PERCHE’ LE NAZIONI FALLISCONO: il saggio di Acemoglu e Robinson sul Corriere della Sera, Avvenire, Il Secolo XIX

Corriere della Sera – 04/06/2013

Danilo Taino

Le Istituzioni, non la Geografia creano la Fortuna delle Nazioni

L’Italia è in una gravissima crisi economica e siamo qua a discutere di presidenzialismo, di Costituzione, di riforme istituzionali. Stiamo come al solito parlando d’altro? No, questa volta no: almeno come punto di partenza siamo nel cuore del carciofo: per ricostruire l’economia dobbiamo ridisegnare le istituzioni. Possibilmente con un po’ di vista lunga. Avete presente la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Finlandia? Si parla del fenomeno dei Paesi nordici grazie ai risultati notevoli delle loro economie. C’è una chiave per spiegare questi successi, o quelli degli Stati Uniti, dell’Europa, di Hong Kong? Sì, la governance: l’insieme di istituzioni, prassi, usi, regole, controlli democratici che rispettano la libertà e i diritti del cittadino e permettono loro di crescere.
È una buona idea, dunque, concentrarsi sulle riforme della struttura dello Stato. Un libro notevolissimo pubblicato l’anno scorso negli Stati Uniti e da poco in Italia – Perché le Nazioni falliscono, alle origini di prosperità, potenza e povertà, scritto dall’economista del Mit Daron Acemoglu e dal politologo di Harvard James Robinson e edito dal Saggiatore – cerca di spiegare il dato di fatto per il quale alcuni Paesi hanno avuto e hanno un successo economico formidabile mentre altri si trascinano nella povertà da secoli. I due autori smontano l’idea, che ha radici in Montesquieu, che si tratti di un fatto geografico, per cui tra Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno si lavora meno e la produttività scende andando verso Sud. Ridimensionano l’assunto weberiano del ruolo della cultura e della religione nello sviluppo del capitalismo (l’etica protestante). Dimostrano, in un brillante viaggio storico, che sono le istituzioni, in particolare le istituzioni politiche ed economiche liberali, a determinare il successo di un Paese. O il suo insuccesso quando mancano.

Avvenire – 27/04/2013

DAMIANO PALANO

Saggistica Acemoglu e Robinson: come nasce la ricchezza

Alla fine degli anni cinquanta, nel clima segnato dall’euforia della ricostruzione postbellica, molti politologi iniziarono a pensare che la democrazia fosse una conseguenza dello sviluppo economico. La correlazione non era certo intesa in modo deterministico. Ma, in ogni caso, il benessere economico sembrava dovesse innescare – in modo più o meno spontaneo – la democratizzazione. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo questa convinzione è stata invece sensibilmente rivista. Molti studiosi hanno dimostrato che le cose sono quanto meno più complicate, e che un ruolo rilevante viene giocato spesso dalle istituzioni ereditate dal passato. Uno dei contributi più influenti in questa riscoperta della storia proviene dal libro di Daron Acemoglu e James A. Robinson, diventato rapidamente una sorta di classico e finalmente disponibile per il lettore italiano. Benché i due studiosi – il primo economista al Mit di Boston, il secondo politologo ad Harvard – siano consapevoli della complessità dei fenomeni storici, la tesi che propongono è semplice. In sostanza, non pensano che i motivi della ricchezza o della povertà di un Paese vadano ritrovati principalmente nella cultura o nella geografia. Ritengono che la spiegazione debba essere ricercata nella natura delle istituzioni che un Paese si è dato. Più precisamente, Acemoglu e Robinson distinguono fra istituzioni “estrattive” e “inclusive”. Di solito, le istituzioni estrattive servono a ristrette élites per accaparrarsi il reddito e le ricchezze prodotte nel Paese. Al contrario, le istituzioni “inclusive” consentono ad ampie fasce di popolazione di accedere alla ricchezza o al potere. Sotto il profilo economico, incoraggiano per esempio gli individui a prendere parte alle attività produttive, mettendo a frutto le loro abilità. Mentre, sotto il profilo politico, danno la possibilità di partecipare a una quota relativamente estesa di cittadini. Il punto principale del ragionamento di Acemoglu e Robinson è che le istituzioni estrattive costituiscono un vincolo per lo sviluppo economico. In altre parole, anch’esse possono favorire la crescita e così creare istituzioni economiche inclusive, ma a un certo punto le élites al potere vedono minacciato il loro monopolio dal mutamento nella geografia del potere economico-sociale. E, dunque, si spostano sempre più verso istituzioni estrattive. Al contrario, fra istituzioni inclusive si crea una sorta di circolo virtuoso. Un sistema politico pluralista rende più difficile che una singola forza si impadronisca del potere e imponga una logica estrattiva. Mentre, a loro volta, istituzioni economiche inclusive favoriscono una ripartizione più equa delle risorse, e in questo modo consolidano il pluralismo. Naturalmente le argomentazioni di Acemoglu e Robinson non sono sempre del tutto convincenti. Per esempio, i due studiosi tendono a dimenticare quasi completamente il ruolo giocato dalla dimensione internazionale, dalle tecnologie militari e – più in generale – dal contesto geopolitico in cui maturano l’ascesa e il declino delle grandi potenze. Ciò nonostante, Perché le nazioni falliscono rimane un contributo fondamentale per spiegare la matassa intricata dei rapporti fra politica ed economia. Quanto meno perché invita a diffidare delle ambizioni dell’«ingegneria istituzionale» e di tutte quelle ricette politiche ed economiche che non riconoscono il peso della storia e delle istituzioni. E che dimenticano che spesso sono «piccole differenze» a rivelarsi determinanti nel rispondere alle situazioni critiche. Il discorso di Acemoglu e Robinson ha certo più di qualche rilevanza anche per l’immediato futuro. Secondo i due studiosi la crescita economica cinese è per esempio destinata ad arrestarsi; il Partito comunista cinese a un certo punto si troverà infatti insidiato dalle conseguenze del mutamento che ha promosso. E, dunque, tenterà di bloccare lo sviluppo, tornando a una logica estrattiva. Ma le tesi dei due ricercatori hanno forse qualche implicazione anche per un Occidente alle prese con le conseguenze della crisi economica. Se non altro perché ci conferma che le istituzioni economiche inclusive funzionano solo se sono sorrette da una solida “poliarchia”, da una pluralità di poteri diffusi nella società. E perché ci suggerisce che il vero segreto dello sviluppo economico si nasconde proprio in un effettivo pluralismo sociale.

Il Secolo XIX – 27 aprile 2013

PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO

Perché ci sono paesi che diventano ricchi e paesi che restano poveri? Per alcuni è il clima e la geografia. Ma il caso del Botswana, che cresce a ritmi vertiginosi mentre paesi africani vicini subiscono miserie e violenze, lo smentisce. Per altri è la cultura. Ma allora come si spiegano le enormi differenze tra Nord e Sud Corea? Per gli autori prosperità e povertà dipendono dalle istituzioni politiche ed economiche che le nazioni si danno e lo dimostrano con un viaggio nella storia.