l Saggiatore di Luca Formenton rilancia le Silerchie, la storica collana Repubblica, Corriere della Sera, L’Unità, Vanity Fair

- 01 gennaio 2017

RIAPRE LA BIBLIOTECA DELLE “SILERCHIE

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 Il Saggiatore rilancia, con quattro titoli, la celebre collana
Fu ideata dal patron Alberto Mondadori e raccolse 104 opere
Nella difficile situazione dell’editoria italiana c’è chi si dispera e chi, invece si richiama a una massima di Antoni Gaudí: «L’originalità consiste nel tornare alle origini». Le origini in questo caso si chiamano “Silerchie”, un nome che svetta nella storia dell’editoria italiana come un marchio di raffinata eleganza. È stata la collana del Saggiatore di maggior successo. Era la fine degli anni Cinquanta, primi Sessanta. L’intuizione venne al patron Alberto Mondadori, che, quando nella primavera del 1958 annunciava la nascita della casa editrice a William Faulkner, scriveva che avrebbe fatto anche una piccola collana di narrativa e saggistica con titoli «scelti con criteri di estremo rigore e firmati esclusivamente da autori di primissimo piano». Era appunto le “Silerchie”: volumetti brevi, cartonati, con una realizzazione grafica e copertine colorate innovative per l’epoca. Per non dire poi dei titoli: 104 opere, dalla Lettera sul matrimonio di Thomas Mann alle Coefore di Eschilo, con in mezzo un vero e proprio olimpo letterario – del resto il curatore era quel gentiluomo delle lettere italiane che risponde al nome di Giacomo Debenedetti, che compilava capolavori stringati in poche righe in quel foglietto anonimo che introduceva ogni opera. Oggi a distanza di decenni Luca Formenton, alla guida del Saggiatore, torna alle origini rifondando la fortunata collana pensata dallo zio Alberto. E sarebbe del tutto naturale se qualcuno si domandasse il significato del nome, “Silerchie”, che già allora stuzzicò la curiosità dei lettori. Nel secondo catalogo del Saggiatore della primavera-estate del 1959 un lettore infatti scriveva, in un linguaggio decisamente da anni Sessanta, a l l ‘ e d i t o r e : « I l l u s t r e Mondadori, debbo raccontarle una scenetta da telequiz. L’altra sera con un gruppo di amici mi trovavo al solito bar. Sapendomi un tifoso dei libri, alcuni di loro si sono messi a sfruculiarmi sul nome della Biblioteca delle Silerchie. Molti ne conoscevano parecchi volumetti». Ed è così che nel catalogo successivo arriva la risposta dell’editore: «Via delle Silerchie è una strada di campagna che si stacca dalla Nazionale Camaiore-Lucca, si inerpica sulle prime balze delle Alpi Apuane, poi diventa sentiero tra i boschi. Nell’ideare una collana di brevi libri attraenti e spesso illustri come il paesaggio della Versilia (si passa fin da queste prime tappe per Thomas Mann e Chagall, per Kafka, Alceo, Saffo, Jaspers), mi è parso di invitare il lettore a una poetica passeggiata, come quella che offre la via delle Silerchie, dove il paesaggio varia e si allarga di continuo». In definitiva, la via delle Silerchie è la strada di campagna dove Alberto Mondadori aveva la sua famosa villa frequentata, all’epoca, da molti intellettuali. E non è per nulla peregrino pensare una collana come a un luogo.
Del resto Mondadori e Debenedetti erano portatori di un’idea militante (che forse oggi gli editori dovrebbero riscoprire): la casa editrice è appunto quel luogo dove, oltre che ai libri, si fa cultura.
Lo stesso Formenton sostiene che non basta salvare i lettori forti, ma bisogna trovarne di nuovi perché «compito degli editori è quello di creare lettori». E per farlo, allora, manda in libreria le nuove “Silerchie”. I primi quattro volumi di narrativa, in libreria da domani, saranno affidati a due italiani e due stranieri: Tommaso Pincio con Pulp Roma e Alessandro Bertante con La magnifica orda rappresentano la narrativa italiana, mentre per la straniera ritroviamo due classici come Joyce Carol Oates con Acqua nera e la s v i z z e r a A n n e m a r i e Schwarzenberg con Ogni cosa è da lei illuminata.
E c’è da augurarsi che siano profetiche le parole di Alberto Mondadori quando, sempre rispondendo al lettore curioso sul nome delle “Silerchie”, aggiungeva spiegandone l’etimologia: con « Siler, con il diminutivo silercula, rametto di vetrice con cui si facevano bastoncelli magici usati per scacciare le malattie e gli spiriti maligni, si offre un’interpretazione della collezione. Una collana dunque che mette in fuga malanni e malefizi: le confesso che mi rallegra l’idea di aver trovato senza saperlo un nome di così buono augurio per i lettori della Biblioteca delle Silerchie».

