L’ultimo concerto de ‘Le luci della centrale elettrica’

di Andrea Gentile

Ieri sera, 14 gennaio 2019, presso il Teatro Nazionale, si è tenuto l’ultimo concerto de Le luci della centrale elettrica, a seguito del quale deposito questo testo:

Che cosa chiedere a un artista, prima di tutto? Che le sue opere innanzitutto siano vive, autentiche, lontano dagli estetismi ma non necessariamente dalle estetiche, dagli stilismi ma nient’affatto che dallo stile. Che poi il suo percorso sia, per l’appunto, tale; per arrivare a pubblicare Infelicità senza desideri, Peter Handke deve passare per I calabroni o L’ambulante; per arrivare all’Uomo che cammina, Alberto Giacometti non può prescindere dal suo Tavolo surrealista.

Questo non significa necessariamente che le opere successive siano migliori delle precedenti. Il punto non è proprio questo. Il punto è che forse un artista è tale quando, nel momento in cui costruisce una nuova opera, ebbene, quel momento coincide con un disvelamento, con un tuffo nell’ignoto. Quando, cioè, fare arte equivale non a costruire un percorso ma a viverlo.

Quando cioè si avvera il pensiero di Blanchot per cui: “Non scriviamo a seconda di quel che siamo, ma siamo a seconda di quel che scriviamo”.

*

Mi sembra passata piuttosto inosservata una notizia che emerge dal mondo della musica italiana: Vasco Brondi, dopo dieci anni, ha chiuso il progetto Le luci della centrale elettrica. Parallelamente è uscito un nuovo disco di live in studio (2008/2018: Tra la via Emilia e la via Lattea) e, nello stesso tempo, è partito un tour nei teatri, tour del quale alcune date sono esaurite. Che cosa distingue, senz’altro, la chiusura di questo progetto da precedenti addii alla musica di gruppi e cantautori? Che, prima di tutto, gli addii precedenti corrispondevano talvolta a un posizionamento marginale nell’industria musicale (band cioè oramai abbandonate dalle case di produzione per diversi insuccessi commerciali), cosa non certo accaduta a Le Luci della centrale elettrica e che poi – ancora più importante – in questo caso non si tratta di un addio. Il cantautore, infatti, parla di nuovi progetti.

Le luci della centrale elettrica “chiudono”, come si dice in gergo. Ma Vasco Brondi, ossia Le luci della centrale elettrica, non sembra intenzionato a chiudere qui la sua carriera artistica. “È tempo di ripartire in altre direzioni e di farlo senza questo nome” ha dichiarato a la Repubblica. È questo l’atto finale di un artista che proprio del vivere un percorso ha fatto una poetica nascosta, ben più intensa di quella più visibile, e che ha generato, come del tutto naturalmente accade, alcune etichette. Una su tutte: il cantautore di questi cazzo di anni Zero.

*

Quando viene inciso Canzoni da spiaggia deturpata (2008), Vasco Brondi ha ventiquattro anni. Il disco ha subito un grande riscontro e fa emergere un cantautore intriso di uno stile personalissimo: le nostre vite sono piene di urli e furori, sembra dire Brondi, siamo ancora una generazione, una nuova, siamo “l’esercito del Sert”, le stelle sono “cianotiche”, la “Gigantesca scritta Coop” si prende persino il titolo di una canzone. Lo sguardo è nuovo, fonde squarci metropolitani e vita disperata, si passa da “contratti andati a male” a “produzioni seriali di cieli stellati”. La voce è urlata. Sembra di sentire, nel canto arido di questo ventiquattrenne, la rabbia del nostro tempo, che poi, cambiano i simboli, è la rabbia di tutti i tempi. Il disco finisce con le parole “chi vuole un lavoro?” ripetuto allo stremo, sulla melodia vocale di Il cielo è sempre più blu.

