‘I monologhi della vagina’: istruzioni per un dialogo

di Sarah Barberis

Per me tradurre è come scopare: è il tentativo di contattare nel proprio corpo, nella propria lingua, un punto di risonanza e di verità che viene suggerito, rivelato dall’altro corpo, dall’altra lingua, una lingua straniera. Prevede che uno impari il linguaggio dell’altro e bisogna anche accettare che alle volte questa connessione può “venire” bene e alle volte meno. L’esito di questo trasporto di senso è la generazione di un figlio, il lettore, che incarnerà la trascrizione genetica di questa fusione, ci si augura, travolgente.

Trovare l’esatta parola, intercettare quel punto di intersezione può generare un profondo abissale piacere e non mi capita mai di farlo solo per i soldi (anche perché non ne varrebbe davvero la pena). È anche un’attività che posso svolgere in un luogo pubblico senza oltraggiare la legittima morale comune. Se tradurre è scopare, tradurre Ensler per me è fare l’amore. Ovvero scopare all’interno di un progetto amoroso condiviso, che trova appoggio in un senso di fiducia e intimità reciproca. E genera creature desiderate.

Di Ensler mi sono innamorata alla prima lettura perché ha risvegliato in me qualcosa che ho sempre sentito senza saperlo comunicare e cioè che la mia vagina era un mio organico mezzo di comunicazione che non vedeva l’ora di parlare e parlare. E ho scoperto così, nel mio contraddittorio percorso femminista, che la vagina non ha i denti ma ha una lingua lunga: questo monologo di Ensler che dura da più di vent’anni non ha solo dato la possibilità di far riaffiorare i traumi di migliaia di vagine “mute” – Ensler il #metoo lo pratica dal 1996, da quando le spettatrici correvano in camerino alla fine dei monologhi per dirle che anche loro avevano subito quegli abusi, quelle molestie, erano passate per lo stesso opprimente silenzio. Anche in questa edizione – penso al rabbioso monologo “Ne ho abbastanza” – trova spazio la rabbia verso lo stupro, l’ingiustizia, il silenzio di certi maschi, la prevaricazione più crassa o più sottile ed Ensler usa ancora la parola per respingere fisicamente l’abuso. Ma i monologhi non sono e non saranno mai solo un cahier de doléance di un femminile sofferto.

In questa edizione c’è un aspetto di godimento espressivo rivoluzionario che davvero permette di intravedere, almeno nelle parole, questa famosa terza via al femminismo su cui tutt* ci stiamo interrogando e che Ensler lascia emergere soprattutto nel meraviglioso monologo “La mia rivoluzione inizia nel corpo”:

La mia rivoluzione è
Connessione non consumo
Passione non profitto
Orgasmo non possesso
La mia rivoluzione è della terra e da lei viene

e anche

La mia rivoluzione si presenta inattesa
Non è ingenua ma ha fiducia nei miracoli
Non può essere classificata, etichettata, marchiata
o perfino collocata
Offre profezie non prescrizioni
È determinata dal mistero e dalla gioia estatica
Richiede ascolto

 

Come leggerete nella nuova introduzione di Ensler di questa edizione nominare la vagina è sì un gesto necessario ma è solo il primo pezzo. Una vagina è una vagina è una vagina – rosa e soffice o nera e aggrovigliata, vecchia e giovane, discriminata, intatta o devastata, tagliente o capiente come il mondo – la vagina non è più l’organo sessuale delle donne ma è la zona di vulnerabilità di ogni individuo e tutto il progetto di Ensler si sta davvero spalancando per includere il più possibile tutte le “vagine” che hanno bisogno di parlare, in uno spirito di intersezionalità e sostegno tra minoranze – etniche, culturali o emotive – e adunanze di soggetti marginalizzati, corpi e spiriti non visti, non tutelati.

Io non credo che l’intero progetto di Ensler si preoccupi di trovare un posizionamento nel solco femminista, non penso sia quello il fulcro della pratica: piuttosto le interessa generare, attraverso la parola, la danza, l’arte e la comunicazione, un ascolto che, inseminato di nuovi concetti e aneddoti, sappia produrre emozioni, comportamenti e relazioni più sane e autentiche tra individui, soprattutto a partire da una radiosa autodeterminazione.

Come in tutte le traduzioni – e in tutte le relazioni – ci sono punti che faccio fatica a ritrovare nella mia lingua, nel mio corpo lessicale: penso a gender, empowerment e altre ancora. Sono parole che hanno abitudini e comportamenti nella realtà statunitense o nordeuropea ma che forse qua rimangono ancora sul confine e ancora stentano a trovare i corpi che le facciano vivere nella vita quotidiana. La parola genere non basta per descrivere la complessità di pensiero generata intorno ai gender studies e la parola emancipazione non racconta tutto il percorso luminescente dell’empowerment. Quelli sono casi in cui il traduttore deve arrendersi e sperare che il tempo faccia il suo lavoro perché la parola diventi un efficace incantesimo, un po’ come io spero che continuando a fare l’amore con trasporto e fiducia scoprirò in modo serendipico il leggendario punto G. Il punto non è la connessione perfetta ma la pratica che conduce a questa connessione.

Come Ensler ho molta fiducia nella comunicazione, non solo quella che denuncia ma anche quella che trasmette nuove visioni e ho la sensazione che saranno proprio le vagine – fisiche o percepite come tali – ad animare questo nuovo orizzonte di pratiche e relazioni che mi auguro si trasformi da monologo a dialogo.

Nell’immagine: Fine Art Tea Party, di Carla Walker.

Sarah Barberis traduce dall'inglese, per il Saggiatore ha tradotto, tra gli altri, Darling days di iO Tillett Wright, I monologhi della vagina e Nel corpo del mondo di Eve Ensler.