Quanto spera di campare Giovanni

di Marco Cassini

Se il burrone o il precipizio ci fanno pensare a un confine, un bordo oltre il quale non c’è nulla e la materia (il terreno, un campo, una scogliera) semplicemente finisce perché non c’è mai stata, la voragine richiama alla mente un’apertura, anch’essa confine, venutasi però a creare lì dove prima la materia c’era e ora non c’è più.

È il non più la cifra principale del primo romanzo di Andrea Esposito, che esplora e scava, per l’appunto, nella materia della lingua man mano che costruisce la narrazione. Una costruzione narrativa che è anch’essa scavo: il mondo apocalittico di Voragine ci viene raccontato per assenza, per sottrazione, per progressiva eliminazione, ci adattiamo a convivere lungo la lettura con quel poco che esiste, e che resta, nel presente narrativo, e solo a quattro quinti del romanzo un lungo flash back ricostruisce quanto sapientemente ci aveva sottratto.

Giovanni vive in una baracca insieme al fratello e al padre, un nucleo familiare incarnato sul silenzio, sulla violenza muta dei gesti e delle parole, all’immediata vigilia della fine di tutte le cose: nei primi movimenti della storia esistono ancora i soldi, le strade, i negozi, il concetto di andare al lavoro, le persone dialogano fra loro e si occupano in qualche modo l’una dell’altra. Con la morte del fratello di Giovanni, apparentemente lasciato andare alla deriva della propria vita, il mondo sembra precipitare nel suo buco senza fondo. Si modificano i rapporti familiari e affettivi e sociali, e il bianco e nero iniziano, un pixel alla volta, a impossessarsi del mondo e della sua rappresentazione, rosicchiando via via colori sentimenti pietà.

In un crescendo di disumanità e ferocia in cui uomini e bestie non hanno più elementi distintivi, non esiste altro che la sopravvivenza e il salvare se stessi a discapito del prossimo. In un contesto in cui tutto è rarefatto, si perde perfino consapevolezza del punto di vista, all’apparenza un narratore onnisciente che poi si scoprirà – grazie a una felice intuizione letteraria – essere una creazione della mente del protagonista, che a sua volta sembra inventare il lettore («non sono nessuno e non sono qui con lui e non sono neanche con te che sei l’orizzonte dietro le mie spalle e l’ombra vaga cui dico queste parole») e che coincide forse con il romanzo stesso: «Non sono niente se non la voce che deve dire queste parole. Soltanto la voce che detta queste parole perché esistano queste parole».

Così come nella storia raccontata spariscono gradualmente il sole, la vegetazione, le tinte, le convenzioni sociali, la misericordia, nella scrittura sono specularmente assenti punti interrogativi, esclamativi o sospensivi, non c’è traccia di punti e virgola o due punti; nel suo convincente e coraggioso esordio narrativo Esposito usa – salvo sporadiche deroghe – esclusivamente il modo indicativo, e concepisce la sua storia quasi tutta al tempo presente, imperniando su uno stile paratattico incalzante una storia allucinatoria e di una violenza assoluta, bilanciata da una nettezza di stile, da una ricerca ossessiva della parola precisa, dalla descrizione nuda ed esatta. L’unica virgola del romanzo compare alla fine, all’ultima riga, e pare voler offrire una sorta di lieto fine sintattico, un’apertura verso un mondo nuovo dove perfino la punteggiatura e l’aggettivazione (e il colore) possono trovare una speranza.


Marco Cassini ha fondato le case editrici minimum fax nel 1994 e SUR nel 2011. Nel 2008 ha pubblicato per Laterza Refusi. Diario di un editore incorreggibile. Con Gianmario Pilo cura il festival della lettura di Ivrea La grande invasione e Superfestival. Dirige la Scuola del libro ed è socio della libreria minimum fax di Roma con Andrea Esposito.