Il senso della memoria

di Laura Testaverde

L’isola dei senza memoria è un piccolo mondo lontano dalla nostra realtà, i cui abitanti sono abituati a “perdere qualcosa”, come i personaggi dei romanzi che la protagonista scrive per mestiere. Gli isolani perdono la memoria degli oggetti che, di conseguenza, non hanno per loro più significato e utilità. Il fenomeno viene definito scomparsa, sebbene non tutto scompaia davvero. Quasi nessuno può sfuggire a queste continue sottrazioni, così come quasi nessuno può fuggire fisicamente dall’isola, perché i traghetti sono scomparsi, quindi ormai inservibili.

Quando tra gli oggetti scomparsi troviamo, per esempio, un francobollo o un carillon, ci accorgiamo di come l’esperienza degli isolani sia vicina alla nostra realtà quotidiana, in cui cose un tempo comuni hanno silenziosamente perso la loro funzione e il loro senso. Attraverso questo richiamo alla nostra esperienza l’autrice ci mette da subito in guardia contro la minaccia d’estinzione di altri elementi più importanti, fondativi della nostra umanità e del nostro vivere sociale: ci suggerisce di far attenzione, perché anche la perdita di peso della cultura, l’annullamento della memoria storica o della libertà individuale possono avvenire senza scossoni, senza grande fragore, nell’indifferenza generale. L’immaginifica fantasia di Yōko Ogawa è una lente di ingrandimento puntata sul nostro vissuto, per coglierne aspetti apparentemente banali e trascurati e individuarne la vera portata.

La narrazione in prima persona conduce il lettore a seguire il processo lento ma implacabile che spinge gli isolani verso un baratro che presagiscono, ma si rifiutano di immaginare. Il suo tono è tinto di nostalgia, ma anche quieto, pacato, quasi a veicolare il senso di rassegnazione di tutti coloro che subiscono le scomparse, il loro abbandono al proprio ineluttabile destino. Eppure, l’affetto che lega la protagonista ad alcune delle poche persone che non dimenticano la trasforma in un baluardo della resistenza all’ignavia dei suoi compagni di sventura e al potere costituito che vuole l’uniformità, la sottomissione di tutti al destino comune. Mentre la polizia segreta, braccio forte del governo dell’isola, reprime e perseguita “i diversi”, la protagonista, per sua natura soggetta a subire passivamente le scomparse, cerca invece la forza di combatterle, grazie a quanto le ha lasciato la madre e all’appoggio dell’uomo che ama.

I rastrellamenti operati dalla polizia segreta, i campi di concentramento in cui vengono probabilmente rinchiusi coloro che non dimenticano e la protagonista, che scrive per lasciare traccia di sé, per non arrendersi all’annichilimento, sono chiari richiami all’Olocausto e al Diario di Anna Frank. Però, nel piccolo mondo senza memoria, a perdere non sono i perseguitati, ma coloro che, pur costituendo la maggioranza dominante della società, non hanno nemmeno tentato di vincere la propria ignavia e di prendere posizione contro i persecutori.

La narrazione limpida e asciutta di Ogawa è lo strumento perfetto per trasmettere il suo immaginario surreale, a volte grottesco e inquietante. La protagonista racconta di una bambina cresciuta con le membra costrette in una scatola e deformate fino a farle assumere l’aspetto di un enorme insetto, e di servitori che puliscono l’argenteria chiusi in una stanza buia, senza fiatare tutto il giorno, fino a che non sono più capaci di parlare e poi, nel suo romanzo, scrive la storia di una donna che perde la voce e, con essa, la forza di allontanarsi dall’uomo da cui credeva di essere amata.

In quest’ultimo “racconto nel racconto”, Ogawa parla di un altro tipo di violenza, che causa la perdita di sé: la violenza subita per amore, o per paura di non essere in grado di ricostruire la propria personalità distrutta, una volta sfuggiti alla “protezione” del proprio aguzzino. Nella narrazione metaforica, la fase del rapporto in cui si crea la dipendenza e la progressiva perdita di forza e motivazione di chi subisce continue vessazioni fisiche e psicologiche trovano un’espressione molto più efficace di quanto possa dare loro un articolo di cronaca su violenze domestiche e femminicidi.

Uno dei termini che ricorre più spesso nel testo è kokoro, che indica il cuore, come centro delle funzioni spirituali ma anche psichiche dell’essere umano, oltre che il sentimento, il nucleo delle cose o il cuore come organo. Inizialmente mi sono chiesta se i ricordi spariscano dal cuore, dall’animo, oppure, invece, dalla mente, dalla coscienza. Man mano mi è stato chiaro che a sparire non è tanto la memoria in sé: con un certo sforzo i personaggi riescono persino a ricordare i nomi delle cose e la loro funzione, però esse non suscitano più in loro alcun richiamo emotivo, né alcun sentimento. I ricordi degli isolani scompaiono in primo luogo dal cuore, dall’animo, che si indebolisce e si riempie di vuoti a ogni nuova scomparsa. L’indebolimento dello spirito, l’inaridimento del cuore è la condanna di questo popolo che non ha la forza di lottare per i propri simili, nonché la causa della sua perdizione. Ed è l’infiacchimento dell’animo, lentamente vuotato dei sentimenti, a perdere la donna segregata dal suo amante.

Quello che un essere umano riesce a esprimere nell’arco della vita è quello che lascia di sé, quello che sopravvive all’annientamento totale della morte, e per esprimere deve sentire, provare sentimenti e lasciare che essi lo guidino. Un animo vuoto, senza più memoria di ciò che ha conosciuto e amato, è debole e soggetto alla volontà altrui. Esprimersi in qualche modo, scrivendo o parlando, permette all’uomo di ricordare in primo luogo a se stesso chi è e cosa conta per lui, e di lasciare memoria di sé negli altri, perché possano trovare ispirazione e forza nelle sue esperienze.


Laura Testaverde traduce dal giapponese. Per il Saggiatore ha tradotto Vendetta e Nuotare con un elefante tenendo un gatto in braccio, entrambi di Yoko Ogawa.