*

Un giorno del 2010, in piazza Sant’Alessandro, a Milano, mangio un panino. Sugli scalini c’è una ragazza. È la passante baudelariana. La guardo e mi chiedo: “Ti rivedrò solo nell’eternità?”. No. Ti rivedrò su YouTube. È la ragazza che balla, priva di sensualità, al centro di una rotonda, nel video di Cara catastrofe, il pezzo più noto del secondo album delle Luci della centrale elettrica: Per ora noi la chiameremo felicità. Fino ad allora la canzone l’avevo ascoltata distrattamente, il video l’avevo guardato con maggiore attenzione, imbambolato dalla danza meccanica di questa ragazza dai capelli blu, ciò che di più vicino potessi immaginare, nella mia giovinezza, alle danze androgine di Diana Est, per quanto lontanissime per stili e forme. Da quel momento ascolto con più attenzione il disco di questa che, come tanti, credo essere una band.

Le opinioni, come si sa, sono cose così distanti da noi; crediamo di essere certi di qualsiasi cosa, crediamo di sapere cosa ci piace e cosa non ci piace, il pensiero collettivo genera false piste, deviazioni, influenza talvolta quello individuale, che usa delle scorciatoie e semplificazioni. “Non mi piace questo”, “Non mi piace quello”: eppure, magari, ne sappiamo così poco.

*

Per ora noi la chiameremo felicità è un disco dove i tratti di Le luci della centrale elettrica si fanno più nitidi. Persiste lo sfondo sociale, che non è sfondo in quanto elemento primario (L’amore al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici, Quando tornerai dall’estero) ma a una ferocia giovanile (e non giovanilistica) che porta a versi come “i nostri pomeriggi appesi come Mussolini” si somma, come nel primo disco, uno spirito romantico (“vedrai che scopriremo altre americhe io e te”, oppure “i nostri cieli arrivavano ai soffitti”). La voce è sempre straziante, cruenta, tra il disperato e il dimesso: c’è ancora una speranza, però. Il disco finisce con queste parole: “e se gli alberghi appena costruiti coprono i tramonti tu non preoccuparti”.

*

Passano quattro anni ed esce un altro disco: Costellazioni. Vasco Brondi ha appena compiuto trent’anni e qualcosa è cambiato. Lo si nota sin dal titolo del disco. Si passa dal noi, dalle nostre vite impiantate tra sentimenti e ostacoli quotidiani, a qualcosa che è sopra di noi, più duraturo, ancora più immenso di noi esseri umani, più universale. La voce diventa più dolce ma non è sdolcinata. L’approccio al mondo è meno feroce, e non per questo meno combattivo. Compaiono i silenzi – il disco inizia proprio con la strofa “Madonna che silenzio che c’è stasera” –, i destini generali (“luminosa natura morta con ragazza al computer”), la presenza scenica della vita assume contorni meno legati al presente, planetari (si pensi solo a Macbeth nella nebbia, a I Sonic Youth o a Padre nostro dei satelliti, ma con Le luci della centrale elettrica il gioco di leggere le canzoni singolarmente, senza considerare il loro contesto nell’opera, non funziona). Chitarre acustiche e elettriche si fondono con archi, fiati, piano, sintetizzatori. Si potrebbe dire che Le Luci della Centrale elettrica apre a una nuova stagione, più matura. Il discorso però sarebbe mal posto: il percorso di un artista può essere fatto di strappi, di rovesciamenti, di ritorni al passato, di fantasmi da abbandonare, di macchine poetiche. In alcuni caso però, l’opera di un’artista è costituita di tutte le opere in cui l’artista è vissuto. Costellazioni, dunque, non è che un nuovo capitolo di un’unica opera.

*

Nel 2014, leggo L’uomo che ride di Victor Hugo. È un capolavoro. Mi imbatto in uno scritto di Robert Louis Stevenson sulle opere di Victor Hugo. Quando Hugo muore, considerato il grande scrittore della sua patria e non solo, Stevenson ha 35 anni. In questo scritto Stevenson – che pure ritiene Hugo un grandissimo scrittore – travisa completamente le opere di Hugo, a partire proprio dall’Uomo che ride: il primo fine di Hugo, per Stevenson, è “‘denunciare’ il principio aristocratico di cui l’Inghilterra si fregia”, tema senz’altro presente ma avvolto nelle spire di un’opera che volge a centrifugare le più grandi manifestazioni dell’animo umano, tra sentimenti, sensazioni, abissi.

