La città, labirinto di senso

di Luca Fusari

Per Iain Sinclair, 75 anni, gallese di nascita, londinese da un cinquantennio, L’ultima Londra è l’ultima Londra: l’ultimo libro di una lunga serie dedicata all’esplorazione della città, o, a detta di chi scrive, l’ultima parte di un solo unico racconto della capitale britannica, di una Londra che non è più, forse perché sta cessando di esistere, o forse perché dopo decenni di tragitti, camminate e fughe, è diventata tutte le Londre, o tutte le città; e tutte le grandi città occidentali tendono a somigliarsi, tra starbuckizzazione dei centri storici e rimozione dello sporco (forza-lavoro, poveri, viaggiatori non-turisti) sotto il tappeto (la periferia).

Il concetto di “psicogeografia” in quanto “studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno […] sul comportamento affettivo degli individui”, è d’epoca situazionista. Negli ultimi vent’anni Iain Sinclair è stato nominato, in patria, portabandiera della psicogeografia, quando sarebbe più corretto sottolineare che il suo modo di raccontare la città non è uno sproloquio egocentrico e autoreferenziale (quando cade tra le grinfie della satira, lo psicogeografo ne esce come una specie di coltissimo anziano che, mani dietro la schiena, guarda e maledice i cantieri della gentrification) e nemmeno una surrealista giustapposizione di segni raccolti a caso, ma una testarda e ostinata ricerca di nessi, di legami, di inferenze/interferenze tra la materia cruda del sistema urbano e la cultura, in tutte le sue forme, che vi è legata.

Centrale in questa ricerca è il concetto di “fuga”, altro deciso scarto rispetto ai situazionisti: laddove Debord parlava di “deriva” nella quale il moderno flâneur va in giro «senza meta e senza orario», Sinclair fissa sempre una meta precisa alle sue camminate (la più celebre è senza dubbio la circumnavigazione del mega-raccordo anulare londinese della M25 narrata in London Orbital; la più bizzarra forse il viaggio per vie d’acqua da Hastings a Hackney a bordo di un cigno a pedali, al centro del progetto Swandown; la più politica Ghost Milk, invettiva contro le Olimpiadi del 2012 che, con il senno di poi, segnano l’inizio della fine). L’importante è che una meta ci sia; al camminatore, al fugueur, il compito di saper raccogliere e leggere i dati che essa porterà alla luce, o di portare a termine il viaggio-rito, annullare la maledizione, placare gli dèi, o evocarli.

Di tutto questo, L’ultima Londra è l’ennesima dimostrazione cristallina, una serie di testimonianze sulla città contemporanea che traggono ispirazione dagli episodi e dai personaggi più disparati: piste battute sulle tracce di W.G. Sebald, fotografi di piccioni, l’uomo-talpa di Hackney, esplorazioni dei margini fluviali della città nel giorno del funerale di Margaret Thatcher, trascrizioni letterali della babele di telefonate intercettata sui mezzi pubblici. La scrittura che li dipinge ha una genealogia ricca di snodi: Sinclair nasce letterariamente poeta, cresce romanziere e matura producendo oggetti narrativi non identificati (non soltanto libri ma anche lungo e cortometraggi) che inglobano punti di vista multiformi in una voce unica, che della scrittura poetica mantiene l’attenzione al ritmo ma che ne sfrutta l’impalcatura per reggere un discorso romanzato e al tempo stesso iperrealista (o, al contrario, per scrivere il romanzo autentico di una città irreale, come l’abbiamo sottotitolato deviando leggermente dall’originale, a sottolineare che il confine tra realtà e fiction, in un libro come questo, non ha nemmeno ragione di essere cercato). Giunto a quella che egli considera la fine del percorso, lascia come dicevamo un testo unico, grande e labirintico.

E in questo labirinto ci si perde facilmente, tanta è la densità degli spunti che offre: è facile sentirsi scoraggiati dalla materia sinclairiana, profondamente legata a una cultura che non sempre è traducibile nella nostra senza perdere un po’ di sostanza e di rimandi, a una londinesità che se da una parte fa sentire fieramente membri di una società segreta gli estimatori di vecchia data dell’autore, dall’altra rischia di chiudere la porta in faccia a chi, conoscendo ma poco apprezzando, dice «troppo londinese, troppo inglese, troppo lontano da noi» (quante volte me lo sono sentito dire io negli ultimi quindici anni, proponendo traduzioni sinclairiane ogni volta che mi sembrava di scorgerne la possibilità). Anche se di Londra o di Inghilterra si mastica poco, a mio avviso, una qualità di Iain Sinclair si può tradurre ovunque: lo sguardo sui luoghi e la caparbia volontà di non lasciarlo in ostaggio del conformismo imperante, la curiosità di trovare, sovrapposti al qui e ora, un’infinità di piani culturali e temporali sovrapposti, storie private e Storia dimenticata; l’attraversamento dello spazio/tempo come pratica esistenziale, a prescindere dal fatto che si tratti di Londra o del nostro borgo natio. In cerca di romanzi autentici di città irreali.


Luca Fusari traduce narrativa e saggistica dall'inglese. Per Il Saggiatore ha tradotto tra gli altri Thomas Ligotti, Joyce Carol Oates e Mike McCormack.