Un involontario giornale di bordo

di Maria Nadotti

L’idea di raccogliere in un unico volume buona parte degli scritti di John Berger sull’arte e il lavoro degli artisti è di Tom Overton, responsabile della catalogazione dell’archivio donato da JB alla British Library nel 2009 e curatore dell’edizione inglese di questo libro.

All’epoca, eravamo nel 2014, JB – come risulta evidente dalla sua breve e sulfurea prefazione – aveva accolto con una certa resistenza un progetto editoriale che gli pareva una sorta di sgradita monumentalizzazione. A cose fatte, mettendomi in mano una copia di quel volumone telato, massiccio come un sampietrino, in copertina la riproduzione di un ritratto funebre del Fayyum, mi disse con ironia che lo considerava la sua pietra tombale, una lapide che sigillava anzitempo una vita di pensieri ancora del tutto attiva. Oggi, mentre congedo l’edizione italiana dello stesso volume, ripensata ed espansa rispetto all’originale, ho l’impressione che JB approvi con il suo tipico, affettuoso «there», lo stesso che usava aggiungendo un rosso d’uovo al purè di patate per renderlo più ricco e festoso per l’ospite, più accogliente: «Ecco fatto, adesso ci siamo.» Adesso che non sono più lì a farmi marmorizzare dall’industria culturale che tutto macina, digerisce e rende inoffensivo. Adesso – aggiungo io – che questa raccolta si è trasformata in un luogo da condividere, in un dono finale per chi resta.

Ora che JB non c’è più e che i suoi scritti e il loro futuro sono affidati esclusivamente a chi li legge, questo volume si è infatti tramutato in uno strumento agile e prezioso, palpitante. Consultandolo nell’ordine che via via sceglieranno, lettrici e lettori avranno la sensazione di trovarsi insieme all’autore di fronte alle opere di cui scrive, di seguirlo in un viaggio durato oltre sessant’anni e di cui queste pagine sono diventate l’involontario giornale di bordo. Ancor più, di essere in compagnia di JB mentre incontra gli artisti e li interroga sul farsi della loro opera, un farsi che non è mai pura tecnica o mero contenuto, né gesto individuale sganciato dal momento storico e dalla società in cui si è prodotto.

In alcuni casi questi incontri si susseguono nel tempo, magari a distanza di anni, come se lo scrittore tornasse sui propri passi per guardare meglio o per riguardare con occhi che la vita ha reso diversi. Gli capita con artisti molto amati, nella cui ricerca (o ossessione?) sembra rispecchiarsi (Matthias Grünewald, Rembrandt, Goya, Picasso), ma anche con artisti la cui opera (o visione?) gli resiste, con cui stenta a entrare in sintonia (Henry Moore, Francis Bacon). Sono, questi avvicinamenti successivi, questi corpo a corpo con alcuni giganti dell’arte, tra i passi più formidabili di quello che oggi potremmo considerare un vero e proprio memoir.

*Estratto della postfazione a Ritratti di John Berger.

Maria Nadotti ha vissuto a New York, a Berlino e in Palestina; oggi vive a Milano e a Lisbona. Giornalista, saggista, consulente editoriale e traduttrice, è autrice, tra gli altri, di Silenzio = Morte. Gli USA nel tempo dell’AIDS, Sesso & Genere, Prove d’ascolto, Trasporti e traslochi. Raccontare John Berger.

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