Chi è László Darvasi

di Dóra Várnai

László Darvasi è nato nel 1962 a Törökszentmiklós, ha pubblicato più di venti volumi, molti dei quali tradotti in francese, tedesco, olandese. Dopo essersi laureato in storia e letteratura ungherese, ha lavorato per alcuni anni come insegnante, quindi come collaboratore e redattore culturale del quotidiano Délmagyarország. Ha scritto poesia (la sua prima raccolta viene pubblicata nel 1991), testi drammaturgici, ed è attualmente collaboratore del settimanale culturale Élet és Irodalom (Vita e Letteratura). Premio “József Attila” (tra i più importanti per la letteratura ungherese), dal 2011 è membro dell’Accademia Letteraria Digitale, l’archivio online dei più importanti scrittori moderni e contemporanei ungheresi. Mattina d’inverno con cadavere è la raccolta di racconti con cui si presenta in Italia.

Mi sono imbattuta per la prima volta nel tuo nome grazie al grande successo del tuo testo teatrale Inchiesta sulle rose (1994). In realtà le tue prime pubblicazioni sono però volumi di poesia, a cui hanno fatto seguito diversi romanzi, raccolte di racconti, libri per bambini (alcuni riadattati anche per il palcoscenico); sono, inoltre, noti i tuoi numerosi elzeviri, a loro volta raccolti in vari volumi. Insomma, possiamo dire che hai attraversato quasi tutte le forme letterarie… Ce n’è una che prediligi? Da cosa dipende la scelta di una o l’altra?

Il caso ha voluto, e ormai vado avanti così da decenni, che io scrivessi quasi in contemporanea elzeviri, racconti, romanzi e drammi, o altri testi per occasioni particolari. Gli elzeviri sono la mia droga quotidiana. I racconti sono come cortometraggi cinematografici “a tiro rapido”. Scrivere un romanzo, invece, significa immergersi in un lavoro macchinoso e complesso, disperato e vano, un piacere e una guerra di trincea, una Doberdò, per citare un comune denominatore italo-ungherese. Il romanzo è la paura più grande. La paura più bella. Ogni settimana devo consegnare tre pezzi obbligatori, il che non è una bagattella, anzi è qualcosa di spaventoso, ma lo faccio ormai davvero da trent’anni. Mi aiutano la lingua, la fantasia e il mondo.

Hai pubblicato più di venti volumi in ungherese, firmandone alcuni a tuo nome e alcuni con lo pseudonimo di Ernő Szív, la cui vera identità però non è segreta come quella di Elena Ferrante, tutti sanno che Ernő sei tu. Come mai allora questo “gioco”? Qual è la differenza tra László Darvasi ed Ernő Szív?

Ernő Szív è il mio io più leggero, il mio io giornalista. Non ho mai nascosto chi fosse. Non volevo giocarci, mandare messaggi criptati. Credo che lui sia più ironico di me. E meno crudele. Ovviamente quando scrivi in un quotidiano, devi scrivere in modo diverso rispetto a quando scrivi un romanzo. Ernő Szív deve vedere i lettori, László Darvasi no. Per questo a suo tempo, quasi venticinque anni fa, è nato Ernő, e da allora ha pubblicato cinque volumi e ne ha altri dieci che aspettano nel cassetto. Ti racconto una storia interessante. Quando ho compiuto cinquant’anni, il mio editore mi ha chiesto di scrivere a mano due frasi, una di Szív e una di Darvasi, per farle analizzare da un grafologo professionista, nascondendogli però che si trattava della stessa persona. Szív è risultato essere un uomo gentile, simpatico, dalla mentalità aperta. Mentre Darvasi è stato ritratto come un tipo chiuso, sgradevole, crudele. Ci abbiamo riso molto. E comunque Ernő manda tanti cari saluti a Elena.

Il volume appena pubblicato con cui ti presenti ai lettori italiani è una raccolta di racconti brevi, scritti in periodi diversi e apparsi su varie riviste. Il titolo originale Isten. Haza. Csal., gioco di parole – purtroppo intraducibile – che ironizza sulla triade “Dio, Patria, Famiglia”, in Italia è stato sostituito da Mattina d’inverno con cadavere, ma è comunque rimasta la suddivisione in tre blocchi dei racconti che compongono il libro. Ci puoi spiegare come sono nati questi racconti (tra l’altro, l’edizione italiana ne contiene tre in più di quella ungherese) e come va inteso il titolo originario, a cui corrisponde la tripartizione?

