Bagagli e segreti

di Susan Harlan

Tutti i bagagli nascondono segreti. Alcuni sono parte integrante dei bauli e delle valigie in cui sono rinchiusi, altri no. Alcuni appartengono alla storia, a una persona, altri a niente. Alcuni segreti vengono rivelati, altri rimangono nascosti, impenetrabili. E chiudiamo in valigia i nostri segreti perché le borse sono più evocative. Piene o vuote, lasciano intendere che c’. dell’altro. Una valigia chiusa – non per forza con la cerniera, semplicemente chiusa – è come un comodino o un armadietto dei medicinali; è inaccessibile. Qualcosa di privato, ma che portiamo in pubblico. Non si fruga nelle valigie altrui; se succede alla dogana ci sentiamo violati, come all’aeroporto quando il bagaglio imbarcato viene perquisito. In quel caso lasciano un pezzo di carta che testimonia l’avvenuta invasione, e troviamo le nostre cose in quella disposizione imperfetta che è la prova dello scompiglio.

In Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams, Stanley rovista nel baule di Blanche, scaraventando in giro per la stanza quello che trova. Questa violazione metaforica anticipa quella fisica – la prima di due aggressioni – e bistrattando i suoi effetti personali Stanley mette in chiaro che, in quella casa, lei non avrà segreti. Il baule di Blanche è allo stesso tempo bagaglio, accessorio e personaggio, una presenza ingombrante sul palco che rispecchia la sua stessa fragilità, ma, al contempo, la sua fisicità inossidabile. Contiene, fra le altre cose, testimonianze dell’ormai perduta dimora ancestrale Belle Reve. Il baule è Belle Reve sul palco, in una versione corrotta, e secondo Stanley le carte contenute nel baule sono in grado di spiegare cosa è accaduto in quel luogo ideale. Quando Stanley chiede di vederle (per assicurarsi di non essere stato escluso dalla presunta ricchezza ereditata dalla moglie), Blanche dice «Tutto quello che ho, è nel baule» definendo non solo i confini del baule, ma della propria vita. Stanley inizia ad aprire i vari scomparti, ma Blanche si mette in mezzo, tira fuori una scatola di latta e dice «a migliaia, ce ne sono, di carte, colla muffa di centinaia di anni», e inferocita gliela consegna. «Eccole qua, tutte qua sono le carte! Sono tutte per lei! Se le prenda, se le spulci, se le impari a memoria! È la fine migliore che possa fare Belle Reve: un mucchio di carta nelle sue mani pesanti, ed esperte!» La casa ora è un insieme di pile di fogli, e Blanche sa che chiunque li legga non potrà mai capire.

Per Blanche il baule è qualcosa di intimo. L’interiorità del baule è anche la sua. Nelle sue opere sull’idea di casa nella Londra georgiana, Amanda Vickery osserva che la privacy si estende non solo alla sfera personale, ma anche ai vari bauli, scatole, armadi e scomparti chiusi che abbiamo. Sebbene i servi non avessero quasi mai una stanza in cui dormire, figurarsi una camera privata, era concesso loro di avere dei contenitori chiusi a chiave in cui riporre gli effetti personali. Queste scatole, bauli e scrigni erano un modo per proteggere non solo gli oggetti, ma anche i loro segreti. Erano il loro spazio intimo in un mondo in cui poco o niente era veramente loro. Gli oggetti di valore si tenevano anche in tasca, in una borsetta, o dentro un medaglione. Alcuni contenitori erano più comodi di altri da portare con sé.

