Un silenzio fortissimo

Una riflessione sui testi di John Cage

di Massimo Martellotta

Il silenzio è un suono, l’ambiente, ma è anche un tempo. In musica è un momento di comunione. Un coro univoco e coeso tra ascoltatore, esecutore e compositore che produce attimi di attenzione pura verso l’ignoto. È uno dei colori più forti che il compositore ha a disposizione perché è semplice. Diretto. Netto. Facile da scrivere, facile da eseguire. Facile da ascoltare e comprendere.

Per il compositore il silenzio è una forma scritta, per l’ascoltatore è un tacet di qualcosa che prima stava suonando: è il momento in cui l’attenzione si sposta dal suono degli oggetti usati come strumenti, al suono dell’ambiente. Nell’esecuzione pubblica di un brano musicale, il silenzio suona come i respiri delle persone presenti, come il tram che passa, come un colpo di tosse, una borsa aperta e chiusa, come il chiacchiericcio e gli sbadigli o i telefoni che squillano per sbaglio.

Un po’ come una cornice intorno al dettaglio di un quadro fitto di particolari, il silenzio in musica ri-contestualizza “rumori” – che altrove percepiamo come tali, o non sentiamo affatto –, dà loro un ruolo nuovo e regala al tempo stesso un senso di forte aspettativa per il passo successivo della narrazione. Ecco allora che il silenzio suona in molti modi differenti.

Durante l’esecuzione di un silenzio scritto, il compositore e l’ascoltatore coincidono per un attimo e la carica dinamica del brano si moltiplica esponenzialmente. Come elemento a disposizione del compositore, il silenzio rappresenta quindi un momento dinamico di picco assoluto. Come e più di un fortissimo, prende forza dalla narrazione temporale della scrittura, caricando le note di attese risolutive, restituendole con più forza e potenza che se urlate senza soluzione di continuità.

Se cammino per una discesa dolce per arrivare all’interno di una grotta sarò preparato gradualmente all’ambiente sonoro che ho intorno, se cado in una buca profonda e buia mentre sono a una festa di carnevale, lo stacco immediato tra il frastuono e la totale assenza di rumori mi farà percepire come estremamente più “forte” il silenzio a cui assisto. I suoni che precedono e seguono la loro assenza hanno bisogno del silenzio, e il silenzio ha bisogno di quei suoni.

Il silenzio è il colore assoluto in grafica, il momento netto: lo sa bene chi si occupa del montaggio dei film. Per sballottare a destra e a manca l’attenzione degli spettatori usa contrasti tra fortissimi, pianissimi, rumori assordanti, improvvisi e assoluto silenzio.  Eppure chi ascolta un silenzio scritto partecipa all’esecuzione in maniera attiva: diventa esecutore del silenzio con il musicista che lo esegue ed è questa fugace comunione di ruoli, unita al distacco netto che si genera quando il silenzio arriva al suo termine, a regalare momenti di verità assoluta.

Uno dei silenzi che preferisco non è mai scritto in partitura ed è quello tra la fine di un brano eseguito in prima assoluta e l’inizio del successivo. Lo trovo pura verità: non è scritto dal compositore, ha una durata, un’intensità e una qualità del tutto variabile.  È un silenzio scritto in tempo reale dalle contingenze: autogenerato. L’ascoltatore è disarmato, attende un segnale che spieghi o rappresenti la fine del brano precedente e, pronto all’applauso, attende appeso ad un filo un cenno inequivocabile che permetta di liberare la tensione accumulata dal racconto.

È uno dei silenzi più vivi e pulsanti che conosca e che più mi ricorda il brivido che si prova quando una musica ben scritta ed eseguita tocca corde emotive che non credevamo di avere. Il silenzio è anche attesa, quindi. Un’attesa carica di aspettative per qualcosa che succederà e di soddisfazione risoluta per quello che è appena successo.  In un discorso scritto, il silenzio non ha nessun suono ma può essere rappresentato da un punto o da un paragrafo, e se staccato di vari spazi ottiene un effetto molto simile: ci aiuta a

focalizzare

meglio

un concetto.

Oppure ci incuriosisce e ci soprende, spezza

la nostra attenzione e ci tiene

sospesi

mentre scopriamo

cosa

viene

dopo:

.


Massimo Martellotta è polistrumentista, compositore, cofondatore dei Calibro 35. Ha recentemente pubblicato il progetto solo One Man Sessions in 5 Album: dai sintetizzatori al piano preparato passando per un’orchestra intera. Il tutto composto e realizzato in solitaria.

Le immagini sono tratte da Musicage di John Cage.

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