Pincio, Bertante e Oates Rinascono le «Silerchie» Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
Tradizione Il Saggiatore di Luca Formenton rilancia la storica collana di libri brevi, fondata nel 1958
Nomi illustri Le prime uscite furono: Thomas Mann, Thomas Wolfe e Madame Périer
In un’epoca in cui l’editoria teme il futuro, fare tesoro delle migliori esperienze del passato proiettandole in avanti può essere un progetto coraggioso, controcorrente e per nulla nostalgico. Del resto, Luca Formenton ha spesso evocato le parole di Giuseppe Verdi: «Torniamo all’antico e sarà un progresso». Così, il proprietario del Saggiatore, erede della tradizione mondadoriana più sperimentale, quella di Alberto, ci prova davvero e lancia la sua sfida ricreando una collana storica, la Biblioteca delle Silerchie.
Era la primavera del 1958 quando Alberto Mondadori scriveva a William Faulkner per annunciargli la sua nuova iniziativa editoriale: «Tra l’altro, ho in progetto una piccola collana che ospiterà opere di narrativa e saggistica, nonché testi teatrali e poetici, scelti con criteri di estremo rigore e firmati esclusivamente da autori di primissimo piano». Ogni volumetto deve andare da un minimo di 40 pagine a un massimo di 128. Il nome di questa collana di «brevi libri attraenti e spesso illustri come il paesaggio della Versilia», derivava da una strada di campagna delle Alpi Apuane che nel ricordo del fondatore sembrava invitare a una poetica passeggiata. La silercula era un rametto di vetrice con cui si facevano bastoncini magici per scacciare malattie e spiriti maligni.
Anima e artefice dell’iniziativa, selezionatore unico dei titoli e braccio destro di Alberto Mondadori a tutto campo fu Giacomo Debenedetti: «Uomo incantevole e ombroso, critico geniale, narratore sottile, maestro di quasi intimidente ancorché affabile umanità e intelligenza, in ogni momento della vita esempio di calda curiosità intellettuale», l’avrebbe definito l’amico editore. Le prime due uscite, nell’ottobre 1958, furono Lettera sul matrimonio di Thomas Mann e Storia di un romanzo di Thomas Wolfe, seguiti da Vita di Pascal di Madame Périer, da Ritorno in città di Giuseppe Raimondi, da Il vescovo di Prato di Giacomo Noventa. All’inizio del ’59 uscirà La pallida Zilphia Gant, uno dei racconti che lo stesso Mondadori chiese a Faulkner nella lettera citata. Di un’eleganza che si voleva «ispirata ai criteri dell’industrial design», capace di evocare «la carrozzeria e la sagoma delle auto utilitarie quando sono azzeccate», si trattava di libretti cartonati, copertine colorate con disegni astratti (in buona parte di Balilla Magistri), raffinatezza e solidità insieme, inconfondibili al tatto e alla vista, che nella varietà riflettevano il gusto congiunto dell’editore e del suo direttore letterario: apertura massima ai generi, tra diario, racconto, trattatello, poesia, saggio, critica d’arte. E agli autori: D.H. Lawrence, Andersch, Fitzgerald, Aragon, Saba, Emanuelli, Brandi, Green, Joyce, Valéry, Nabokov, Sereni, Bachmann, Cendrars, Luzi, Borges…
A Debenedetti toccò scrivere le note editoriali (sessantotto fino al ’65), non in forma di quarta di copertina, ma di foglietto volante inserito all’interno di ciascun volume subito dopo il frontespizio. Questi testi brevi, usciti senza firma, a metà strada «tra le più tradizionali prefazioni (o postfazioni) e il più affabile risvolto (o quarta) di copertina», ha scritto Edoardo Sanguineti, non ambiscono «alle responsabilità interpretative del saggio introduttivo, ma non cedono a quei clamori celebrativi che risultano quasi editorialmente obbligati quando, quasi indiscretamente, si corre incontro all’utente come certi buttadentro di anche troppo energica e risoluta volontà seduttiva». Indiretta ma efficace denuncia di molte quarte di copertina che circolano oggi a piede libero in libreria.
Ora le note di accompagnamento stilate da Debenedetti sono raccolte in un volume pubblicato da Sellerio con il titolo Preludi e una bella introduzione di Raffaele Manica. Il quale sottolinea, quasi fosse un segno del destino, che l’ultima nota debenedettiana pubblicata in vita è dedicata al celebre saggio di D’Arco Silvio Avalle sugli Orecchini di Montale (uscito nel dicembre 1965): analisi che, essendo tra i primi esempi della stagione strutturalista, il critico presenta esplicitamente come discutibile.
Eccoci dunque alle nuove Silerchie, che si presentano con un gruppetto di quattro titoli annunciati in libreria dal 28 giugno: Pulp Roma di Tommaso Pincio, La magnifica orda di Alessandro Bertante, Acqua nera di Joyce Carol Oates, Ogni cosa è da lei illuminata della scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach.
Per ora siamo nell’ambito della narrativa: tra reportage grottesco e racconto visionario. E se son «silerchie» (di vetrice) rifioriranno. 

