Tommaso Pincio inaugura Le Silerchie con Pulp Roma – recensione su Alias, intervista sul Venerdì di Repubblica, anticipazione sul Messaggero

CECILIA BELLO MINCIACCHI –  01/07/2012 pg. 1  ed. N.26 – 1 luglio 2012

PINCIO E ROMA, BABILONIA

di Cecilia Bello Miniciacchi

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«PULP ROMA» DI TOMMASO PINCIO: «LIBERCOLO» A IMPASTO PER DIRE UN FEBBRILE ATTACCAMENTO ALLA GRANDE MERETRICE
«Febbre romana», a voler essere meno esplicito e meno accattivante, avrebbe potuto concorrere come titolo possibile per l’ultimo libro di Tommaso Pincio: febbre malarica, periodica e difficilmente guaribile, fonte di visioni allucinate, male interiore da cui si è contagiati la notte, nell’umido del Colosseo, attaccamento amoroso, con febbrili intermittenze e paziente abitudine, alla sua città d’origine. Il titolo vero invece, e forse più divertito e nostalgico, è Pulp Roma (il Saggiatore, collana «le Silerchie», pp. 152, e 12,00). Nostalgico – come tutto il libro, ma della nostalgia singolare di Pincio, che investe insieme un futuro di detriti e un passato stratificato -, perché già da tempo il pulp ha avuto la sua chiacchierata diffusione; un titolo oggi così letterariamente démodé da risultare elegante e ironico. E da rimandare, visti i contenuti divergenti dalle aspettative, al suo significato di «impasto», piuttosto che alla marca di sangue assai più adatta all’«efferato delitto» ricostruito nel memoriale di Cinacittà (Einaudi, 2008). Ma di quel magnifico titolo e di quel romanzo, il primo in cui Pincio abbandonava la scrittura in terza persona per adottare il «calore truffaldino» della prima (senza tuttavia precipitarvi), Pulp Roma è in certo senso l’incunabolo, la raccolta di materiali che secondo vari generi – racconto, saggio, fumetto -, a Cinacittà sono legati. Esplicitamente, vi è legata l’epigrafe che riporta la perplessità di una ragazza cinese del quartiere Esquilino: «Perché tu scrivi Cina? Cosa ne sai tu Cina?». Ma altrettanto esplicito anche il Colosseo di Piranesi in copertina: come dimenticare la paura che la «bambina ebrea» aveva degli antichi romani violenti, gladiatori e torturatori di cristiani, proprio nelle prime righe di Cinacittà ? In Pulp Roma , però, il colore che resta impresso non è tanto il rosso che faceva da sfondo al romanzo e al quadro di Pincio nell’altra copertina, quella del libro Einaudi, quanto il rosa del plexiglas in cui il creatore di Ranxerox avrebbe voluto disegnare, nel suo fumetto ambientato in una Roma dell’allora futuro 1986, il Colosseo follemente restaurato e trasformato in albergo. Quel mai realizzato Colosseo in plexiglas rosa (troppe le difficoltà per i disegnatori che optarono per puntelli in cemento armato) è il vero catalizzatore del libro, ed è anche il nodo concettuale cui si stringono le connessioni di Pincio, che nel tesserle, da opera a opera, da genere a genere (e da citazione a citazione) approda spesso nel virtuosismo. Si può leggere lì, in quell’immagine impossibile, sognata e per sempre desiderabile – «una grossa perdita per l’immaginario romano» -, l’emblema, la quintessenza dell’artificio, quello capace di masticare la Storia e di applicarvi decalcomanie, di proiettare la