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		<title>VINICIO CAPOSSELA E IL SUO TEFTERI SU REPUBBLICA</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 08:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/05/05_24-Capossela_La-Repubblica.jpg"></a></p> <p>La Repubblica<br /> 24/05/2013</p> <p style="text-align: center;">VINICIO CAPOSSELA</p> <p style="text-align: center;">LA BALLATA DI CARONTE</p> R2 CULTURA <p>Esce il reportage di Vinicio Capossela che ha percorso il paese nell&#8217;anno del disastro finanziario Tra nuovi poveri e proteste, il canto diventa una forma di aggregazione e di racconto collettivo</p> <p>&#160;</p> VIAGGIO IN GRECIA DOVE LA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/05/05_24-Capossela_La-Repubblica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-15020" title="05_24-Capossela_La-Repubblica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/05/05_24-Capossela_La-Repubblica-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p>La Repubblica<br />
24/05/2013</p>
<p style="text-align: center;"><strong>VINICIO CAPOSSELA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA BALLATA DI CARONTE</strong></p>
<div style="text-align: center;">R2 CULTURA</div>
<div style="text-align: center;">
<p><strong>Esce il reportage di Vinicio Capossela che ha percorso il paese nell&#8217;anno del disastro finanziario Tra nuovi poveri e proteste, il canto diventa una forma di aggregazione e di racconto collettivo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div style="text-align: center;"><em><strong>VIAGGIO IN GRECIA DOVE LA CRISI È MUSICA</strong></em></div>
<div style="text-align: center;"><em><strong></strong><br />
Il rebetiko è un ritmo che appartiene a tutti si diffonde incurante del luogo, dello strato sociale e culturale Atene ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé, ha perduto le lucciole come diceva Pasolini</em></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div>&#8220;Crisi&#8221; etimologicamente deriva dal greco kríno, separare, cernere, dividere. Crisi: un concetto adatto al rebetiko, che è musica nata da una separazione, e anche alla Grecia, da cui l&#8217;Europa si sta separando, nel disprezzo che sta alla base di ogni rifiuto. Di Grecia si sente molto parlare in termini che ricordano la tragedia, che proprio qui è stata inventata. Da tragedia la parola tragudi, canzone, e nella sua radice la parola tragos, capro. Tragodia, canto del capro. Capro espiatorio dei peccati dell&#8217;Europa è il paese che ne è la madre culturale. Europa, figlia di un re di Creta sedotta da Zeus. Europa, &#8220;grandi occhi&#8221;, terra di ponente, disposta al tramonto. Tutto quello che viene dalla Grecia, fin dall&#8217;antichità, ha un carattere universale. Ci parla dell&#8217;uomo, dell&#8217;anthropos. Ci dice dell&#8217;uomo, del Destino, di cosa sta succedendo all&#8217;uomo d&#8217;Occidente in questo momento di &#8220;crisi&#8221;, di scelta. Andiamoci, con un piccolo strumento in mano, come un tirso, accompagnati da una musica nata da una catastrofe. Katastrofìs, così ancora oggi i greci chiamano la guerra greco-turca del 1922, la distruzione di Smirne e l&#8217;esodo dei greci di Asia Minore. Il milione e mezzo di profughi che, dopo il trattato di Losanna, in quegli anni si riversarono, senza possedere più nulla, in una madrepatria per niente felice di accoglierli. Con loro portarono una musica e usanze d&#8217;altrove, si ammassarono in quartieri suburbani che cambiarono la fisionomia sociale della &#8220;Parigi del Mediterraneo orientale&#8221;, come Atene veniva definita negli anni Venti, e come la voleva la politica di occidentalizzazione culturale del giovane stato greco. La musica rebetika, a differenza della dimotikì &#8211; musica da suonarsi all&#8217;aperto, in grandi feste, madre della canzone popolare &#8211; ,è musica urbana. Musica che si consuma in luoghi chiusi e che predilige lo struggimento individuale. Mentre la dimotikì si identifica con la regione d&#8217;origine e appartiene a chi si riconosce nei suoi canti e nelle sue danze, la rebetika appartiene a tutti. È apolide. È musica di sradicati di ogni regione. Si diffonde per il paese, incurante del luogo, dello strato sociale e del livello culturale di chi la pratica. Nata da una divisione, unisce. Si dice che, durante la terribile guerra civile,i combattenti arrivasseroa sospendere gli scontri per cantare insieme Ximeroni ke vradiazi, se a qualcuno capitava di intonare questo grande brano di Iannis Papaioannu che segnò un singolare record, quello di far vendere più dischi del numero di grammofoni esistenti nel paese. Alcuni se lo comprarono anche solo per tenerlo come un quadro, da appendere tra le fotografie delle persone care. Il rebetis non ama mischiarsi, né farsi portavoce di nessuno. Il rebetiko è un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli. (&#8230;) Nei bar e nei ritrovi di ogni comunità greca sparsa dall&#8217;Europa all&#8217;Australia si ballava rebetiko quando, nel 2004, ebbri di felicità ed euforia, si festeggiava la vittoria del campionato europeo di calcio.I tovaglioli di carta venivano lanciati nell&#8217;ariaa migliaia, un&#8217;usanza che da un po&#8217; di anni ha sostituito quella di lanciare piatti e romperli per terra. La Grecia ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé. Ha perduto le lucciole, come diceva Pasolini del passaggio analogo avvenuto negli anni Sessanta in Italia. Si è indebitata, ha provato la dose di consumo a basso tasso e, ora che ha sviluppato dipendenza, le si toglie la dose.<br />
