La verità della finzione

di Filippo Tuena

Un giorno, in una di quelle rapide chiacchierate che ci facciamo durante le presentazioni in cui c’incontriamo – che siano nostre o di scrittori che stimiamo – dovrò chiedere a Davide Orecchio se ha mai sentito parlare del Maestro delle Tavole Barberini e, se no, bisognerà che gli procuri il libro di Federico Zeri Due dipinti, la filologia e un nome, dove si tratta di questo ignoto pittore e gli si attribuisce con ragionamenti convincenti la paternità un paio di dipinti che, alla prova dei fatti, non gli competono, per il semplice motivo che il Maestro delle Tavole Barberini non è mai esistito: è solo un nome di comodo.

La questione, per il lettore, è davvero ininfluente. Il testo di Zeri (uscito nel lontano 1961) è ormai un classico. Pur essendo un saggio, funziona come un giallo, le attribuzioni appaiono pertinenti, il ragionamento, diremmo, ‘non fa una piega’. Al diavolo la verità storica e l’errore finale. La scrittura, l’eleganza, lo stile producono il miracolo: quel che non è, è. Dunque la scrittura produce verità. E questo è il verbo di chi scrive. Punto.

Del resto, nel corso dei secoli, archeologi come Schliemann hanno combattuto per dar forma reale a personaggi del mito e della tragedia: «Qui», dice l’archeologo tedesco, «proprio qui è stata sepolta Clitennestra. Questa tomba reale è fuori dalle mura della cittadella di Micene perché la regina si macchiò di uxoricidio in combutta con l’amate Egisto che, come vedete, è stato sepolto poco lontano.» Le tombe, o ‘tesori’ sono lì. E le parole di Schliemann si oppongono a ogni disputa cronologica.

Ho il ricordo personale di un’altra agnizione. Visitando anni fa Betlemme la guida palestinese che ci conduceva alla grotta nel piano inferiore della basilica ci disse, accompagnando le parole con un gesto eloquente: «Qui la mangiatoia, e qui la culla». Era così convincente che pensai: «E io, che per anni ho creduto che la mangiatoia e la culla del bambinello fossero nel presepe che si faceva in casa. Ecco che ora mi ci trovo davanti.»

Orecchio, in Città distrutte, fa qualcosa del genere. Forse sulla scia d’un illustre precedente (ma non ne ho mai parlato con lui e non so se sia stato preso a modello) ovvero, Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia, crea biografie immaginarie ma concrete, solo facendo affidamento sulla tensione della scrittura. Costruisce miti su qualcosa che agisce in un contesto che ci appartiene in maniera quasi onirica e che invece trova conferma attraverso l’uso di parole convincenti. Nei libri successivi il rapporto tra realtà, finzione e scrittura si modula in maniera differente, ma è qui, con questo libro uscito ormai sei anni fa, che Orecchio ha cominciato a giocare con la verità della parola scritta e, nel braccio di ferro che si attua sulla pagina, oppone la sua scrittura asciutta alla leggerezza dell’invenzione. Accade che, se la scrittura è solida, l’invenzione acquista peso. Se la voce narrante è autorevole, il fatto narrato diventa memoria di un evento accaduto. Insomma: la realtà non giustifica la scrittura, ma la scrittura produce realtà.

È questo il rovello di ogni scrittore. È veramente il cimento della credibilità. La pagina su cui si lavora tende sempre a rispondere al quesito principale: «Sono credibile? Quel che scrivo attiene al principio di verità?»

Il che non vuol dire attenersi all’accaduto (come nelle letture dei bilanci commerciali), bensì tendere alla ricerca delle parole giuste (Eliot direbbe «A cercar d’imparare l’uso delle parole») che rendano quella narrazione veritiera. Occorre far tornare i conti. Perché i conti non riguardano soltanto la storia che si vuol raccontare ma soprattutto il rapporto che si crea tra quella storia e chi la racconta e il suo sguardo attonito, di cronista austero ma partecipe. E così intervengono la fragilità del narrare, la malinconia del vano, e la determinazione del fare, nonostante ogni contraria avvertenza.

Le sei vicende qui raccolte, ambientate in tempi e luoghi distanti tra loro (la mia favorita è quella che chiude il libro) toccano la curiosità dell’autore e gli appartengono intimamente in maniera che appare misteriosa (perché Orecchio è autore curioso, indagatore e riservato anche quando altrove metterà in gioco se stesso o le memorie familiari filtrate attraverso vicende altre) e ciascuna, continuamente e implacabilmente, pone il lettore di fronte al dilemma: «Cos’è vero?».

«Vero», risponderei se qualcuno me lo chiedesse, «è quel che appare necessario. Sposta quella virgola, sostituisci quella parola sciatta e trovane un’altra più adatta, se vuoi dire il vero.» Con Orecchio non si pone la questione: le virgole sono a posto e le parole pertinenti.


Filippo Tuena è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006. Per il Saggiatore ha pubblicato Com'è trascorsa la notte (2017),  Memoriali sul caso Schumann (2015) e Ultimo parallelo (2013).