Questione complessa, difficilmente riassumibile in poche righe: come le etichette, il “sentito dire”, pochi emblemi influenzano il pensiero su un’opera? Quanto ciò che scrive Stevenson è influenzato da ciò che si pensa a quel tempo di Victor Hugo o da sfumature più sottili? Come si forma un pensiero limpido, completamente autonomo, quando la mole delle informazioni è troppo vasta?

*

Nel 2014, per me, Le luci della centrale elettrica è un bel progetto, che mi interessa. Ascolto i suoi dischi, conosco le canzoni, ma non ho una visione d’insieme. Da qualche parte nella mente, senza che io me ne accorga, mi è forse rimasto impigliata qualche vecchia etichetta: si occupa di call center, dei Co.Co.Pro, di temi che saranno sepolti dalle furie del tempo, di temi già molto indagati, sin da Il mondo deve sapere di Michela Murgia (2006), e che mi interessano sempre di meno. Io sono Stevenson, dunque, e Le Luci della centrale elettrica è Victor Hugo (nota per il lettore disattento: naturalmente trattasi di procedimento argomentativo, non di comparazione artistica: il passato è un santuario da non contaminare).

Sono già gli anni in cui – dopo i Marlene Kuntz e gli Afterhours due decenni prima, i Baustelle e gli Offlaga Disco Pax un decennio prima – emerge sempre di più una categoria fumosa, e che sarà sempre più presente nel linguaggio comune: l’indie italiano. E dunque il passaggio è breve, per orecchie distratte: Colapesce, Dente, Calcutta, Le luci della centrale elettrica e molti altri. “Sono tutti uguali”. Io, nel 2014, non la penso così; ognuno ha le sue caratteristiche, ma intuisco nelle Luci della centrale elettrica un’originalità e un’autenticità che scavano nella mia sensibilità.

Ma continuo a non occuparmene. A quel tempo, ciò che più di tutto mi viene in mente quando qualcuno menziona Le luci della centrale elettrica non è che lei: la ragazza del video di Cara catastrofe. Ti rivedrò solo nell’eternità?

*

Nel 2017 esce Terra. Il percorso d’artista non è solo costruito. Questo disco è il percorso stesso. Ha un senso per il pellegrino considerare la meta? Sì, solo ed esclusivamente in quanto senza meta non ci sarebbe un percorso. Camminare lungo un percorso è una preghiera. Dappertutto, dunque, il pellegrino è nel qui e ora.

In questo disco confluiscono, definitivamente, tutte le poetiche messe in atto da questo artista negli anni. Ogni tema toccato è universale, lo stile è irrefrenabile. Il disco sembra andare verso un’unica strada, solo apparentemente opposta a quella degli esordi: la strada della contemplazione. Dunque, la strada del silenzio. C’è un punto cui l’artista può tentare di accedere attraverso ciò che scrive: è proprio il silenzio. E qui Vasco Brondi, con una voce sempre più dolce, tra grandi opere da costruire e che comunque poi ritorneranno polvere, scafisti che si orientano con le stelle, e sciami digitali alla Byung-Chul Han, va alla ricerca ostinata dell’impossibile: vivere il silenzio, qui e ora.

Qual era dunque l’anima di questo percorso d’artista? Concepire – questa almeno una lettura possibile – la propria opera non come un progetto artistico, o non solo: come uno strumento per una meditazione estesa. Una meditazione perenne su se stessi, una meditazione dentro se stessi, e dunque sul vivere sul pianeta Terra. Stare dentro l’esperienza del tempo. Un incantamento. Tra ritmi tribali, echi lontani, uomini che camminano da soli e vedono orizzonti infiniti, Terra si configurava come il disco della vita contemplativa. Era dunque, Le Luci della centrale elettrica, diventato meno combattivo? Meno iracondo con il mondo e per questo meno potente? Tutt’altro: sperimentava, piuttosto, una volta per tutte, ciò che già sapeva e che cioè contemplare non è un aprirsi passivo, piuttosto andare verso il mondo che scorre: essere più attivi di qualsiasi iperattività.

