Le storie di Gazoia che ci aiutano a capire il terrore

di Davide Orecchio

Era prevedibile che, con Giusto terrore, Alessandro Gazoia ci offrisse un libro molto intelligente. Meno prevedibile era che questo saggio in forma di romanzo, o romanzo non fiction – ma è inutile cercare una definizione esatta perché si tratta di un’opera unica e quindi inclassificabile – esponesse il tema dei terrorismi, in una fitta rete di parentele e analogie che si estende dalle Brigate Rosse fino all’attuale estremismo di matrice islamica, recuperando e attualizzando la tradizione illuministica del conte philosophique.

Cosa significa? Provo a spiegarmi. I molteplici materiali del libro, le linee narrative e le riflessioni, le suggestioni, i dialoghi, le scene, i paesaggi, le storie passate e presenti, le geometrie della sua prosa, tutto, ma proprio tutto, ha una natura intimamente, consapevolmente “critica”. Gazoia ha un’inclinazione smagliante per il ragionamento, per la scrittura saggistica, ma in Giusto terrore piega le proprie qualità, o meglio le offre a un’intenzione letteraria che, però, si discosta anni luce dai modelli vigenti. È importante che un intellettuale italiano “entri” nel campo della narrativa, seminato a monocoltura di storytelling tecnico frammisto a vitalismo non riflessivo, decidendo di lavorare in modo diverso.

Dietro a ogni pagina di Gazoia c’è un pensiero: di conseguenza il lettore pensa “con” le pagine di Giusto terrore. La funzione critica, schiettamente illuministica, sta nella postura dell’autore: egli offre ciascun elemento, linguaggio, punto di vista senza suggerire una posizione; il calcolo, l’inevitabile combinazione e deduzione spetta solo al lettore che, autonomamente, trae le sue conclusioni.

Potremmo definirla una sorta di pedagogia in forma di romanzo, dove la struttura e la forma, la qualità estetica e la lingua sono i canali di “viabilità” che consentono il successo dell’operazione, la comunicazione tra l’opera e il suo lettore. In questo senso è un’opera viva, dialettica, interattiva. Non procede verticalmente, dall’altezza del suo autore e poi giù fino a noi. Ma si squaderna orizzontalmente in un tessuto di spunti e connessioni. La morfologia di Giusto terrore mi fa pensare alla campitura di un’intelligenza reticolare: dispone le sue sezioni come un browser web gemmato in più pannelli aperti sullo schermo. I comparti narrativi sono sincronici, non diacronici, sono simultanei, ogni pagina è compresente a quelle che la precedono e che le succedono.

Non c’è un tempo che si divide tra ieri e oggi: gli anni 50 della rivoluzione algerina, gli anni 70 del brigatismo, gli anni 80 e 90 in cui il protagonista matura, in una Liguria già post-industriale ma ancora ideologica, fervida di miti morenti, gli anni zero e dieci del terrorismo islamico globalizzato, nei quali il protagonista è ormai un adulto intellettuale alle prese con un documentario sui più sanguinosi attentati: queste tessere che ho esposto qui grossolanamente, e che corrispondono più o meno alla trama, alla storia raccontata, non accadono in una cornice temporale ma appaiono in una dimensione spaziale, sinergica, quasi un cervello disposto in forma di libro, con le relative sinapsi da sollecitare. Se l’opera è una mente dispiegata, spetta al lettore, però, connettere, farsi mente lui stesso. Il testo è l’ingegneria che lo consente, ma non si accende da solo.

Connettere cosa? Capire cosa? Rinuncio programmaticamente a esporre la trama del libro, i personaggi, le situazioni, più di quanto non abbia già accennato. Mi limito a dire che, leggendolo, si arriva a intuire la mentalità di un terrorista dei nostri tempi, mosso dalla mano di Daesh o da chissà chi altri, col solo rievocare, per analogia, il potere di persuasione, di auto-mitologia e narrazione che ebbe il terrorismo nostrano nella lunga stagione del piombo. «il brigatismo è un livore non placato, un rancore incistato e presuntuoso, superbo…»: è solo un modulo, una frase, che prendo a titolo di esempio: quando appare, il rimando all’odierno è subito inevitabile. Nella diversità, le somiglianze. Nella lontananza, le affinità. (I capitoli sulle Br storiche e poi sulle Nuove Br – lo dico qui per inciso – sono poi perfetti nell’esposizione di un’epoca e dei suoi protagonisti; contengono pagine di un nitore altamente, e nobilmente, divulgativo.) Con Giusto terrore Gazoia ha fatto un lavoro notevole, nel quale si percepisce la potenzialità e l’originalità di un metodo che può seguitare in opere successive.


Davide Orecchio, giornalista e scrittore, ha scritto Mio padre la rivoluzione, racconti sulla Rivoluzione russa (2017); la raccolta di racconti Città distrutte (2012); e il romanzo di racconti Stati di grazia, 2014.