“Dio, patria, famiglia” è la santa trinità delle società di impostazione conservatrice. Ma se vai a grattare appena un poco, sotto la retorica, sotto le apparenze, troverai gravi ferite interiori. Ho scritto spesso e tanto di storia. Molti miei romanzi sono romanzi storici, e anche tra i miei racconti ne trovi molti che si svolgono in Cina, in Germania, in Spagna o all’epoca di Gesù. I racconti di questo volume, invece, sono odierne storie ungheresi. Si svolgono qui vicino, praticamente dietro la porta della famiglia accanto. Dai giardini ci arriva la cenere trasportata dal vento, da sotto i portoni vediamo filtrare rivoli di sangue, attraverso i muri sentiamo i rantoli, le preghiere, tutti i ritornelli della malinconia. Nel giardino del vicino troviamo il morto sconosciuto, nella casa accanto vive lo strozzino, la vecchietta abbandonata a sé stessa, il vecchio comunista, il bambino mezzo matto. Basta fare due passi esitanti in direzione della staccionata del tuo orto per vedere tutto questo. Li vedi. Non c’è nemmeno bisogno di immaginarli. La realtà è sempre più brutale della fantasia. E poi io stesso sono un vicino, vivo qui accanto, ovviamente.

Tra i molti temi ricorrenti in questi racconti ce ne sono due che sembrano tornare con maggiore insistenza: i complessi rapporti tra genitori e figli, e la realtà di provincia in Ungheria. Tu hai vissuto a lungo a Szeged e hai parlato diverse volte pubblicamente del rapporto difficile con tuo padre. È individuabile nei tuoi racconti una prospettiva autobiografica?

In molti casi ho messo ricordi personali a friggere nell’olio della drammaturgia, questo è vero. Ma ha davvero importanza? In quanto alle città, ne ho quattro: Törökszentmiklós, una triste cittadina in mezzo alla pianura ungherese, che però a me sembra bellissima, Szeged, che si estende lungo il fiume Tibisco, e poi Budapest e Berlino. Come dicevo, il racconto per me è un breve cortometraggio interiore. Tutto a un tratto si accende una cinepresa qui dentro, e vedo scorrere veloci le immagini del film. Proprio come al cinema, vedo la storia davanti a me, ed è fatta. Spesso non c’è nemmeno bisogno di grandi modifiche, di revisione, la storia vuole solo che io ne prenda nota. Vedo un volto umano, un movimento, una postura, e due secondi dopo li racconto. Un’avventura, inaspettata. Al contrario, scrivere un romanzo è una lotta senza speranza. Una prigione, il paradiso e un gran luna park, contemporaneamente. E un manicomio.

Si sono svolte poche settimane fa le elezioni ungheresi, e ne è emersa una sorta di spaccatura tra la provincia, che ha votato in massa per la rielezione di Viktor Orbán, e la capitale, molto più variegata politicamente. Come vedi questa contrapposizione? Quanto ti interessa la politica, quanto entra nel tuo lavoro?

Solo di rado mi occupo direttamente di politica. Non mi si addice, credo. D’altra parte, sono da quasi trent’anni collaboratore del settimanale Élet és Irodalom, che è una delle principali riviste di opposizione del paese. Per le persone dell’Est europeo una delle cose più importanti è la sicurezza, perché nei loro geni è iscritta la paura dell’incertezza, dell’incalcolabilità. Questa regione di secolo in secolo continua ad allevare uomini impauriti. Che se anche ogni tanto cercano di alzare la testa, il giorno dopo si ritrovano con il naso sospinto nuovamente nella merda. Perché in qualsiasi momento può succedere qualsiasi cosa, questa è la loro esperienza acquisita. Il partito Fidesz di Orbán circa dieci anni fa ha portato scompiglio nel paese, in senso sia politico sia esistenziale, creando un senso generale di insicurezza, e poi, dopo aver ottenuto il potere, ha iniziato gradualmente a costruire ed estendere la propria autorità, promettendo nel frattempo sicurezza e creando nemici facilmente identificabili: le organizzazioni non governative, l’associazionismo della società civile, György Soros, i migranti. Ha ridotto al minimo e manipolato brutalmente le fragili forze intellettuali del paese. In provincia ha potuto fare ciò con molta più facilità, poiché il modo di ragionare è meno educato alla libertà e al libero pensiero. L’illiberalismo si basa sull’ignoranza, la sottomissione, la paura. Non so come andrà a finire, ma storicamente non può venirne fuori nulla di buono. Se le cose resteranno così, sarà terribile, ma se ci saranno dei cambiamenti, sicuramente saranno molto dolorosi.

Immagine: Short Story Project.


Dóra Várnai è traduttrice e giornalista freelance per varie testate italiane e ungheresi. Per il Saggiatore ha tradotto Mattina d'inverno con cadavere.