricamo e cucito imposti come castigo, così come, alcuni anni dopo, Jane Austen doveva nascondere sotto un libro i suoi scritti se entrava qualcuno, e Charlotte Brontë si interrompeva di continuo per pelare le patate. Ma superato o risolto con qualche compromesso il problema domestico, rimaneva quello morale. La signorina Burney aveva dimostrato che «era possibile per una donna scrivere romanzi senza perdere la rispettabilità», ma l’onere della prova spettava sempre ogni volta a ogni nuova autrice. Ancora in piena epoca vittoriana George Eliot fu accusata di «volgarità e immoralità» perché voleva «far conoscere alle menti delle nostre fanciulle dei ceti medi e superiori faccende di cui i loro padri e fratelli non si azzarderebbero mai a parlare in loro presenza».
L’effetto di queste repressioni lo si può ancora vedere negli scritti delle donne, ed è un effetto del tutto negativo. Il problema dell’arte è già abbastanza difficile in sé senza dover stare a rispettare l’ignoranza delle menti delle fanciulle o a chiedersi se il pubblico penserà che gli standard di purezza morale espressi nelle nostre opere sono quali ha il diritto di aspettarsi dal nostro sesso. Il tentativo di compiacere, o, come viene più naturale, di scandalizzare la pubblica opinione, è sempre ugualmente uno spreco di energia e un peccato contro l’arte. Forse non fu solo nella speranza di ricevere critiche imparziali che George Eliot e le Brontë adottarono pseudonimi maschili, ma per liberare la propria mente quando scrivevano dalla tirannia delle aspettative ascritte al loro sesso. Da un’altra tirannia, però, e più fondamentale, non poterono liberarsi più di quanto abbia potuto l’uomo: da quella del sesso in quanto tale. Lo sforzo di liberarsi, o piuttosto di godere di quella che appare, forse erroneamente, la relativa libertà del sesso maschile da quella tirannia, è infatti un’altra influenza che ha lasciato segni disastrosi sugli scritti delle donne. Quando il signor Brimley Johnson afferma che «l’imitazione non è stata, fortunatamente, il peccato capitale delle scrittrici di romanzi», senza dubbio pensa alle opere di quelle donne eccezionali che non imitarono né un sesso né alcun individuo dell’uno o dell’altro sesso. Anzi non darsi pensiero del proprio sesso quando scrivevano più di quanto non badassero al colore dei propri occhi fu uno dei loro meriti più evidenti, in se stesso prova che scrivevano in ubbidienza a un istinto profondo e imperioso. Donne che volevano essere prese per uomini in ciò che scrivevano ce ne furono di certo; ese ora hanno lasciato il posto alle donne che vogliono essere prese per donne, non si può dire sia un cambiamento in meglio, perché ogni enfasi, di orgoglio o di vergogna, posta coscientemente sul sesso di un autore è non solo irritante ma superflua. Come ripetutamente osserva il signor Brimley Johnson, la scrittura di una donna è sempre femminile; non può fare a meno di esserlo: l’unica difficoltà sta nel definire che cosa intendiamo per femminile. L’intelligenza del signor Brimley Johnson traspare dalle molte ipotesi che avanza, e soprattutto dal fatto che accetta il dato di realtà, anche se scomodo, che le donne tendono a essere diverse l’una dall’altra. Ma ecco alcuni tentativi di definizione: «Le donne sono missionarie nate e tendono sempre a realizzare un ideale», «La donna è realista sul piano etico, e il suo realismo non si ispira a un ozioso ideale di arte, bensì di simpatia con la vita». Con tutta la sua cultura, «l’atteggiamento di George Eliot rimane assolutamente emotivo e femminile». Le donne sono umoristiche e satiriche più che immaginative. Hanno un più forte senso di purezza emotiva, ma un senso dell’onore meno acuto degli uomini.
Non esistono due persone disposte ad accettare questi abbozzi di definizione senza provare il bisogno di ampliarli e precisarli, e tuttavia nessuno ammetterà di poter mai scambiare un romanzo scritto da un uomo per uno scritto da una donna. Innanzitutto c’è la ovvia differenza di esperienza; ma la differenza essenziale non sta tanto nel fatto che gli uomini descrivono le battaglie e le donne la nascita dei bambini, bensì nel fatto che ciascun sesso descrive se stesso. Le prime parole con cui vengono descritti un uomo o una donna sono di solito sufficienti per stabilire il sesso dell’autore; ma anche se è a tutti palese l’assurdità di un eroe creato da una donna o di un’eroina creata da un uomo, ciascun sesso è poi estremamente acuto nel cogliere i difetti dell’altro. Nessuno può negare l’autenticità di una Becky Sharp o di un signor Woodhouse. E senza dubbio il desiderio e la capacità di criticare l’altro sesso ebbero la loro parte nel far decidere le donne a scrivere romanzi, giacché invero quella particolare vena comica è stata appena toccata, ed è ricca di grandi possibilità. Ma anche, benché gli uomini siano i migliori giudici degli uomini e le donne delle donne, c’è un lato di ciascun sesso che è noto solo all’altro, e questo non vale soltanto per il rapporto d’amore. E infine (per quanto almeno riguarda questo articolo) andrebbe considerato l’assai difficile problema della differenza tra l’uomo e la donna su ciò che determina l’importanza di qualsivoglia argomento. Di qui nascono non solo notevoli differenze di trama e svolgimento, ma differenze infinite di scelta, di metodo e di stile.

«Women Novelists», Times Literary Supplement, 17 ottobre 1918

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