rovina al futuro. Quello stesso artificio che investe la letteratura, certo, e il soggetto che ci parla; e certe piazze di De Chirico, «il classico artista che intende la pittura come realtà in sé». Quell’artificio su cui Pincio sospetta si sia fondato il mito della Dolce Vita, vera solo nella via Veneto ricostruita da Fellini a Cinecittà (e si chiamava Marcello il protagonista di Cinacittà …). Ma soprattutto quello che ha ingannato e continua a ingannare ogni malinconico laudator temporis acti , e ogni vagheggiato paradiso perduto: «ogni età dell’oro che si rispetti è un tempo immaginario, una mera emanazione di desideri collettivi». In questa qualità della nostalgia, e del tempo, e dell’ossessione inconscia (si leggano le osservazioni che Pincio dedica al rapporto di Freud con Roma), si condensa la saggezza mite di Pincio, il suo tornare (non privo d’affetto) su materiali diversi per comporre questo «libercolo», in noi confidente nell’affidarci, per raffinate Criptoamnesie , l’ammissione di un suo aurorale tentativo di romanzo a pasticcio gaddiano, potenziale, enigmatico scontro col Male, di cui sopravvive e ci offre un capitolo, La porta di Acaba , nome e suono «che pare immune ai dubbi, alle contraddizioni, ai relativismi», ma figura mai vista, forse invisibile, forse coincidente con la porta chiusa del suo ufficio; commissario vittima di un’ossessione, quella di andare a contemplare, ogni giovedì santo, il Cenacolo dipinto da Leonardo per individuare il discepolo gemello di Cristo, il suo Didimo , azzarderemmo oggi. Pincio disegnatore di fumetti, a completare il «libercolo» – che poi è la sua letteraria e disincantata incisione di Roma, ma a colori -, inserisce le tavole di un graphic novel inedito, The melting spot , ispirato al suo «romanzo romano», e offre anche un esempio del «segno discretamente fermo e nitido» con cui da studente aveva trovato lavoro presso uno studio che realizzava «fumetti scollacciati». Qui Pincio sta giocando a carte più vistosamente scoperte (ma la realtà è menzogna, e la letteratura pure) al gioco della memoria, e l’efficacia è tutta nell’equilibrio tra confessionale e fittizio. Sul gioco della memoria – rondini, nuvole e «straziante odore» di primavere adolescenziali; prime domeniche di austerity ; sogno di diventare un sopravvissuto come Charlton Heston in 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra ; odio tenace per gli anni ottanta -, si innesta quello della riflessione metapoetica, già dichiarata attraverso i «fantasmi» dell’ Hotel a zero stelle (Laterza, 2011). La leva del pathos che Pincio usa e che forse, al fondo, è la parte sua più autentica – si pensi all’epilogo in forma d’epitaffio nell’ Hotel -, ed è quella che immette inesauribile vitalità nella nostalgia, con l’apparenza di divagare tra generi, si addensa invece in screziature di mitopoiesi. Quando l’« amore» e l’«abitudine» dichiarati alla sua città precipitano nella fascinazione volutamente disarmata, arresa alla Roma della decadenza che vince la Los Angeles di Blade Runner : perché, nume Fellini, «è Roma la grande meretrice, la madre delle puttane (…), la donna ubriaca del sangue del popolo, ammantata di scarlatto, adorna d’oro, è lei la grande Babilonia».

