I primi titoli del 2018

Un resoconto letterario de il Saggiatore

di Andrea Gentile

Le mattine iniziano sempre allo stesso modo. Provare a uscire dal torpore, restare sospesi tra il sonno e la veglia, nella prima lotta interiore del giorno. Prima o poi, la veglia vince. Si oscilla, per qualche minuto, tra la gioia della vittoria e la malinconia dell’oscurità. Poi arriva un’immagine. Molto spesso è sempre la stessa. Non è il primo frammento di realtà che vediamo – prima ancora ci saranno il lembo del lenzuolo, il pavimento, le pantofole, il volto amato accanto (ma compresso, teso, in un altro mondo, oppure celestiale, nitido, sempre in un altro mondo) – ma è la prima immagine dentro la quale ci sentiamo davvero svegli, davvero presenti. Quell’immagine è il timbro sul passaporto: siamo davvero pronti a venire al mondo un’altra volta.

La mia mattina inizia sempre così: una porta. Vado in soggiorno e dalla finestra vedo una porta chiusa. È grigia, levigata, non moderna ma come nuova. Nella casa di ringhiera, guardo per qualche secondo la porta e immagino quello che sta accadendo lì: dietro quella porta. Nella casa dalla porta grigia ci vivono una signora anziana e suo marito. Suo marito: non sembra stare bene. Non esce quasi mai, non ha la forza nelle gambe. Chissà nella mente.

Saranno già in cucina, anche se è soltanto l’alba. Non è possibile intuirlo, le serrande del loro soggiorno sono sempre abbassate, ma riesco a vedere l’esatto istante in cui il biscotto, inondato di troppo latte, crolla, come una torre, nella tazza. Conosco a memoria quella porta, anche facilitato da una mia idiosincrasia per le tende. Non amare le tende, però, può essere un atto violento.

Un pomeriggio ho visto tutto. Fuori dalla porta dei vicini c’erano alcune persone, tra cui un paio di adolescenti. Nessuno, prima, era mai andato a visitare la coppia di anziani. L’atmosfera era quella: una burocrazia da compiere, una scocciatura. Telefonare alle onoranze funebri. Una parcella da pagare. Portare via quel corpo.

Lui è morto. Lei morirà presto, ora che è da sola. Morirà in una residenza per anziani.

Le mattine sono rimaste uguali. Ho continuato a guardare la porta grigia, per qualche secondo. Dall’altra parte, nel mio mondo, c’erano sempre loro due, marito e moglie. Una vestaglia, quella di sempre. Un pigiama a quadri, sempre più sbrindellato. Il biscotto che crolla nel latte.

La porta era sempre uguale. Grigia, levigata.

Ma una mattina, all’alba, tutto è cambiato. Mi è sembrato di vedere qualcosa di diverso. La porta era cambiata. Ho osservato bene, per quel che potessi, nel buio dell’alba milanese. C’era un dettaglio nuovo. In basso, a sinistra – ora lo si vedeva bene, per un gioco di illuminazione elettrica e cielo ancora buio – la porta non era più levigata: c’era una crepa. Una piccola crepa. Era nuova? Era stata creata da qualcuno di passaggio? O c’era sempre stata? Si trattava di un mutamento della mia geografia? O, avevo, semplicemente, visto qualcosa di nuovo in qualcosa di familiare?

Il giorno dopo, e i giorni a seguire, non indagai: continuai a osservare la porta verso il centro. Lì nulla sarebbe cambiato.

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Vedere qualcosa di nuovo in qualcosa di familiare. Si tratta di un ottimo strumento per vivere al meglio i progetti. Cosa è accaduto al progetto editoriale de il Saggiatore? Nel corso degli anni, la casa editrice ha rifocaIl-colore-della-memorializzato la sua identità, lavorando a un macrotesto fatto di classici e contemporanei, esplorando una propria poetica non soltanto espressa tramite i testi, ma anche tramite l’oggetto libro e altre innumerevoli variabili.

