L’incubo di un futuro senza nani

di Vittorio Giacopini

Il guaio è che quando il celebrato critico Leslie Fiedler inizia a scrivere il suo saggio sui freaks questa curiosa stagione  è già al tramonto. Il libro è del 1978, e le date contano. Freaks è anche un discorso di commiato tenuto al funerale (pop) della controcultura. Fiedler – attento ai «segni del tempo» – non lo nasconde. Se aveva scelto di misurarsi col mito dello «scherzo di natura», c’era un motivo. Lo scrive qualche anno dopo, guardando indietro. «In tutta la mia carriera di storico sono stato ossessionato dalla figura dello Straniero, dell’Outsider, dell’Altro. Mi sono concentrato sui miti del Negro, dell’Ebreo, dell’Indiano. Più di recente però mi sono reso conto che per tutti noi che possiamo pensarci come “normali” esiste un Altro irriducibile. Si tratta ovviamente del Mostro. Quelle creature anomale che sono state per tanto tempo messe in mostra nelle fiere e nei circhi, e hanno strappato brividi di piacere e disgusto a un ampio pubblico, ben più ampio di quello che prova le stesse reazioni di fronte alla lettura di Moby Dick o di Luce d’agosto

Ça va sans dire che anche nella scelta di occuparsene proprio allora c’era un motivo. «La rivoluzione dei giovani fallì nel momento stesso in cui trionfava, e forse proprio per il suo successo». Restava l’intuizione di un mistero da svelare, ingarbugliatissimo, e il lascito di un gesto d’amore politico essenziale, però poco chiaro a se stesso, e poi interrotto. La morte della controcultura aveva lasciato un rebus da decifrare. Il rinnovato interesse per i freaks da baraccone era però apparso in diversi altri settori della nostra società ancor prima che “controcultura” diventasse parola d’uso, ed è quindi sopravvissuto alla sua dissoluzione: cioè alla fuga dei suoi accoliti invecchiati nelle droghe pesanti, nel misticismo, nel satanismo, nel terrorismo o nella follia o al loro riadattamento alla vita borghese. Inoltre, neanche i più “cooptati” degli ex freaks possono dimenticare che i loro fratelli e sorelle dei baracconi non rappresentano un Altro assoluto, bensì un Io segreto».

L’allusione a questa entità indicibile – e l’intuizione che possiamo entrare in contatto con essa soltanto misurandoci con ciò che in apparenza ci è più distante: il mostro, l’anomalia, l’abnorme, il divergente – è capitale. Un «Io segreto»: per Fiedler è l’individualità  come rischio, avventura, zona d’ombra intrisa di angosce, paure, sogni, visioni altre (e sovversive) di sé e del mondo, massimo luogo di debolezza interiore (è quella regione psichica incandescente dove restiamo sempre bambini, adolescenti, esseri in fieri) e, insieme, unica possibilità di trasformazione, catarsi, svolta, rinnovamento, libertà.

Vivere significa potersi sabotare per rinnovarsi. E far saltare gli schemi, cambiare strada. Fiedler invita a espandere i confini della propria codificata e repressa umanità; a un pensare (e guardare) più ampio; a lasciarsi andare. Senza degnazione o alterigia, nell’immagine del freak Fiedler (e la controcultura) cercava questo: «Solo il vero freak contesta i confini tradizionali tra maschio e femmina, sessuato e asessuato, animale e umano, grande e piccolo, io e altro, e quindi tra realtà e illusione, esperienza e fantasia, dato di fatto e mito».«Umbra profunda sumus» diceva Giordano Bruno.


Vittorio Giacopini è nato a Roma. Lavora in un’agenzia di stampa e collabora alla rivista Lo straniero e alle pagine domenicali del Sole 24 Ore. È tra i conduttori di Pagina3, su Radio3 Rai. Tra i suoi libri, Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer (Mondadori 2008); Il ladro di suoni (Fandango 2010); L’arte dell’inganno (Fandango 2011); Non ho bisogno di stare tranquillo (Elèuthera 2012). Questo testo è un'anticipazione della prefazione che accompagna la nuova pubblicazione di Freaks di Leslie Fiedler.