CRITICA VINTAGE
Come coltelli per aprire ostriche: le note editoriali di Debenedetti per le Silerchiedi Stefano Gallerani Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
Testi di grado diverso, residuali come è sempre ogni traccia di un passaggio, le note stese da Giacomo Debenedetti per introdurre i libri della «Biblioteca delle Silerchie» del Saggiatore (oggi ristampate da Sellerio, pp. 370, • 18,00 – sulla scorta della prima edizione del 1992, per Theoria, con un’introduzione di Raffaele Manica e uno scritto di Edoardo Sanguineti, e intitolate, a fare coppia con l’ Intermezzo del 1963, Preludi ); queste note, dicevo, rappresentano non solo un prezioso strumento per lo studioso del critico romano e per lo storico dell’editoria italiana, ma, com’è ormai tratto acquisito al disegno debenedettiano, confermano l’impronta distintiva di un metodo che è stato soprattutto del fare e dell’oralità. Da subito imbarcato nell’impresa culturale di Alberto Mondadori, Giacomo Debenedetti ne sposò la causa al punto di farne la sua attività principale parallelamente a quella dell’insegnamento cui si dedicò negli ultimi anni di vita (Le «Silerchie», così come la nuova sigla milanese, esordiscono nel 1958 e si chiuderanno, di fatto, nel 1967, anche se l’ultimo numero non uscirà che un decennio più tardi); un legame tanto stretto che quasi sembra non vi sia soluzione di continuità tra il discorso che sarebbe poi confluito nella pubblicazione postuma dei quaderni universitari (massimamente il corso dedicato al romanzo del Novecento) e il licenziamento di queste brevi schede, compilate con ammirevole costanza dal primo volumetto fino al terz’ultimo (alla fine saranno oltre settanta su centoquattro titoli complessivi). Nel presentare i testi selezionati, Debenedetti coniuga, con voce inconfondibile e dono della sintesi, biografia e critica lasciando cadere qui un aneddoto là una data non già per colorare ma per giuntare e lasciar intendere la crucialità di un nodo non meramente contingente o accidentale: le sue presentazioni del tale o del tal’altro scrittore reggono le fila, pur nell’eterogeneità di un catalogo che si riprometteva di rappresentare un’attualità non banale né conformista, di un sentiero ben chiaro nella mente del camminatore e immediatamente evidente anche per quei compagni di strada che sarebbero diventati i suoi lettori. I nomi presenti sono tra i massimi vertici del ventesimo secolo, con un’attenzione particolare, per quanto riguarda il versante patrio, agli arresti più innovativi nel campo critico (Silvio Avalle D’Arco, Cesare Brandi o Guido Aristarco) e a quelli meno corrivi in quello narrativo (con Emanuelli, Raimondi, Sereni e lo stesso Debenedetti su tutti). Ma questo non è che un aspetto del pregio di una simile raccolta, il suo decisivo restando lo sfoggio di uno strumento minore non meno efficace di quelli maggiori, posto che – per dirla con le parole che lo stesso Debenedetti scelse per Edmund Wilson introducendone il ritratto di Turgenev – «in critica letteraria nessun coltello è da sottovalutare, quando serve ad aprire l’ostrica. Tanto più se, estratta la perla, si aspira a valersene … per ‘rendere praticabile la vita’».

LE NUOVE «SILERCHIE»

Il Saggiatore ripropone in una nuova veste «le Silerchie», la collana dalle copertine di cartone opaco colorate come prodotti dell’industrial design, che dalla fine degli anni cinquanta, sotto l’egida di Giacomo Debenedetti, allineò più di cento titoli alternando scrittori, saggisti e artisti, stranieri e italiani (il primo numero fu per Thomas Mann). Luca Formenton, che ha voluto di nuovo «le Silerchie» nello spirito del loro inventore Alberto Mondadori, intende riproporne l’eleganza e il carattere mescidato: romanzi brevi, racconti, saggi, con l’intento (anche) di sconfiggere la depressione da e-bookmania, e l’inarrestabile diffusione di libri oggettivamente brutti, realizzati senza amore. I primi quattro titoli della nuova serie sono: Pulp Roma di Tommaso Pincio, La magnifica orda di Alessandro Bertante, Acqua nera di Joyce Carol Oates, Ogni cosa è da lei illuminata di Annemarie Schwarzenbach.