Il rebetiko è musica che si è sviluppata anche attorno al consumo di droga. Centinaia di canzoni sono dedicate all&#8217;hashish, al narghilè. Nel suo disincantato ateismo, l&#8217;aldilà veniva contemplato in una tragudi dove si pregava Caronte di portare un po&#8217; di hashish ai compagni, ai rebetes finiti dall&#8217;altra parte dello Stige.<br />
Caronte: tu che traghetti nell&#8217;Ade. «Caronte è uscito in strada per raccogliere le persone&#8230;». Caronte, molto presente nelle canzoni di rebetiko, anche lui incarna la sofferenza. È la personificazione della morte. Noi traduciamo Caronte, maè Charos, la morte in persona. Lo incontri come si incontra qualcuno per strada. Lo chiami per nome. Ci dormi insieme. Come accade all&#8217;Odisseo di Kazantzakis: la morte va a riposare con lui, stanca del cammino e, viandante come lui, dormendo ha un incubo: sogna la vita. Una società si giudica nella sua autenticità dal modo in cui sceglie di affrontare la morte. E davanti a Charos siamo tutti uguali, siamo nudi&#8230; ton Charo&#8230; vghike o Charos Panaghia&#8230; Charos è traghettatore perché sta a un confine, quello tra esistere e non esistere.<br />
Il rebetiko, come ha detto Manolis Papos una volta, è anche questo: stare di qua o di là da un confine. Di qua o di là da un rigagnolo d&#8217;acqua. Stare da un lato o da un altro di un quartiere.<br />
Di nuovo la parola kríno, da cui «crisi».<br />
Scegliere. Cernere. Il rebetiko si accompagna sempre a una crisi perché obbliga a scegliere. Separare per vedere dis t i n t a mente chi ci piace e c h i s c e gliamo di frequentare e chi invece non ci interessa. Di cosa scegliamo di essere fatti. Ora Papos lo sono venuto a trovare. Suona tutte le sere al teatro in un recital che si chiama Amán amín, ma il venerdì verso le due raggiunge il resto del gruppo sul piccolo palco del Klimatarià. I musicisti stanno seduti sulle sedie, come da sempre. Come nel grande film di Costas Ferris Rembetiko, del 1983, suonano da fermi, mentre la storia del paese scorre. Anche qui i musicisti siedono in fila, disposti di fronte ai tavoli del Klimatarià. Suonano gli strumenti di sempre. Chitarra, buzuki e baglamàs. Dimitris Papadopulos versa retsina e fa scorrere in una pellicola di parole la storia degli ultimi tre anni.<br />
«È la classe media che sta scomparendo. I poveri erano nella merda anche prima, ora peggio che peggio. Ma è la classe media che sta impoverendo fino all&#8217;estinzione. In Grecia l&#8217;85 per cento della gente ha la casa di proprietà. Era l&#8217;abitudine, la mentalità: lavorare tutta la vita e avere la casa di proprietà, non buttare soldi nell&#8217;affitto. Come in Italia. Ora tutte le nuove tasse sono sulla proprietà. Hanno messo una tassa sulla casa e l&#8217;hanno abbinata alle bollette dell&#8217;elettricità. Se non la paghi ti tagliano la luce. Questo è illegale. L&#8217;elettricità, come l&#8217;acqua, è un bene pubblico, non me lo puoi tagliare se non ti pago una tassa sulla proprietà. Ma l&#8217;hanno fatto. E poi hanno preso i soldi della tassa e se li sono portati in Svizzera.<br />
Costringeranno la gente a vendere le case e a stare in affitto per quello che gli resta da vivere».<br />
«Che dobbiamo fare?».<br />
Dimitris ride incredulo, col suo bellissimo italiano dall&#8217;accento greco, mentre si agita al solito tavolo del Klimatarià.<br />
I musicisti intanto eseguono uno tsifteteli. È un ritmo orientale. Due donne si alzano e iniziano a danzare davanti all&#8217;orchestra.È una musica che accompagna la danza del ventre. Di solito ha testi di sogni esotici, il sogno del mangas: vivere come un pascià. Donne. Fumo. Tappeti. Sogni orientali. Spezie. L&#8217;harem, i rebetes così se la passano. Tsifteteli! Ma poi subito arriva uno zeimbekikoe le cose peggiorano.<br />
«Questa strada mi ha portato di nuovo di fronte alla tua casa, davanti alle tue finestre chiuse. Nella separazione le serrature sono più pesantemente chiuse. Sono davanti alle tue finestre, davanti ai tuoi gradini, e sto versando lacrime&#8230;».</div>
