La minaccia di uno straniero mite

di il Saggiatore

Una cava di calce che è una ferita in una montagna senza tempo e un villaggio uguale a se stesso da sempre: non sappiamo in che epoca ci troviamo, non sappiamo nemmeno esattamente dove. Andreas Moster ha deciso di ambientare lì il suo romanzo d’esordio: Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati narra le vicende di una piccola comunità claustrofobica messa sottosopra dall’arrivo di uno straniero singolarmente mite. Ha il respiro del mito o della fiaba nera. È fitto di una violenza onnipresente e non raccontata, ma si apre infine alla possibilità di una ribellione: quella delle ragazze del paese contro i loro padri che sottopongono Georg, lo straniero, a un atroce supplizio. Andreas Moster fa il traduttore, soprattutto di testi legali. Suo padre da piccolo leggeva con lui i racconti western dell’autore tedesco Karl May. Da ragazzino passò come molti alle avventure di Robinson Crusoe fino a che, da adolescente, si innamorò di Kafka. Ha 42 anni ed ha iniziato a tradurre appena uscito dall’università «per tirare avanti», usando le sue parole, fino a che la traduzione non è diventata la sua professione perché perfetta da compaginare con il tempo dedicato alla scrittura. Nemmeno tre anni fa Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati era solo un racconto: «poi ha continuato a crescere, e crescere», confessa nel rispondere alle nostre domande da Amburgo.

Possiamo considerare il tuo romanzo come una sorta di mito sulla violenza e l’oppressione?

Il mio romanzo è senz’altro una storia di oppressione, ma dal punto di vista delle ragazze del paese racconta anche di una, seppur dolorosa, liberazione. Ho cercato di mostrare come le rigide strutture tradizionali e il rifiuto di qualsiasi tipo di cambiamento possano condurre a una spirale di violenza non appena vengono minacciati da una forza esterna, che in questo caso è l’arrivo di Georg (lo straniero).

Il romanzo è ambientato in un paesino che vive di una cava da cui non si può estrarre più niente. La paura di perdere tutto l’elemento che determina la spirale di violenza?

Con l’arrivo di Georg, gli uomini del villaggio si trovano di fronte alla fine del mondo, così come l’hanno conosciuto fino a quel momento (Georg è incaricato di valutare lo stato della cava, ormai agli sgoccioli [ndr]). Sono incapaci di immaginare una qualsiasi altra forma di vita, differente da quella vissuta fino ad allora. L’arrivo di Georg per loro equivale alla morte. Reagiscono allora ingaggiando una lotta disperata con gli unici mezzi che hanno a disposizione: ovvero l’oppressione e la violenza.

Perché Georg non abbandona il villaggio quando potrebbe farlo? Perché nessuno abbandona il villaggio?

Georg è un tipo passivo, non sappiamo quasi niente di lui, praticamente niente del suo passato. Non sembra avere legami particolari con quello che si è lasciato alle spalle, non ha nessuna aspirazione, nessuna ragione che lo spinga a fuggire da quella situazione. Presto le ragazze conosciute nel villaggio diventano per lui più importanti di chiunque altro. Per quanto riguarda gli abitanti del villaggio invece: i lacci che li legano al quel luogo sono così forti da rendere impossibile la sola idea di andarsene, perfino nella situazione più drammatica. Il villaggio è una sorta di campo magnetico che li tiene legati al piccolo punto in cui sono nati.

Nel tuo romanzo il lettore avanza cercando di interpretare simboli e segnali per capire che cosa succederà dopo, se sarà una spirale discendente…

Ho sempre creduto così tanto nella forza dei simboli e nelle metafore che alla fine le ho seguite più di quanto loro abbiano seguito a me. Mi è capitato più di una volta di lasciarmi trasportare dalla forza di una immagine, fino a lasciare che si sviluppasse completamente da sola, e solo dopo accorgermi che avesse un senso anche per il testo. Inoltre, in questo caso particolare, la natura ancestrale della storia richiedeva questo tipo di linguaggio. Non credo si potesse raccontare una storia di questo tipo con una prosa secca, realistica.

E come definiresti la tua prosa?

L’elemento che considero centrale nel mio modo di scrivere è la volontà di lasciare entrare tutto ciò che consideriamo strano, surreale, sovrannaturale o onirico senza dover limitarmi al cosiddetto “realismo” o alla “verosimiglianza”.

Nel tuo libro la violenza è una prerogativa maschile…

La violenza nel mio romanzo ha a che vedere con il tentativo di uomini disperati di preservare il vecchio e impedire il nuovo. Da una parte è crudele nei confronti delle vittime, ma allo stesso tempo è un segno di debolezza, perché alla fine risulta completamente inutile. E se a prima vista gli uomini sembrano superiori, credo che in fondo non lo siano. Questo si capisce soprattutto nel finale. Non bisogna dimenticare poi che anche Georg è un uomo e, a differenza degli altri, è mite, quasi pacifista. Questo però non gli impedisce di buttare all’aria l’ordine costituito.

Perché hai deciso di investigare tutti questi temi, il meccanismo della violenza, della paura…

L’ambientazione del romanzo può sembrare “non moderna”, ma spero che l’essenza — ovvero il ritratto di una comunità isolata e tradizionalista minacciata dall’esterno — non lo sia. Chiunque viva in una comunità così claustrofobica e dispotica si converte in un personaggio pubblico. Nel romanzo non c’è spazio per la dimensione privata dei personaggi, tutti vengono costantemente osservati da tutti attraverso un sistema di controllo piuttosto sofisticato. E l’arrivo dell’elemento estraneo, Georg, stravolge gli equilibri innescando dei processi che sono distruttivi o liberatori, dipende dal punto di vista.

C’è spazio per un lieto fine?

Forse per le ragazze, che potranno fuggire dal villaggio e scoprire la libertà del mondo lontano da lì. Spero davvero che alla fine se ne vadano tutte. Per gli altri, temo, non resteranno che sciagure e distruzione.