L’estrema destra è un ‘work in progress’

Un estratto da 'Il futuro migliore'

di Paul Mason

Dagli anni novanta, quando gruppi populisti di destra iniziarono a registrare successi elettorali in Europa, che i politologi cercano di comprendere il risentimento che li guida e le ideologie che creano. Lo scopo non dichiarato era sempre quello di elaborare strategie per contenere la nuova estrema destra ed evitare che unisse le forze con i più sparuti rimasugli del fascismo propriamente detto. Il dibattito è acceso, ma volendo fare una sintesi imparziale dell’orientamento generale, si può dire che l’opinione prevalente è che nel caso dei fascisti dichiarati i principali motivi di risentimento sono economici, mentre per la destra «populista» sono culturali, motivati dalla percezione di una perdita di status fra le comunit. della classe operaia che devono confrontarsi con l’immigrazione. Entrambi i gruppi erano di fatto «vittime della modernità», che prima o poi (si poteva sperare) avrebbero accettato la perdita di posti di lavoro ben pagati, coesione sociale e privilegi etnici.

I gruppi fascisti in genere erano statalisti e molto conservatori dal punto di vista sociale, mentre i partiti populisti erano a favore del liberismo ed erano pronti a cooptare i diritti degli omosessuali e delle donne (per esempio contro la mutilazione genitale femminile) come temi per stigmatizzare gruppi di migranti, in particolare i musulmani. Essendo un fenomeno molto recente, la maggior parte delle ricerche accademiche sulla nuova estrema destra precede sia la crisi del 2008 sia l’elezione di Trump. Ma le nuove dinamiche con cui abbiamo a che fare sono abbastanza ovvie a livello micro. Prendendo come esempio la mia città natale, Leigh, nel Nordovest dell’Inghilterra: il risultato quasi immediato della crisi del 2008 fu quello di portare i fascisti del Partito nazionale britannico sulla scena elettorale.

Alle politiche del 2010 il loro candidato uscito dal nulla ottenne 2700 voti, il 6 per cento, superando un’altra formazione, anch’essa nuova, il partito populista di destra Ukip, che ne totalizz. 1500. Questo malgrado il Bnp non potesse contare su nessun gruppo visibilmente funzionante in città. Alle politiche del 2015 l’Ukip conquistò 8mila voti, il 20 per cento, assorbendo tutti i consensi che cinque anni prima erano andati ai fascisti, più altri 4mila voti circa sottratti direttamente al Labour e ai conservatori. Nel referendum sulla Brexit del 2016, la città votò con una maggioranza di 2 a 1 per lasciare l’Unione Europea, realizzando il programma del Bnp e dell’Ukip. Nelle elezioni del giugno 2017, i consensi dell’Ukip crollarono di nuovo a 2700 voti, mentre i conservatori ne aggiunsero 6mila al loro totale precedente.

Detta in parole povere, l’estrema destra è un work in progress. Ha successo quando ha per le mani un’unica grande rivendicazione intorno a cui polarizzare l’elettorato; il gruppo fascista più piccolo ed estremista è sempre pronto a gravitare verso il partito populista di successo, e moltissimo dipende da come reagiscono i partiti tradizionali. In tutta Europa, i partiti populisti di destra stavano imparando come surclassare i centristi, paralizzati dalla loro fedeltà a un sistema economico che non funzionava. Il risultato è il panorama che abbiamo sotto i nostri occhi oggi: partiti populisti di destra governano in Polonia, in Ungheria e in Repubblica Ceca, e in Austria e in Italia all’interno di coalizioni. E quando conquistano il potere statale, o i privilegi parlamentari che derivano da risultati elettorali a doppia cifra, fanno ciò che fa Trump: usano i meccanismi dello Stato democratico per legittimare incitamenti all’odio, paralizzare l’applicazione delle leggi contro i fascisti dichiarati e colpire le comunità di migranti con repressioni ed espulsioni.

Per quanto prezioso, il lento mondo degli studi accademici sull’estrema destra fatica a stare al passo con questa realtà dinamica e imprevedibile. Quello che spinge la gente verso l’estrema destra non è più semplicemente l’insicurezza economica o culturale, è il fatto di vedere questi partiti legittimati, al potere, intenti a smantellare attivamente dall’alto le democrazie liberali. Negli anni trenta, di fronte allo spostamento dei lavoratori poveri verso il fascismo, sociologi e psichiatri di sinistra elaborarono la teoria della «personalità autoritaria». Una delle prime ricerche fu quella condotta dal sociologo marxista Erich Fromm attraverso un questionario che sottopose a operai fascisti, socialdemocratici e comunisti. La conclusione di Fromm fu che negli anni prima della crisi esistevano, all’interno della sinistra tedesca, persone i cui «tratti particolari della personalità» erano discordanti rispetto al loro allineamento politico. Questo gruppo ce l’aveva con l’élite, ma valori come la libertà e l’uguaglianza non esercitavano la minima attrazione su uomini come questi, che obbedivano prontamente e ammiravano ogni potente autorità.

Con l’intensificarsi della crisi sociale dei primi anni trenta, concluse Fromm, si trasformarono da individui di sinistra inaffidabili a nazisti convinti. Negli anni cinquanta, partendo dal lavoro di Fromm, Theodor Adorno guidò un team di psichiatri statunitensi che sostenevano di essere in grado di misurare la propensione al fascismo degli individui in base al loro atteggiamento nei confronti di cose come autorit., famiglia, omosessualità, razza e sesso, definendo la personalità della tipica recluta fascista come il «ribelle autoritario». Oltre alle accuse di incoerenza metodologica, negli anni sessanta il lavoro di Adorno appariva irrilevante: il fascismo era evaporato, il suprematismo bianco, come dottrina, ridotto alla clandestinità; la tipologia di personalità che l’establishment temeva era palesemente antiautoritaria.

Oggi, invece, ci poniamo di nuovo il problema dell’origine della psicologia di massa fascista. Il crescente nazionalismo autoritario di Trump, dei suoi sodali e imitatori, condivide lo stesso spazio ideologico del razzismo di destra esplicito variante Breitbart e del neofascismo vero e proprio. Sebbene sia mascherato all’interno di spazi metaforici come il Kekistan o i forum «chan», dove nulla viene preso sul serio, apparentemente, la rabbia e lo sdegno attizzati online tracimano ripetutamente in una realtà violenta. Per i progressisti il compito non è soltanto sconfiggere Trump e mandare a casa attraverso il voto i suoi omologhi autoritari e nazionalisti che governano in Europa, ma anche prevenire l’evoluzione del nazionalismo autoritario in fascismo; spezzare la «temporanea alleanza fra plebe ed élite prima che distrugga in modo permanente le democrazie, le costituzioni e l’ordine globale.»

Questo è un estratto da ‘Il futuro migliore’, di Paul Mason, in uscita il 30 Maggio.

Paul Mason, giornalista economico, ha lavorato per la bbc e l’emittente Channel 4. Tra i suoi libri ricordiamo Live Working or Die Fighting (2008), La fine dell’età dell’ingordigia (Bruno Mondadori, 2009) e Why It’s Kicking off Everywhere (2011). Il Saggiatore ha pubblicato il best seller internazionale Postcapitalismo (2016).