Molto è accaduto in questi anni – la focalizzazione della produzione in un’unica collana, la Cultura è, per esempio, un passo importante di questo rinnovamento – e molto dovrà ancora accadere, se è vero che ogni progetto è tale solo se in divenire.

La politica di costruzione autoriale, che quasi sempre coincide con progetti che non riguardano un solo libro – spesso con gli autori si progettano percorsi lunghi, che diventano autentici viaggi d’intesa – ha iniziato, tra le altre cose, a generare una sensazione che coinvolge il gruppo di lavoro interno, i traduttori, gli autori e molti altri professionisti: la sensazione, cioè, di un progetto condiviso, di un’unità di intenti a larga scala.

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I progetti autentici sono, però, quelli che sono in grado di rinnovarsi, di non stare fermi. Bisogna dunque vedere qualcosa di nuovo in qualcosa di familiare.

Dopo quattro anni consecutivi di grande miglioramento di fatturato e di copie vendute, dunque, il 2018 si configura, ancora una volta, come un anno importante. Il sessantesimo anniversario della casa editrice – più lunga oramai la gestione di Luca Formenton di quella del fondatore, Alberto Mondadori – coincide, dunque, con un ulteriore passaggio di rinnovamento editoriale. Nessuno stravolgimento ma un’accelerazione di prospettiva. La confluenza di molti nuovi autori letterari nel progetto saggiatoriano – autori che dunque seguono lo stesso percorso fatto, e ancora da compiere, con autori come Joan Didion, Thomas Ligotti, Geoff Dyer, Joyce Carol Oates, David Peace, o Vittorio Giacopini, Filippo Tuena, Giancarlo Liviano D’Arcangelo e altri – raggiunge forse, numericamente, il suo recente apice in questo 2018. Naturalmente, questa costellazione dialoga con i classici, i nuovi classici, i libri di autori che hanno già pubblicato con il Saggiatore e le opere che, in libreria, finiscono nei settori di “saggistica”.

Per continuare a costruire un discorso poetico e culturale. Per vedere qualcosa di nuovo in qualcosa di familiare.

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Ecco dunque un resoconto di alcuni libri letterari – laddove la semplificazione è d’obbligo, se è vero che tutto, dai libri di economia a quelli di scienza a quelli di musica, entra a far parte di un discorso letterario-politico tout court – in uscita nei primi mesi del 2018.

Tre gli esordi narrativi dei primi cinque mesi dell’anno. L’essenza di Voragine di Andrea Esposito è ben incarnata dalla scultura di Thomas Junghans in copertina. Siamo di fronte a un libro sassoso, che tenta la disgregazione dello spazio-tempo. Una periferia esangue tra ruderi e carcasse di automobili. Un certo Giovanni (“Signore, chi è colui che ti tradirà?”), una regione più scura del sonno, un padre che svanisce. La secchezza della lingua, che si fa scatto, balbettio, ritmo, genera un romanzo che oscilla tra Thomas Bernhard e László Krasznahorkai.

Ancora  pietra, terra, fango in Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati, primo libro del tedesco Andreas Moster, tradotto da Silvia Albesano. Siamo in un piccolo villaggio isolato, che vive di estrazione di calcare. Arriva uno straniero. Sta zitto: soltanto, rivolta piccoli sassi che stanno in cima a un muretto. Da questo gesto inizia la fine. Scompare una ragazza, gli odi e i dissapori degli abitanti del villaggio vengono a galla in una gelida e asburgica Twin Peaks. Tutti si accusano a vicenda e lo straniero – il cui compito era chiudere la cava di calcare, sancendo così la morte del villaggio – rischia di diventare il capro espiatorio di tutti. Ecco l’incipit del romanzo:

 

