Microgravità

di Jaron Lanier

Quando Internet cominciò a diffondersi, si discusse se fare apparire le esperienze digitali online come azioni immateriali o se farne percepire l’importanza in termini di costi e conseguenze. Per esempio, alcuni tra i primi luminari come Esther Dyson e Marvin Minsky non erano favorevoli al fatto che le email fossero gratis. Se la gente avesse dovuto pagare per scriverle, anche solo una minuscola frazione di centesimo, ciò avrebbe scoraggiato lo spam su vasta scala. Nel frattempo la posta elettronica sarebbe stata apprezzata per quello che è, un grosso progetto umano che costa molto.

A spuntarla in quel dibattito furono i difensori delle email gratis. Dichiararono che la minima «affrancatura elettronica» avrebbe scoraggiato quelle persone così indigenti da non avere neppure un conto in banca, e avevano ragione. A quello, comunque, si aggiunse il fortissimo desiderio di creare su Internet l’illusione dell’immaterialità. Secondo quest’ottica chi vende su Internet non dovrebbe pagare le stesse imposte delle aziende fisiche e le società online non sarebbero tenute alle medesime responsabilità in materia di falsi e di infrazione del copyright. Anzi, il concetto di responsabilità veniva fatto passare per un fardello o un motivo di attrito, dal momento che comportava dei costi: un affronto all’immaterialità.

Nel frattempo, Internet sarebbe stato dotato dell’architettura più leggera possibile, così da consentire agli imprenditori l’opportunità di sperimentare. Il Web era una risorsa di materie prime che impediva un’identità personale permanente, la possibilità di condurre transazioni e anche solo di sapere se uno era chi diceva di essere. Tutte funzioni necessarie che alla fine si sarebbe sobbarcato un’impresa privata come Facebook.

Il risultato nei decenni successivi fu una corsa sfrenata a radunare il maggior numeri di utenti, come vacche in un recinto, anche a scapito di prudenza e qualità. Uno slogan della Silicon Valley di fine millennio trasformava il famoso pezzo di Bobby McFerrin Don’t worry, be happy in Don’t worry, be crappy («Combina pure cazzate, non preoccuparti»). Ci ritrovammo con un Web inesplorato che durante il periodo descritto in questo libro sembrava fatto su misura per noi e ci facilitava la vita, ma che il mondo intero avrebbe pagato a caro prezzo molti anni dopo. Per dirne una, noi non ci fidiamo di Internet. Ogni società tecnologica, ogni service provider vive nel suo universo, e i bordi frastagliati tra un universo e l’altro sono terreno fertile per gli hacker.

Il mondo dei computer non possiede alcuna qualità intrinseca che lo renda sciatto o poco affidabile. Per esempio, il sistema delle transizioni bancarie online è sicuro, e nessuno ha mai violato gli importantissimi algoritmi che determinano il funzionamento di società come Google e Facebook. Siamo stati noi a scegliere un network poco serio.

Questo è un estratto da L’alba del nuovo tutto 

Jaron Lanier è un informatico, giornalista e saggista statunitense, pioniere della realtà virtuale, che vive e lavora nella Silicon Valley. Delle sue opere, tradotte in tutto il mondo, il Saggiatore ha pubblicato La dignità ai tempi di Internet (2014), Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (2018) e L'alba del nuovo tutto (2019).