 

ROMA, DAL PASTICCIACCIO AL PASTICCINO Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
cultura LIBRI
TOMMASO PINCIO INAUGURA, CON UN INTELLIGENTE PASTICHE LETTERARIO, UNA NUOVA COLLANA DEL SAGGIATORE, INVENTATA DA ALBERTO MONDADORI NEL 1958
Le Silerchie, si chiamava la collana inventata da Alberto Mondadori nel 58 che esordì con Lettera sul mairi monio di Thomas Mann, Ora, Luca Formenton rifonda Le Silerchie con lo stesso spirito e inizia con quattro titoli tra cui Pulp Roma, intelligente pastiche, poco pulp e molto letterario, che l’autore, Tommaso Pincio, definisce «una dichiarazione di amore e dì abitudine per la sua città». Scusi Pincio, perché nell’introduzione lei afferma che Pulp Roma è un libercolo, a me non sembra proprio… «Perché è una raccolta di materiali disparati riguardanti il mio rapporto con Roma. Pulp va inteso nella traduzione letterale del termine come “pasticcio”. Il che richiama fatalmente alla memoria Cadda Non competendomi una simile altezza, preferisco parlare di libercolo. Perché non si tratta di chissà quale pasticcio né tantomeno di un pasticciaccio, bensì, e molto più umilmente, di un semplice pasticcino». Lei sostiene che Roma è refrattaria alla narrazione, allora mi chiedo se l’unico modo di raccontarla sia come lo fa Fellini, ricostruendola a Cinecittà. «Bisogna distinguere tra la città e i suoi abitanti. I romani possono essere raccontati benissimo e in molti modi anche dagli stessi quiriti, si pensi ad Alberto Sordi. Ma quando si tratta dì rappresentare la stratificata e sfuggente essenza del luogo, il discorso si complica. Ci vuole uno sguardo straniero, barbaro nel senso buono. E tra i barbari nessuno meglio di Fellini ha colto l’essenza dell’Urbe, perché ne ha fatto un fantasma di pietra, un luogo ai confini dell’irreale eppure molto fisico, terreno». Perciò secondo lei Roma incarna lo spettro del tramonto dell’Occidente? «L’Occidente si considera un discendente dì Roma ed è quindi fatale che ciclicamente riscopra il timore di fare la stessa fine. Si tratta soltanto di un paradigma, è vero, ma di soverchiante suggestione». Nel primo racconto lei trasforma l’Hotel Excelsior in un condominio, è un omaggio a Kurt Cobain a cui ha dedicato un libro e al luogo dove provò a uccidersi? «In parte sì ma ho lina passione per gli alberghi in generale. Potendo, vivrei in un albergo. Presumo perciò che S’aver fatto dì quel mitico hotel di via Veneto un condominio sia la messa in scena nemmeno troppo inconscia di un mio sogno»

Da Capitale a Città Proibita dopo quella caldissima estate Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
IL RACCONTO
Fa un caldo d’inferno, i romani sono scappati tutti al Nord e in giro ci sono soltanto cinesi e beduini. Più qualche fesso sfigato come me. A guardare Roma adesso sembra sia stata sempre così. Ma quando ripenso a com’era questa città prima della famosa estate mi domando se per caso non sono impazzito. Mi sembra di vivere in un incubo. E invece no. È tutto vero. Era tutto vero prima ed è tutto vero adesso. Ricordo bene l’inizio di quella famosa estate. Decisi di rimanere a Roma. Saranno domani nelle librerie due opere legate da un sottile filo rosso: Pulp Roma, il nuovo romanzo di Tommaso Pincio che per Il Saggiatore segna il ritorno della storica collana Le Silerchie (152 pagine, 12 euro), e Petali di orchidea, libro d’esordio di Hu Lanbo (Barbera editore, 256 pagine, 14,90 euro). Di entrambi anticipiamo un brano. Pulp Roma è un pastiche che si apre in un un futuro immaginario, in una capitale annichilita dal grande caldo e abbandonata dai suoi abitanti, che lasciano il campo all’immigrazione cinese. E Petali d’orchidea parla proprio di immigrati dall’Oriente. E’ la storia