«Un uomo viene da noi in paese a voltare le pietre e le teste delleragazze. Le pietre sono su un muro bianco, che ripara il paese dalla parete della montagna. Le ragazze stanno sedute in piazza e osservano l’uomo rivoltare le pietre. L’uomo si aggira lungo il muro, solleva le pietre con la mano destra e le rimette a posto girate al contrario. Le teste delle ragazze seguono le mosse lente dell’uomo che costeggia il muro. Nella mano sinistra ha una valigia, la figura sottile, alta di statura, è un po’ inclinata a sinistra, per il peso della valigia. Le ragazze hanno visto l’uomo tirar giù la valigia dal treno. Non hanno niente da fare, la loro noia sta sospesa nell’aria pesante come un temporale, tengono le mani tra le gambe e guardano l’uomo che cammina lungo il muro bianco e rivolta le pietre. Quando raggiunge la fine del muro, le ragazze trattengono il respiro. L’uomo rivolta l’ultima pietra e posa la valigia. Adesso può succedere di tutto: il cielo può dissolversi, la montagna può precipitare a valle, l’uomo può finire a terra. Le ragazze possono sventrarlo mentre è ancora vivo. Ma non facciamo niente.»

Giunge come una cometa, poi, La carne di Emma Glass, inglese, romanzo compresso nella mole e nello stile che inaugura una nuova voce. Una ragazza vegetariana viene barbaramente aggredita e seviziata da un uomo fatto di salsicce, che poi non smette di perseguitarla. La ragazza sente qualcosa crescere mostruosamente dentro di lei. Poi assale, con l’aiuto della sua famiglia, l’uomo fatto di salsicce. Lo mangia. Questo l’incipit, per la traduzione di Franca Cavagnoli:

«Vischiosa appiccicosa appiccica appiccicaticcia lana lacerata bagnata, avvolta intorno alle ferite, cuce la cute squarciata mentre cammino, raschio la mano guantata contro il muro. Mattoni rossi ruvidi rompono la lana. Rompono la pelle. Pelle rossa ruvida. Testa rossa ruvida. Tiro via il guanto di pelo dalle dita con una smorfia, mentre i fili strappati grattano i graffi sulle nocche. È buio. Il sangue è nero. Secco. Crepa crepitio crepitante. L’odore di grasso bruciato mi intasa le narici. Avvicino le dita alla faccia e tolgo l’unto. Si attacca alla lingua, striscia in bocca, slitta sui denti, sulle guance, gocciola in gola. Vomito. Il vomito è rosa al chiaro di luna. Polposo. Crasso. Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi. Inghiotto. Sa di polpa. Carne.»

Altri due poi i nomi nuovi per il pubblico italiano. Autori molto diversi, già noti nei paesi di provenienza, ma mai stati pubblicati in Italia.

L’inglese Olivia Laing esordisce in Italia con Città sola (traduzione di Francesca Mastruzzo), un libro pieno di fascino, molto letto negli Stati Uniti: una passeggiata nella solitudine interiore e cittadina, tra Hopper, Warhol, Henry Darger: ma soprattutto una scrittura profonda, che fa di questo libro un vero autentico romanzo sulla solitudine nel mondo contemporaneo.

Con Mattina d’inverno con cadavere, poi, esordisce in Italia l’ungherese László Darvasi, tradotto da Dóra Várnai. Siamo di fronte a una raccolta di racconti molto originale, un Thomas Ligotti ungherese, un Tarkovskij verticale: una voce che spunta dagli abissi, lontano da ogni categorizzazione. Un autore in perfetta linea d’immaginario con Thomas Ligotti.

