Il mondo in una sola frase

di Luca Fusari

Anche solo sfogliando qualche pagina, ci si accorge che Ossa di sole è prosa e poesia, flusso di coscienza a ruota libera e ossessione per le minuzie della memoria soprattutto per via della ferma volontà dell’autore di non usare mai il punto fermo. «Vorrei proporti la traduzione di un libro fatto di una sola frase»: come tirarsi indietro, sentendosi presentare il libro di Mike McCormack in questi termini. Ossa di sole si profilava da subito un libro complicato, sì, ma da affrontare e riscrivere in maniera non diversa dal solito: leggendolo con l’attenzione del traduttore, cioè al ralenti; assimilandone il ritmo e il tono per cercare di riprodurli in un italiano il più rispettoso possibile dell’effetto originale; cercando le parole chiave, i grimaldelli retorici e così via.

A ben vedere, invece, l’assenza del punto fermo nelle 223 pagine di Ossa di sole toglie al traduttore un puntello psicologico che può sembrare superficiale ma si rivela fondamentale: è vero, una forma del testo c’è, il ritmo è comunque scandito dal paragrafo, dagli a capo, da una schiera piuttosto fitta di rimandi interni sintattici e tematici, ma togliere il punto è una sfida a togliere la carta da cui dipende tutta la stabilità del castello, negare la possibilità di una scansione in capitoli, scacciare dalla pagina i bianchi tipografici, esiliare la numerazione o i titoli delle varie sezioni (che ci sono: è vero, è un libro fatto di una sola frase, ma è una frase creatrice di mondi, che attraversa in poche ore di tempo sospeso, cioè un’eternità, l’intera vita, parlando della quotidianità di un angolo di Irlanda rurale, di amore e tradimento, di gente che impazzisce o ha improvvise illuminazioni cosmiche, che tradisce o si innamora; parla di fede e bestemmie, di politica, di ingegneria, di un genio autistico che passa la vita a progettare una città, di tribù mongole, dell’essere padri e dell’essere figli. È una frase che parla dello “stare al mondo”, in vita e in morte. «In questo libro c’è tutto», direbbe una pigra fascetta).

Levato il punto, insomma, si finisce per tradurre in apnea o, tanto per aggiungere l’ennesima similitudine al catalogo inesauribile de «la traduzione è…», si traduce come se corressimo su un rettilineo interminabile, senza cartelli a darci la direzione perché la direzione è soltanto una, «verso la fine», ma affrontando salite, discese, tratti di sterrato, buchi, ponti, prendendo le misure a ciascuno di essi nel momento stesso in cui lo si attraversa: nemmeno una lettura preliminare basta, con un libro come questo, a farsi un’idea. È come leggere sulla cartina l’altezza delle montagne da scalare. Arrampicandosi poi, magari, su due impalcature: una è quella più evidente e tradizionale interna al testo, da studiare per capire com’è costruito, dove sono le fondamenta e le colonne portanti; l’altra, in assenza dei punti fermi/punti d’appoggio, è esterna, e più che un’impalcatura è un reticolo come quelli che si usano per copiare un disegno in scala, utile a rispettare le proporzioni e a isolare gli elementi da riprodurre. Nel mio caso, con Solar Bones/Ossa di sole, il reticolo sono stati le sottolineature e gli appunti presi direttamente sulla pagina dell’originale. Eccomi quindi a tirare righe e sbarrette, a disegnare frecce, a segnare uno a uno i pezzi del testo, da smontare e rimontare nella lingua e nella cultura di arrivo. A scrivere prima di cominciare a scrivere; a disegnare, quasi, una mappa.

Sempre a proposito di similitudini: nel 1968 la città di Londra vendette il London Bridge a Robert P. McCulloch, presidente della McCulloch Oil Corporation, che lo fece smontare e ricostruire sul lago Havasu, in Arizona. Marcus Conway, la voce narrante di Ossa di sole, fa l’ingegnere. Uno degli snodi cruciali della trama del libro riguarda la sua partecipazione a un convegno sulla costruzione dei ponti. Tradurre il suo monologo è stato come smontare il ponte di Londra un pezzetto alla volta, numerando i mattoni dal primo all’ultimo per ricostruirlo nella lingua/cultura d’arrivo rispettando l’ordine in cui erano stati assemblati. Mettendola su questo piano, la rinuncia al punto fermo equivale all’assenza di un progetto: rende il ponte da traslocare un monolite, una campata da attraversare d’un fiato senza perdere l’equilibrio. O, parlando di fiato, un lungo respiro da seguire più secondo le modalità della lettura ad alta voce che della scrittura (uno degli elementi più sorprendenti di Ossa di sole sono, tra l’altro, le parole sulle quali il respiro della voce narrante va a spegnersi, e non dico altro per non rovinare il finale a nessuno); una lunga tirata che – come il traduttore con il compito di dare ordine alla materia sfuggente del testo, fosse anche soltanto per poterlo disordinare con cognizione – si affanna a dare una qualche organizzazione e logica al caos:

«quattro uomini, un avvocato, un dottore, un ingegnere e un politico devono decidere qual è il più antico dei loro mestieri e l’avvocato dice che di sicuro è il suo perché all’alba dell’umanità Caino uccise Abele – e di sicuro c’è voluto un processo, dopo, e ci sono voluti gli avvocati, quindi senz’altro la professione più antica è la sua, ma il dottore scuote la testa e dice che, prima di Caino e Abele, Dio ha creato Eva dalla costola di Adamo e per farlo c’era sicuramente stato bisogno della chirurgia e dell’assistenza post-operatoria, e ciò dimostra che la medicina era il lavoro più antico ma a questo punto l’ingegnere prende la parola e dice vi sbagliate tutti e due perché all’alba della creazione non c’era altro che il caos finché Dio non

ha tirato fuori il cielo e la terra e questo monumentale atto di creazione è stato la prima opera ingegneristica e che altra prova volevano per capire che l’ingegneria era la più antica tra le professioni al che il politico, che fin lì aveva ascoltato in silenzio, chiede all’ingegnere se ha capito bene – il cielo e la terra sarebbero nati dal caos grazie all’ingegneria – al che l’ingegnere risponde sì e il politico dice

secondo te chi l’ha creato il caos»


Luca Fusari traduce narrativa e saggistica dall'inglese. Per Il Saggiatore ha tradotto tra gli altri Thomas Ligotti, Joyce Carol Oates e Iain Sinclair.

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