Potente sarà lei

Una riflessione su linguaggio e critica

di Matteo Marchesini

L’angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una montagna di tesi, monografie e manuali critico‑filosofici, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua interpretazioni idiote di Walter Benjamin e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare la morta verità dei testi e ricomporre un discorso sensato. Ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine universitarie e del citazionismo imbecille sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo humanities, è questa tempesta.

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Scrivere romanzi ponderosi non è quasi mai necessario, ma presenta molti vantaggi. Per esempio, anche se il libro è brutto, un lettore paziente tende ad assuefarsi a poco a poco all’atmosfera, finché la stratificazione dei motivi non gli appare in qualche modo giustificata, e lo induce ad assumere verso l’intreccio lo stesso atteggiamento che hanno gli storicisti davanti alla trama degli eventi reali più ingombranti. Inoltre, una volta che questo lettore ha resistito per seicento, ottocento o mille pagine, è difficile che accetti di riconoscere la loro insulsaggine o inutilità, perché allora dovrebbe contemporaneamente riconoscere di avere buttato parecchie ore del suo tempo. Meglio, molto meglio far fruttare la fatica dichiarando agli amici che si tratta di un’esperienza imperdibile: e così, vedendoli aprire il romanzo alla prima pagina con un sospiro da imminente gara subacquea, soddisfare anche le sottili esigenze del sadismo.

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Tempo fa ho chiesto a un professore universitario perché nel programma del suo corso sulla letteratura italiana dal primo Novecento al Duemila avesse inserito alcuni brutti romanzi usciti negli ultimi anni. Dopo un momento d’imbarazzo, il professore ha ammesso che quei libri forse non sono granché; ma poi, a un tratto inalberandosi, ha concluso: «Dovremo pur fare i conti con la storia!» La storia. Dopo neanche un lustro. Con passaggio immediato dei parallelepipedi cartacei dalla grande distribuzione alla cattedra. Ora, poniamo che durante una lezione di questo corso io entri in aula e afferri un orecchio al caro accademico; poniamo che glielo torca con molta energia, continuando a stringere, senza che lui riesca a liberarsi e senza che nessuno accorra in suo aiuto. Dopo quanti dolorosi minuti il mio gesto può considerarsi non un atto di brutalità ma una ineludibile necessità storica?

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«Mi rifiuto di scrivere “Il narcotrafficante uscì alle cinque”.» (Paul Valéry 2.0).

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Osservare il gusto, il compiacimento, la frequenza con cui il letterato italiano ripete «il più grande», «il più incredibile», «il più sconvolgente scrittore contemporaneo», specie davanti a tutti i libri voluminosi, monumentali, bellici, stilisticamente o strutturalmente palestrati, anabolizzati, dopati. È un linguaggio che sa sempre di lapide statale e di commemorazione manipolata, che puzza ancora di orbace anche mentre gira nella centrifuga dei flash tv o dei social. Definitivo, immenso, non ce n’è per nessuno, spazza via tutto con un incipit.: l’immaginario del nostro eterno fascismo ha ora per nome un vezzeggiativo, fascetta.

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Giuseppe Pontiggia scrisse un dizionario satirico molto godibile sui termini via via logorati dalla critica. Oggi, se c’è una parola che credo dovremmo pronunciare solo dopo avere contato fino a cento è «potente». La troviamo ovunque, sparsa a piene mani soprattutto su libri che credono di affrontare a petto nudo il Male dostoevskiano perché raccontano (male) di mostri giudiziari o di sterminii, magari riecheggiando quel gergo corporale e pseudo‑mistico che non manca mai sui palcoscenici del teatro sedicente di ricerca. In questi casi, l’abuso rivela subito il reale significato del termine: «potente» sta per «kitsch».

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«Flaubert c’est moi» dice Madame Bovary firmando le copie del suo romanzo.

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Davanti agli stili e alle argomentazioni che non rispettano i gerghi egemoni nelle università, gli studiosi di letteratura continuano impressionisticamente ad abusare dell’accusa di «impressionismo». Ma in questo caso riportare il termine alla sua origine storica non è inutile: infatti loro di solito sono dei pompier.

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«Qui dobbiamo cambiare narrazione» disse il politico di maggioranza al suo governo.

«Qui dobbiamo fare tagli strutturali» disse il narratore al corso di scrittura creativa.

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«Letteratura e impegno» è una rubrica estiva per settimanali in crisi. Risolviamo così: ha senso chiedere a Sandro Penna un reportage narrativo sugli effetti sociali e sessuali della guerra? No. Ha senso chiedere a George Orwell un poema orfico? No.

Chiusura della rubrica. Con un piccolo corredo assiomatico:

  1. L’unico impegno dello scrittore è la massima aderenza ai suoi oggetti. Il resto è un impegno che gli si richiede in quanto essere umano, come lo si richiede a tutti gli uomini.
  2. Chi confonde l’atto di scrivere con l’atto di portare il proprio aiuto in una mensa per cittadini poveri è un impostore.
  3. Tra le sue vocazioni, lo scrittore può coltivarne una da critico della cultura. Allora, se si vuole occupare del «mondo», dato che ha il dovere dell’onestà linguistica, dovrà:

– evitare le false posizioni, cioè non fingere di poter sorvolare situazioni planetarie di cui non sa quasi nulla;

– cominciare a esercitare la critica a partire da ciò che conosce meglio: ad esempio i meccanismi editoriali e mediatici a cui partecipa.

Questo è l’abc. Chi non ne tiene conto torni pure ad aprire la rubrica, o ad agitare la retorica del «fare» mentre passa tutto il giorno a scrivere e organizzare convegni. Nei secoli dei secoli.


Matteo Marchesini è poeta, narratore e saggista. Ha pubblicato le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon, 2010), il romanzo Atti mancati (Voland, 2013, entrato nella dozzina dello Strega), la raccolta critica Da Pascoli a Busi (Quodlibet, 2014), le poesie di Cronaca senza storia (elliot, 2016) e i racconti di False coscienze. Tre parabole degli anni zero (Bompiani, 2017). Collabora con Il Foglio, Il Sole 24 Ore, Radio Radicale e doppiozero.