Silerchie una collana che è un ossimoro Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
LA FABBRICA DEI LIBRI
«Lo scrittore c’è e a mio parere avrà un avvenire»: Così, nel 1980, Vittorio Sereni leggeva nel futuro del trentottenne pisano che si era affacciato al Saggiatore con un suo secondo titolo, Il gioco del rovescio e altri racconti . E così Antonio Tabucchi – è di lui che parliamo – sarebbe entrato in quel particolare Pantheon costituito dalla Biblioteca delle Silerchie, in quel periodo all’opera nella versione rinnovata. La collana, che vide la luce nel 1958 per volontà di Alberto Mondadori un florilegio di grande o grandissima classe, in ubbidienza alla polemica che correva tra il figlio e il padre, il grande Arnoldo e che ha seguito a singhiozzo le alterne fortune del Saggiatore, è di nuovo in libreria da ieri. Quattro i primi titoli, un Tommaso Pincio, una Joyce Carol Oates, un Alessandro Bertante e una Annemarie Schwarzenbach. Via delle Silerchie era il sentiero che, inoltrandosi alle falde delle Apuane, in una fragranza di verde e di resina portava alla villa versiliana di Alberto Mondadori. Mentre il Saggiatore è un marchio che nacque modificando l’iniziale Il Sagittario (segno zodiacale dell’editore) – già in copyright presso altri – in un vocabolo vicino all’intenzione editoriale (e comunque la freccia resta nel simbolo). La Biblioteca delle Silerchie, poi, nacque come un ossimoro: libri brevi e di alto peso specifico, una «universale di lusso» come si amava definirla. Non per forza romanzi, ma a tasso narrativo comunque molto più alto che il resto della produzione del marchio. E ora bentornata Biblioteca: in tempi in cui l’editoria si fa a numeri, e spesso a decimali (quanto riesci a scendere ancora col prezzo per battere la concorrenza?) che si riaffacci un progetto culturale «vero» non può che far piacere.

DIAVOLO, NON TI TEMO: IO LEGGO Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
SHOW LIBRI PREZIOSI
Tornano le SILERCHIE, storica collana ispirata a ima pianta con poteri magici
Nel catalogo n. 2 Primavera-Estate 1959 della casa editrice il Saggiatore si legge: «Le Silerchie è una via, una strada di campagna che si stacca dalla nazionale Camaiore-Lucca, si inerpica sulle Apuane, poi diventa sentiero tra i boschi. Nell’ideare una collana di brevi libri attraenti e spesso illustri come il paesaggio della Versilia, mi è parso di invitare il lettore a una poetica passeggiata». Il 28 giugno arriva – torna – in libreria la collana le Silerchie con quattro nuovi «brevi libri attraenti». Pu/p Roma di Tommaso Pincio, La magnifica orda di Alessandro Bertante, Acqua nera di Joyce Carol Oates e Ogni cosa è da lei illuminata di Annemarie Schwarzenbach. Quest’ultimo, tradotto in Italia per la prima volta, è l’unico scritto di Schwarzenbach ambientato in Engadina, ed è la storia di un innamoramento improvviso e fortuito, voyeuristico e delicato, che si accende e si consuma in un grande albergo di St. Moritz. Come tutti gli scritti di Schwarzenbach, incanta e turba. «Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell’oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire». E, anche sui sentieri dell’Engadina, era forse possibile ritrovarsi in mezzo a certi arbusti delicati simili a una pianta il cui nome latino era Siler. A questa pianta, Siler- Silercula il vezzeggiativo -, era attribuito il potere di scacciare le malattie e gli spiriti maligni. Così le Silerchie, non sono solo una passeggiata in mezzo alla preziosità della letteratura mondiale, ma pure «una collana che mette in fuga malanni e malefizi». E, in effetti, in un periodo editoriale nel quale il mercato gioca al ribasso con e sui prezzi di copertina, tenere in mano libri che, oltre al contenuto, sono forma e il cui principio di attrazione non è il prezzo, è già davvero una magia.