Esordisce poi, con il Saggiatore, Alessandro Gazoia, al suo terzo libro dopo Come finisce il libro e Senza filtro. Il suo nuovo libro è Giusto terrore. Storie dal nostro tempo conteso e certifica un’ulteriore densità di prospettiva di questo autore, che spinge la sua scrittura sempre di più su un orizzonte letterario. Giusto terrore: il verbo si fa carne, la carne si fa corpi. Alcuni corpi si fanno proiettile, altri si fanno polvere. Un sentiero di morte, comparso dal nulla e nel nulla diretto, che tuttavia da lungo tempo incrocia le nostre strade. Ma come raccontarlo? Come separare i nomi delle vittime da quelli dei carnefici e farne simboli efficaci, farne storie, renderli fruibili, commestibili, assimilabili? E dove tracciare la linea tra presente e passato, tra storia personale e collettiva, per non finire schiacciati dall’ossessione?

È quanto si chiede il narratore, diretto a Roma per «un’ipotesi di consulenza a un progetto di documentari sul terrorismo di matrice jihadista». Il suo viaggio attraversa i luoghi dell’anima e della storia, il lessico pubblico e famigliare, le immagini finte ma veritiere dei film sulla lotta armata e quelle troppo vere dei video delle esecuzioni diffusi dal web. Unlove libro, dunque, molto profondo, che frattura qualunque soglia tra fiction e realtà.

Tra gli autori che continuano il loro percorso saggiatoriano, vi sono poi Davide Orecchio – del quale viene ripubblicato il primo romanzo di culto, Citta distrutte, con postfazione di Goffredo Fofi – e la giapponese Yoko Ogawa, molto nota ai lettori italiani, che pubblica il suo L’isola dei Senzamemoria (traduzione di Laura Testaverde), Corrado Stajano, del quale è stato ripubblicato uno dei libri più importanti, Patrie smarrite, e Giuseppe Marcenaro, con Dissipazioni. Di carte, corpi e memorie, la riscrittura di un’implicita trilogia, costituita da Cimiteri, Libri e Testamenti: una wunderkammer di ossessioni letterarie e scrittura barocca.

Tra i classici, invece, si segnala la ripubblicazione di Le montagne della follia di Howard Philipps Lovecraft (traduzione e curadi Andrea Morstabilini), l’uscita dell’inedito e atteso Kronos di Witold Gombrowicz, per la traduzione di Irene Salvatori con la curatela di Francesco M. Cataluccio, e infine la pubblicazione di tutte le opere, in un unico volume, del cantore della vita agra: Luciano Bianciardi.

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Perché sistematizzare, dare notizia?

Per sua natura, la sistematizzazione è qualcosa di parziale, fallace. Sempre, parole come quelle appena stese, saranno, per loro natura, fallimentari.

Ci sono dei punti, però, nell’asse sghembo di ogni propria linea interiore, in cui è il momento di segnare un piccolo tracciato. Nessuna teorizzazione, naturalmente, tantomeno un riepilogo di completezza.

Un tentativo di fare un passo indietro e guardare il panorama un po’ meglio, anche se è impossibile guardarlo nel suo insieme.

Lavorare ai “libri degli altri” è una questione di equilibrio, di poetica. Si tratta di credere, talvolta, nell’infinito.

Di guardare qualcosa di familiare – ciò su cui si lavora ogni giorno – con occhi nuovi.

Guardare la porta grigia, ogni mattina, e scoprirvi qualcosa di nuovo.

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Un giorno, poi, tutto è cambiato di nuovo. Davanti alla porta grigia, vidi un signore, in ottima forma, sul ballatoio. Assomigliava moltissimo al precedente inquilino. Affianco a lui però arrivò la signora. Era proprio lei. Erano proprio loro. Nessuna malattia, nessuna morte, nessuna casa di riposo. Era stata solo una ristrutturazione. La loro casa, ora, aveva un’altra luce. Anche se non potevo vederla. Della crepa sulla porta nessuna traccia.

Ora, al mattino, davanti alla porta, ci sono loro. Si svegliano all’alba e guardano fuori. Ora sono qui, e studio, con occhi nuovi, qualcosa di familiare: la luce nella loro pelle.


Andrea Gentile è il direttore editoriale de il Saggiatore / gentile@ilsaggiatore.com