vera, scritta in italiano, di una donna che da Pechino, via Parigi, arriva a Roma e decide di farne la propria città, aprendosi in breve la strada per il successo grazie a un’impresa che le consentirà anche di percorrere la via della piena integrazione con la fondazione della rivista bilingue Cina in Italia. Mi piaceva la città deserta, non dover fare la fila alle poste o al supermercato. Il giorno lavoravo e la sera andavo a vedere i film che davano in piazza Vittorio. Tornato a casa, mi fumavo una canna e a fanculo tutto. Non navigavo nell’oro ma conducevo un’esistenza tranquilla, senza scossoni. Cominciò a fare caldo. Ma caldo davvero. Lo ricorderete anche voi. Gli anziani morivano. Giornali e televisione dicevano che una simile ondata di caldo non si era mai registrata prima. Ogni giorno intervistavano qualche esperto che concionava su cambiamenti climatici, inquinamento, ghiacciai che si scioglievano e protocolli sulle emissioni. Facevamo tutti di sì con la testa ma in realtà non stavamo mica a sentire. Era una cosa del futuro. Tra meno di mezzo secolo non ci saranno più nevi perenni nemmeno sulle montagne più alte, dicevano gli esperti. E cosa ce ne fregava a noi di quel che sarebbe successo tra mezzo secolo? A noi interessava solo sapere quando sarebbe passata l’ondata di caldo. Aspettavamo i temporali di fine agosto. Agosto passò. Poi passò settembre e quindi ottobre. Dei temporali nessuna traccia. Il caldo aumentò. Quando arrivò Natale la temperatura si aggirava intorno a quarantadue gradi. Non sapendo che fare la gente andò al mare. Pensava che dopo Capodanno sarebbe finalmente arrivato l’inverno. Invece cominciarono gli incendi e a quel punto la gente cominciò a incazzarsi sul serio. Pretendeva risposte, voleva sentirsi dire che prima o poi tutto sarebbe tornato come prima. Gli esperti dicevano che un fenomeno del genere non si era mai registrato. Ma questa non era una risposta né una rassicurazione. Alla fine la gente lasciò la città per trasferirsi al Nord. Più o meno nello stesso periodo giunsero le prime orde di cinesi. La gente svendeva le proprie case e i cinesi le compravano in contanti. Dopo un anno sembrava di essere a Shanghai ai tempi delle fumerie d’oppio e dei bordelli. Era affascinante, sotto un certo punto di vista. Così, nonostante non avessi più un lavoro, pensai di rimanere. Il mio capo aveva deciso di chiudere l’attività. Gli affari andavano sempre peggio e senza fare troppi complimenti mi diede il ben servito. Ripensandoci, si comportò piuttosto male ma sul momento non m’importava. Quel lavoro mi aveva sempre fatto schifo, perderlo non mi dispiaceva affatto. Intascai la liquidazione nel fermo proposito di tirare a campare. Non era una grossa cifra, ma grazie alla grande estate i prezzi erano crollati. Facendo un po’ di economia avrei potuto permettermi di non lavorare per qualche anno. Mi fossi trasferito al Nord quei soldi sarebbero finiti nel giro di pochi mesi e avrei dovuto mettermi a sgobbare seriamente. Non ne avevo nessuna voglia. Ogni tanto mia madre mi telefonava preoccupata. Mi diceva che prima o poi i soldi sarebbero finiti. «E dopo? Cosa hai in mente di fare per dopo?» diceva. Una bella doScrollai le spalle. Non avevo nessuna voglia di fare conversazione. Ero abituato a starmene per i fatti miei. Guardavo le ragazze e la testa mi si svuotava in modo piacevole. Quell’uomo si stava intromettendo tra me e il momento migliore della mia nottata. Ma non potevo rifiutare. Lui era un cinese, ci trovavamo in un locale gestito da cinesi e frequentato da cinesi. Venivano pochi italiani alla Città Proibita, e quei pochi erano quasi tutti nordisti in vacanza e spesso facevano una brutta fine. «Posso chiederle per quale