Ritorno alla città distrutta

di Goffredo Fofi

La Storia non ci dà tregua. La vita di ognuno ne è segnata anche se vorrebbe ritrarsene, nascondersi, evitarla. Alcuni, i meno, fingono di farne uno strumento. Sono quelli che pretendono di intervenire dall’alto di poteri consolidati, e può anche accadere che per un tempo ne siano davvero al comando, ma il loro successo è di breve durata, ché nuovi poteri si formano e insorgono, ché i figli ambiscono a buttare al macero i padri, ché il nuovo va avanti da solo e aggredisce il vecchio allontanandolo o uccidendolo, o mischiandovisi sapientemente mutandone le gerarchie.

Altri, molto più numerosi, almeno in certe crisi che aprono, nel conflitto interno ai primi, nuovi scenari, è dal basso di una militanza individuale e di gruppo – tuttavia diretta da pochi, abili nel guidarli e, se vincitori, nel sottometterli o condizionarli – che agiscono, spesso con transitoria efficacia, talvolta perfino vincendo. I più la subiscono, la subiamo, da vittime e da complici allo stesso tempo. Più vittime che complici? Le vittime  sono coloro che meno hanno la possibilità di interpretarla e di intervenirvi, sono le cosiddette masse. Ieri come oggi e come sempre, la Storia semina morte e la morte riguarda anzitutto, non fosse che numericamente, gli analfabeti e gli ignavi.

Ma di loro – le «masse» – è difficile parlare e sanno parlare solo certi artisti, col dono dell’empatia e dell’immedesimazione. Il pover’uomo, l’everyman e l’everywoman, gli ultimi di tutte le guerre, il contadino analfabeta e il milite ignoto, il pellegrino e il migrante, Franz Biberkopf o Ulysses, Renzo e Lucia o Mats e Marit, il Christian di Bunyan e Robinson Crusoe, Jozef K. e Meursault, i prigionieri di Auschwitz e i morti di Hiroshima e di Dresda, la sora Pina di Roma città aperta e Iduzza e Useppe della Morante, i protagonisti dei Racconti della luna pallida d’agosto, o di Accattone, o di Dostoevskij e Tolstoj, il loser e non il winner eccetera eccetera eccetera, hanno nomi veri, sono davvero vissuti, o sono personaggi letterari modellati da suggestioni reali, e i primi sono comunque milioni e milioni, in ogni secolo e in ogni continente…

E i secondi, gli inventati, le creazioni d’autore, li riconosciamo nelle pagine dei romanzi o sugli schermi cinematografici perché ci ricordano vere vite e la nostra stessa vita, perché abbiamo avuti e abbiamo vicini in ogni momento delle nostre vite persone che, come loro, sono potenziali nuove vittime, come lo siamo noi stessi, e loro e noi silenziosamente e inconsciamente, ma anche spesso dichiaratamente, sappiamo di essere artefici e complici del nostro destino quando non cercano e non cerchiamo altre convivenze, altri rapporti, altri equilibri. Quando non agiamo, nel nostro piccolo, per cambiare il mondo e cambiare la vita. Di questo ci parla da sempre la letteratura, in modi che cambiano e sono sempre gli stessi: dei prigionieri della Storia e dei modi che il Potere ha approntato per sottometterlie, se lo ha creduto opportuno, per stritolarli.


Goffredo Fofi è scrittore, giornalista, critico cinematografico e letterario. Per il Saggiatore ha scritto la postfazione a Città distrutte di Davide Orecchio di cui pubblichiamo questo estratto.