Altro dato che emergeva era il seguente: che non era più possibile concepire Terra come un disco, ma piuttosto – e molto più nettamente di come accade per altri artisti – un capitolo di un’opera più estesa, che partiva, per l’appunto, da Canzoni di spiaggia deturpata. Per sfiorare il silenzio c’era bisogno di partire con grida di dolore.

A tutto questo si aggiunge 2008/2018: Tra la via Emilia e la via Lattea, che non va considerato come un best of, ma come parte integrante di questo percorso: gli archi e il piano avvolgono le vecchie canzoni, che sono nuovissime, per un inno al vivere qui e ora.

Riascoltando tutti i dischi come un’unica opera sembra di essere di fronte alle tele di Agnes Martin. Tele che non sono neanche strazianti o emozionanti: sono e basta. E noi ci sprofondiamo dentro. Si accentuano le nostre sensazioni. La mente si fa più sottile. Ascoltiamo ogni segnale del corpo. Siamo dentro l’esperienza.

*

Ora che chiude il progetto Le luci della centrale elettrica, un altro fattore è chiaro: questa scelta è l’atto ultimo (nonché primo) di una poetica appunto decennale. Chiudere il progetto è come aver fatto un altro disco sublime. Non per la forza dell’uscita di scena, ma in quanto sparire (anche solo a livello di nomenclatura) non è soltanto un atto di coraggio. Piuttosto un ulteriore passo verso il silenzio. Silenzio indagato con l’arte, per chi è artista, e non solo indagato con il silenzio stesso.

A dieci anni dal primo disco, dunque, si prova qui ad accennare una piccola ipotesi: che l’opera delle Luci della centrale elettrica, considerata come un unico grande testo, sia l’opera musicale che più, in Italia e nel nostro ventunesimo secolo, ha manifestato, con maggiore convinzione, l’idea per cui l’arte non sia costruire un percorso, ma essere essa stessa il percorso. Configurandosi, del tutto naturalmente– e non per riconoscimento ottenuto, ma per essenza – come un’opera classica.

Un’opera dove non veniva costruita solo una poetica, ma che – comprimendo in dieci anni, potenzialmente, la carriera di tutta una vita – si proiettava, sin dalle prime note del primo disco, verso il culmine più ignoto per chi opera artisticamente: il silenzio.

A conferma dunque che è possibile non scrivere a seconda di quello che siamo, ma essere a seconda di quello che scriviamo.

*

Ps: L’ultimo vero concerto de Le luci della centrale elettrica sarà a Pesaro. Il concerto era stato precedentemente rinviato per l’influenza del cantautore. L’informazione non cancella la natura ultimativa del concerto milanese. I musicisti, a fine concerto, si mettono ai bordi del palco e suonano, come sussurrando, senza microfoni, Questo scontro tranquillo, in una fine che non finisce, ma che poi finisce.

*

Pps: Se la scrittura fosse un’architettura perfetta, avrei dovuto rincontrare la ragazza del video di Cara catastrofe, poi amarla, poi sposarla. Non è andata così. È nota la “Favoletta” di Kafka:

«Ahi» disse il topo «il mondo diventa ogni giorno più stretto. Prima era così largo che mi faceva paura, correvo ed ero felice di vedere finalmente muri a destra e a sinistra in lontananza, ma questi lunghi muri si avvicinano tra loro così in fretta che sono già nell’ultima stanza e lì nell’angolo c’è la trappola nella quale cadrò.» «Non hai che da correre in altra direzione» disse il gatto, e lo mangiò.

La scrittura è quell’altra direzione.

Nell’immagine: Concerto del 21.03.2010 ad Ardenza, di Erica Donolato.

Andrea Gentile è il direttore editoriale de il Saggiatore / gentile@ilsaggiatore.com