ragione è rimasto a Roma?» Stavo per dire nessuna ma mi bloccai. I cinesi sono più operosi delle formiche, diffidano degli sfaccendati. «Affari.» (…) Per un po’ rimase in silenzio a guardare le ragazze che strusciavano i loro corpi contro le aste di acciaio. Mi ero già illuso che la conversazione fosse finita lì quando lui disse: «E perché le piace?». Che accidenti di domanda era? «Sa perché glielo chiedo? Glielo chiedo perché ho visto che viene qui tutte le sere. Si siede, beve un paio di birre, rimane fino all’orario di chiusura, ma non invita mai una ragazza al tavolo. E mi domandavo perché.» «Non mi piace pagare per fare sesso.» Era vero, ma solo in parte. Il motivo reale è che non potevo permettermelo. Una notte in sé non costava poi molto. Trenta euro da dare al bar e cinquanta per la ragazza. Più altri venti se avevi bisogno di una stanza. Ma sapevo come funzionava. Le ragazze conoscevano il loro mestiere. Difficilmente la faccenda si risolveva con una botta e via. Cento zucche oggi, cento zucche domani. Senza contare i regalini. Come niente alla fine del mese ti trovavi alleggerito di qualche migliaio di euro. Quelle ragazze potevano diventare peggio di una droga, una volta che ti avevano agganciato non te le scrollavi più di dosso. Amanda. Solo che in mente non avevo nulla. Le rispondevo che ci avrei pensato al momento opportuno. Secondo mia madre avrei dovuto raggiungerla a Lambrate, fuori Milano. Pare ci sia un mucchio di lavoro da quelle parti. Io, però, una volta ci sono stato a Lambrate. Voi non avete idea di che posto di merda stiamo parlando. Una desolazione infinita. «Ci penso, mamma» dicevo. Poi mettevo giù e mi rollavo una canna oppure mi scolavo un paio di lattine di birra. Non di rado facevo entrambe le cose insieme. All’epoca non vivevo ancora in via Veneto. Avevo preso un monolocale poco distante da piazza Vittorio, in piena Chinatown storica. Conducevo un’esistenza tranquilla, abitudinaria. Mi alzavo, facevo colazione e sfogliavo distrattamente un libro aspettando che la temperatura si abbassasse. Verso mezzanotte uscivo. Gironzolavo per il quartiere finendo inevitabilmente al mercato e senza una meta precisa mi facevo strada a fatica tra venditori urlanti e vecchie cinesi impegnate a esaminare la verdura esposta nei banchi. Spesso mi fermavo davanti a un negozio di pesci tropicali e ammazzavo un po’ di tempo a scrutare quelle strane creature che giravano in tondo negli acquari. Pranzavo intorno alle due del mattino, di solito una noodle soup. Poco dopo apriva la Città Proibita. È lì che la mia vita è cambiata per sempre, è lì che ho conosciuto Yichang. La Città Proibita era un go-go bar. Non c’erano mai stati locali del genere a Roma prima della grande estate, mi sa che era per via del Vaticano. In genere mi tratBtenevo fin quasi l’orario di chiusura. Mi scolavo qualche birra, guardavo le ragazze ballare, aspettavo l’alba. Era il momento migliore della nottata. Forse perché nella mia vita non facevo granché, mentre lì mi sembrava che succedessero un sacco di cose interessanti. Per quanto, non saprei dire quali cose con esattezza. In fondo, era solo un posto dove gli uomini andavano a puttane. Una notte Yichang si sedette vicino a me. Erano ormai parecchi mesi che frequentavo regolarmente la Città Proibita ed ebbi l ‘ i m p r e s s i o ne di non averlo mai visto prima. Mi sbagliavo, perché lui invece mi conosceva. Nel senso che mi aveva notato. Mi chiese se mi piaceva il locale e io risposi di sì. «Lo immaginavo» fece lui. Non seppi che replicare. «Da dove viene?» «Da nessuna parte, sono di Roma.» Lui strabuzzò gli occhi, manco gli avessi detto che ero un marziano. «Un romano a Roma, un’autentica rarità. Posso offrirle da bere?»