Il mito della disgregazione nel racconto di Andreas Moster

di Silvia Albesano

È un microcosmo scarno, elementare, eppure claustrofobico, quello creato da Andreas Moster, forse per il silenzio minaccioso in cui è avvolto, o per la densità simbolica di ciascuno dei suoi elementi: una montagna incombente, una cava di pietre, un paese-prigione, un muro, la piazza, la stazione da cui nessuno sembra essere mai davvero riuscito a partire. Anche il tempo è circolare, un tempo biblico che non offre scampo: l’alba, il tramonto, la festa del raccolto, sempre così, fino alla fine. Un giorno, però, il cerchio si spezza e dal treno scende un uomo venuto da fuori che attira su di sé sospetti e attese ugualmente feroci. I padri temono per il futuro della cava, le figlie sperano di andarsene con lui, di sottrarsi a una violenza che non serve nominare per quanto è onnipresente, pervasiva: la sproporzione mostruosa dei castighi, le madri vinte, impietrite, i cani massacrati di botte nei recinti senza un motivo. L’uomo, il corpo segnato da una strana malattia – tanti i corpi oltraggiati, nel libro: ferite, orli slabbrati, suture imperfette, escrescenze, tagli, abrasioni –, più che un liberatore, un artefice, è uno strumento inconsapevole, oggetto di un odio e di un desiderio che lo trascendono facendone la vittima sacrificale designata, a cui viene addossata la responsabilità della deflagrazione che sventra la cava e quella della morte di una ragazza.

Eventi inauditi, plateali, che spezzano anche fisicamente il silenzio – con il fragore delle cariche esplose, l’urlo disarticolato delle madri – e sanciscono la fine del paese come è sempre stato, innescando la ribellione, delle madri per le figlie, delle figlie per sé e per le madri. Perché la violenza, nel paese-prigione, è tutta maschile: non c’è nessun patriarca venerabile, solo padri-padroni ai quali le levatrici porgono le figlie appena nate dicendo «Eccola. Ora fanne ciò che vuoi», sotto gli occhi spenti delle madri. E Georg Musiel, l’estraneo, non è certo l’eroe senza macchia venuto per riscattare le sorti della comunità e rifondarla, quanto piuttosto qualcuno da proteggere, accudire, nella speranza di potersene servire al momento opportuno, per fuggire, perché non c’è niente da salvare, né c’è mai stato. Se di un mito si tratta, e sotto molti aspetti, Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati ne ha il respiro, è un mito negativo, non di fondazione ma di morte, di disgregazione. Andarsene, sì, perché «non si può più restare», scendere a valle «assecondando la forza di gravità», ma verso che cosa?

La prosa ha il passo cadenzato, dolente, del corteo funebre che a un certo punto si inerpica su per la montagna, verso la cava, per la definitiva resa dei conti, ma avvince, tiene incollati, anche per l’andamento fortemente iterativo, percussivo quasi, come i colpi di piccone nella cava: frasi brevi, concatenate attraverso il ricorrere insistente delle stesse parole, comuni, quotidiane – per lo più nomi di cosa, persona, animale, oltre ai nomi propri delle ragazze –, riproposte in un’infinita varietà di combinazioni e incrementate, svelate nelle loro implicazioni più nascoste, con studiatissima gradualità. Un lessico all’apparenza primitivo e nudo come il paesaggio umano e materiale che descrive, rarefatto ma spiazzante, a tratti, per la comparsa improvvisa di termini tecnici, soprattutto anatomici e medici (laringe, tendini, cortisone) oppure giuridici (procuratore) oppure inaspettatamente ricercati (stele), che non si sa bene quanto prendere sul serio, perché scartano in modo sensibile dal registro complessivo e sbalzano di colpo il lettore (e il traduttore) fuori dalla vaghezza spazio-temporale dell’apologo, senza però offrire loro saldi appigli alternativi.

Dove siamo? In quali montagne, in quale paese? Quando? Quanto tempo fa? Ma importa davvero saperlo? In un contesto in cui la cava è una ferita nel fianco della montagna; le cicatrici sul ventre di Musiel una costellazione spezzata; gli occhi di Séraphine sono stagni coperti di foschia; Lilianne è un bosco scuro; i padri, la notte, ma anche il diavolo; lo straniero, il giorno, ma anche il montone, il capro… Viene da pensare di no. Anche perché, di simbolo in simbolo, lo scenario torna subito a dilatarsi, in una compenetrazione inestricabile di umano e naturale, terrestre e metafisico, in cui si avverte al di sopra di ogni altra cosa un dolore che è di tutti, di tutto, di cui non si rintraccia l’origine e che nessuno sa dire. Così alla fine, quando l’abbandono del paese da parte di una delle ragazze viene chiosato con la parola Glück, e sono stata costretta a scegliere tra i diversi significati del sostantivo tedesco, che può voler dire «fortuna, caso fortunato», ma anche «felicità», per quest’ultima mi è mancato il coraggio.


Silvia Albesano traduce dal tedesco. Per il Saggiatore ha tradotto, tra gli altri, Caro collega di Gustav Mahler e Un giorno è un anno è una vita di Jürgen Trimborn.