Il pezzo che manca

di Giacomo Di Girolamo

Matteo Messina Denaro è imprendibile e fortissimo. Lo Stato lo cerca e non lo trova, spuntano sempre nuovi adepti, che lo venerano, come un Dio, anzi, come un santo. No. Matteo Messina Denaro è un boss sempre più solo. Lo Stato gli sta facendo terra bruciata addosso. Il conto alla rovescia per il suo arresto è iniziato. Lo hanno detto pure al telegiornale. Due scuole di pensiero si affacciano dopo gli arresti dell’operazione Anno zero (22 persone in manette, nel cerchio magico del padrino di Castelvetrano): quelli che dipingono Matteo Messina Denaro come un boss forte e imprendibile, e quelli che invece vedono lo Stato avvicinarsi. Poi c’è la sintesi, che è il mainstream dell’antimafia da alcuni anni: Messina Denaro è forte e terribile, ma lo Stato lo sta per acchiappare. Un discorso che sento da quando mi occupo di Mafia, cioè da circa 25 anni. Stiamo per prenderlo, stiamo per prenderlo. Stiamo per.

E allora, cosa dire dopo l’operazione antimafia Anno zero? Me lo chiedono in queste ore giornalisti che mi chiamano un po’ da tutto il mondo. Cosa dire, che è già sbagliata la domanda. Dobbiamo infatti commentare non l’ultima operazione antimafia, ma le ultime operazioni antimafia, dato che solo nel 2018 abbiamo assistito ad una serie impressionante di imponenti operazioni contro ciò che resta di Cosa nostra da Palermo a Castelvetrano.

Questo è un dato importante, perché ci arriva ancora una volta la conferma della grande efficacia dell’azione di repressione di magistratura e forze di polizia contro l’ala militare di Cosa nostra, che poi è rappresentata dai Corleonesi, dei quali la famiglia mafiosa di Messina Denaro è emanazione. Basta guardare le facce, degli uomini arrestati ieri. Senza essere lombrosiani, hanno un destino scritto in volto. Sono, questi, criminali di un tempo che fu, mafiosi irriducibili. Nelle montature, nella postura, nelle occhiaie. E basta guardare anche il loro profilo criminale : hanno tutti parenti “illustri” tra i mafiosi, o sono pregiudicati per fatti di Mafia, o sono sorvegliati speciali di Mafia. Sono del “giro”. Anche le intercettazioni, ci restituiscono l’immagine di questi uomini fuori dalla civiltà, che commentano con barbarie come atto giusto l’omicidio di un bambino di dodici anni, e perché lo fanno? Perché dietro le loro vite si nasconde la malinconia per quella Mafia che fu, e che vorrebbero rappresentare.

Ma non ci riescono. Provano a riorganizzarsi, e lo Stato li acciuffa. Escono di galera, e ci rientrano. Perché non ce la fanno. Sanno di avere le cimici pure nel culo, mi si permetta il francesismo, ma parlano apertamente di estorsioni e attentati, di Iddu (cioè Matteo) e di pizzini… Gli inquirenti giocano con loro come il gatto con il topo. Li fanno girare un po’, gli danno corda, poi, ad un certo punto, arriva la zampata. E ti saluto.

I loro avvocati, poveretti, li assistono sempre più stancamente. Non c’è piacere, a difendere questa gente qui, è battaglia persa. E Matteo Messina Denaro? Di lui sappiamo sempre meno, paradossalmente. Prendiamo per buone frasi che sentiamo nelle intercettazioni, afferriamo sillabe e captiamo gesti per rispondere alla domanda che si fanno tutti da 25 anni: dove minchia è? È come l’orizzonte, il nostro Matteo, più è vicino, più è lontano. A me interessa poco di dove sia Messina Denaro. Piuttosto mi chiedo: quanto davvero ci importa ancora di questa Mafia puzzona e stracciona, che fa sempre le solite cose, gli stessi errori? Complimenti a chi fa le indagini, chapeau. Ma manca sempre un pezzo, nel nostro ragionare di cose di Mafia. Perché tanto efficaci siamo nella caccia al mafioso di strada, quanto assenti siamo nella caccia al mafioso da studio, a quello che parla con le alte sfere, con la politica, a quella Mafia nuova, che va oltre ogni concetto di organizzazione criminale classica, e che io chiamo Cosa grigia.

Mi riferisco all’area enorme, e che appartiene a tutto il Paese, mica solo al corno ottuso di Sicilia dal quale vi scrivo, di complicità, in cui pezzi della classe dirigente si sono “fatti” Mafia, facendo proprie regole e metodi mafiosi per regolare i loro affari. Un esempio? Una volta gli imprenditori del nord Italia si rivolgevano alla camorra per smaltire illegalmente i rifiuti nelle cave della Campania. Adesso, raccontano le cronache, in Campania non ci sono più i roghi di rifiuti tossici. Sono in Lombardia. Perché? Gli stessi imprenditori hanno capito che gli conviene molto di più farseli da soli, i roghi. Qui c’è un articolo che riassume bene la vicenda.  Arrestiamo, giustamente, l’imprenditore che con il suo centro scommesse fa fare soldi alla cosca di Castelvetrano. Bene. Ma lasciamo nella totale impunità -perché non indaghiamo, non ci interessa, non conviene neanche investigare – chi, quando, come e perché ha permesso, negli ultimi anni, che l’Italia divenisse una sorta di centro scommesse naturale. Ho fatto un esempio, ne potrei fare tanti altri.

Abbiamo vinto la nostra lotta alla Mafia. Matteo Messina Denaro è un boss solo. Ma per fare l’ultimo miglio dobbiamo davvero intervenire sui legami di complicità con la Mafia, con tutte quelle relazioni che da sempre sono la forza della Mafia: le omissioni, le connivenze, il girarsi dall’altra parte, lo sterile parlarsi addosso di certa antimafia. Lo prenderemo Messina Denaro, lo dobbiamo prendere. Ma questo avverrà solo quando, parafrasando Gaber, le istituzioni cominceranno ad avere paura non tanto di “Matteo Messina Denaro in sé”, quanto del “Matteo Messina Denaro in me”.


Giacomo Di Girolamo, giornalista, si occupa di criminalità organizzata e corruzione per il portale d’informazione Tp24.it e per la radio Rmc 101. Collabora con la Repubblica e Il Sole 24 Ore, e per le sue inchieste ha vinto nel 2014 il Premiolino. Con il Saggiatore ha pubblicato Cosa Grigia (2012), Dormono sulla collina (2014) e Contro l’antimafia (2016). Giacomodigirolamo@gmail.com