Nel 1732, nella prima stesura di La carriera di una prostituta di William Hogarth, Moll Hackabout giunge a Londra con una scatola delle dimensioni di un grosso baule. Alla fine muore e il suo baule viene depredato. Nei gialli e nei thriller di spionaggio tutti sanno che le valigie sono l’emblema della segretezza, soprattutto quelle grigio alluminio. In un romanzo di John le Carrè, una valigia o una valigetta potrebbero tranquillamente contenere documenti top‑secret, banconote non contrassegnate, gioielli rubati. In ogni caso, la riservatezza del contenuto ne sottolinea il valore. Quest’idea è oggetto di parodia in Il grande Lebowski (1998), quando Walter (John Goodman) sostituisce la valigia di alluminio piena di soldi con un’altra piena di panni sporchi («le mie mutande sporche… il bucato… la biancheria») e la scaraventa giù dal ponte. Il fatto che la valigia «sosia» sia priva di valore si inserisce alla perfezione in un film in cui il furto che innesca la (non) trama non è neanche avvenuto.

In Scemo e più scemo (1994), una valigia che dovrebbe contenere del denaro si rivela invece piena di pagherò, che a detta di Lloyd Christmas (Jim Carrey), che ha speso tutto il contenuto, «valgono quanto i soldi.» Lloyd crede anche che la valigetta appartenga a un certo signor «Samsonite», non cogliendo la differenza fra una marca e un monogramma. I bagagli spesso contengono cose che non dovrebbero contenere.

Come le merci di contrabbando. L’artista Taryn Simon ha trascorso cinque giorni e cinque notti (dal 16 al 20 novembre 2009) all’aeroporto John F. Kennedy di New York, fotografando oggetti trovati negli uffici della U.S. Customs and Border Protection U.S. (istituzione federale per la sicurezza delle frontiere) e della US Postal Service International Mail Facility (ufficio addetto alle spedizioni internazionali). Luoghi che Hans Ulirch Obrist, in un saggio introduttivo al catalogo degli espositori della Gagosian Gallery, definisce «uno spazio di contrabbando fra l’America e le altre nazioni.» È nato così il progetto Contraband, definito da lui stesso «uno studio prolungato del transito planetario, della valuta internazionale che sono gli articoli proibiti, e soprattutto dell’ondata di merci di contrabbando che hanno invaso i mercati occidentali sulla scia dello spostamento di produzione nei paesi orientali in via di sviluppo.» Le 1075 foto che Simon ha scattato evocano il progetto Lost Property – Tramway di Christian Boltanski (1994), in cui vennero raccolti 5000 oggetti perduti. I due lavori esplorano la storia e le storie racchiuse in oggetti spesso comuni e banali, di cui ci si può disfare a cuor leggero: coltelli, accendini, sigarette. Simon ha raccontato oggetti di lusso, come le pietre preziose, e oggetti senza grande valore, come le mele. E ancora, borse Louis Vuitton contraffatte e altre merci di contrabbando: medicinali per la disfunzione erettile, jeans, gioielli, camicie Lacoste e Ralph Lauren, telefoni. E alcuni memento mori che documentano un mondo animale violato e assente: carcasse e scheletri di animali, porcellini d’India morti, sangue di cervo, palchi. E, infine, ha fotografato articoli identificati con «non identificabile», rappresentazioni dell’ignoto. Ha distinto fra oggetti contrabbandati e oggetti spediti, affermando che la spedizione «offre un margine di anonimato» e un «desiderio di segretezza» che il contrabbando non può dare.

Contrabbandare un oggetto, indossandolo o tenendolo in valigia, è un atto più intimo, poiché il corpo diventa parte del concetto di contrabbando. Non vengono fotografate persone; solo oggetti che rimandano a esse. Le fotografie sembrano esaustive, ma al contempo sottolineano l’impossibilità di esserlo. La stessa Simon ha iniziato a soffrire di insonnia e in quel periodo si è fatta soltanto una doccia. Questi oggetti vengono immortalati nella fotografia, che li rende immobili. Ma questa immobilità ci ricorda che sono caratterizzati dalla mobilità, dal loro movimento da un luogo a un altro, e dall’interruzione di questo movimento.


Susan Harlan è professore di Inglese alla Wake Forest University. Ha pubblicato Memories of War in Early Modern England (2016) e Decorating a Room of One’s Own (2018, illustrazioni di Becca Stadtlander).