Il testimone involontario della Voragine che inghiotte il mondo

di Franca Cavagnoli

Una tavolozza di bianchi, di grigi, di neri e di viola per descrivere un paesaggio metafisico: città con resti di palazzi sventrati, facciate come superfici di specchi scoppiati, interni simili a «gengive cave», pezzi di lamiera ovunque. Campagne annerite e devastate, spazzate da un vento tormentoso che secca, spiana e a poco a poco erode ogni cosa. Incendi perpetui, mentre la cenere che cresce di giorno in giorno ricopre la terra nera e secca. Voragine, il romanzo d’esordio di Andrea Esposito, finalista della XXX edizione del Premio Calvino, si dipana negli scenari rovinosi dei quadri di Kiefer.

La luce, livida, è invece quella dei film di Antonioni, la luce di fine millennio, oltre il quale si spalanca il vuoto, un’immensa voragine che tutto inghiotte – persone, animali, «cose strane e senza senso», nomi che nessuno più sa ricordare, parole che si perdono nell’amnesia individuale e collettiva. Di questa assenza di senso in cui sprofonda il mondo Giovanni, il protagonista, si fa testimone, e nel suo spettrale vagare ce la restituisce goccia a goccia: sparizioni, uccisioni, suicidi, la follia che ormai tutto pervade. Non giudica e non ha messaggi, perché non è questo il suo compito. Deve solo testimoniare, anche se non vuole. Giovanni è costretto a testimoniare fino alla fine poiché ha un dono raro – vede qualcosa che nessuno vede. E chi legge sa che non può non credergli, perché, com’è scritto nel Vangelo: «Quest’è quel discepolo, che testimonia di queste cose, e che ha scritte queste cose: e noi sappiamo che la sua testimonianza è verace».

Andrea Esposito imprime alla storia di Giovanni un ritmo percussivo grazie a una paratassi esasperata che incalza chi legge, comunica ansia fin dalla prima pagina e non lascia scampo. I periodi sono brevi, a volte brevissimi, e giustapposti, in una suggestiva assenza di gerarchia perché le cose accadono e basta. Nulla è subalterno o secondario in questa narrazione rigorosa, di grande forza visionaria. Ogni scheggia di racconto è ugualmente importante, e l’assenza di un rapporto di supremazia e subordinazione nel periodare comunica, non meno della landa desolata con il suo diffuso senso di tragedia dentro la quale Giovanni si muove, un senso di claustrofobia e di minaccia incombente. E la reiterazione insistita, di parole e di intere espressioni, contribuisce a ribadire l’inesorabile urgenza del racconto e il melanconico rovello mentale del protagonista.

Nella sua «solitudine tremenda e senza scopo», minata dal freddo, dalla fame e dalla malattia, pur temendo «quello che le storie nascondevano perché sembrava dilagare oltre le storie e spalancare un vuoto intorno al suo corpo», Giovanni non smette un solo istante di testimoniare i destini ultimi dell’umanità e del mondo.


Franca Cavagnoli, scrittrice e traduttrice, è giurata della XXX edizione del Premio Calvino. Questo è un estratto della sua recensione di Voragine che uscirà sul numero di aprile dell’Indice dei libri del mese.