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		<title>Gli eventi Saggiatore al Salone del Libro di Torino</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 10:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>GIOVEDì 16 MAGGIO</p> <p>Ore 16<br /> Caffè Letterario<br /> Presentazione Nove storie storiche di Cesare De Marchi<br /> Con Roberto Barbolini (Panorama)</p> <p>Ore 19<br /> Spazio Book to the Future<br /> Presentazione BookDetector<br /> Con Alessandro Bertante, Massimo Gardella, Mattia Formenton, Florinda Fiamma e Mario Desantis.</p> <p>VENERDì 17 MAGGIO</p> <p>Ore 17<br /> Stand Regione Calabria<br [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>GIOVEDì 16 MAGGIO</strong></p>
<p><strong>Ore 16</strong><br />
Caffè Letterario<br />
Presentazione <em><strong>Nove storie storiche</strong> di </em><strong>Cesare De Marchi</strong><em><br />
</em>Con <strong>Roberto Barbolini</strong> (Panorama)</p>
<p><strong>Ore 19</strong><br />
Spazio Book to the Future<br />
Presentazione <strong>BookDetector</strong><br />
Con Alessandro Bertante, Massimo Gardella, Mattia Formenton, Florinda Fiamma e Mario Desantis.</p>
<p><strong>VENERDì 17 MAGGIO</strong></p>
<p><strong>Ore 17</strong><br />
Stand Regione Calabria<br />
Presentazione <em><strong>Rossi a Manhattan</strong></em> di <strong>Eric Salerno</strong><br />
Con <strong>Piero Fassino</strong></p>
<p><strong>Ore 17,30</strong><br />
Spazio IBS<br />
Presentazione <em><strong>Non gioco più, me ne vado</strong> di </em><strong>Gianni Mura</strong><em><br />
</em>Con Marco Marsullo, Darwin Pastorin, Mario Sconcerti</p>
<p><strong>SABATO 18 MAGGIO</strong></p>
<p><strong>Ore 11,30</strong><br />
Spazio incontri<br />
Presentazione di <em>Cristo non abita più qui</em><strong> di <strong>Paolo Farinella</strong><br />
Con <strong>Gian Carlo Caselli</strong> e don Aldo Antonelli</strong></p>
<p><strong>Ore 14</strong><br />
Presentazione <em><strong>Tefteri </strong></em>di <strong>Vinicio Capossela</strong><br />
Con <strong>Andrea Pipino </strong>(Internazionale)</p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/05/Newsletter_TO_2013.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14809" title="Newsletter_TO_2013" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/05/Newsletter_TO_2013-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
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		<title>REPUBBLICA e SOLE 24 ORE: Karl Polanyi e il suo saggio &#8220;Per un nuovo Occidente&#8221;</title>
		<link>http://www.ilsaggiatore.com/2013/04/11/repubblica-e-sole-24-ore-karl-polany-e-il-suo-saggio-per-un-nuovo-occidente/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 11:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/04_11-Polanyi_La-Repubblica.jpg"></a></p> <p>La Repubblica &#8211; 11/04/2013 <br /> KARL POLANYI</p> <p style="text-align: center;">LA GRANDE TRASFORMAZIONE</p> <p style="text-align: center;">COSÌ IL LAVORO DELL&#8217;UOMO DIVENTÒ UNA MERCE</p>  Escono gli inediti di Karl Polanyi che sviluppano i temi della sua opera più importante L&#8217;onore e l&#8217;orgoglio, il senso civico e il dovere morale furono in seguito ritenuti irrilevanti per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/04_11-Polanyi_La-Repubblica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14733" title="04_11-Polanyi_La-Repubblica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/04_11-Polanyi_La-Repubblica-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p><strong>La Repubblica &#8211; 11/04/2013 </strong><br />
<strong>KARL POLANYI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA GRANDE TRASFORMAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>COSÌ IL LAVORO DELL&#8217;UOMO DIVENTÒ UNA MERCE</strong></p>
<div style="text-align: center;"><strong> Escono gli inediti di Karl Polanyi che sviluppano i temi della sua opera più importante</strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div><em>L&#8217;onore e l&#8217;orgoglio, il senso civico e il dovere morale furono in seguito ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi Il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale sono sostituiti dalle relazioni di mercato</em></div>
<p>La società nella quale viviamo, a differenza delle società tribali, ancestrali o feudali, è una società di mercato. L&#8217;istituzione del mercato costituisce qui l&#8217;organizzazione di base della comunità.<br />
Il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale sono sostituiti dalle relazioni di mercato. Una siffatta condizione è nuova, in quanto un meccanismo istituzionalizzato offerta/ domanda/ prezzo, ossia un mercato, non è mai stato nulla più che una caratteristica secondaria della vita sociale. Al contrario, gli elementi del sistema economico si trovavano, di regola, incorporati in sistemi diversi dalle relazioni economiche, come la parentela, la religione o il carisma. I moventi che spingevano gli individui a prendere parte alle istituzioni economiche non erano, solitamente, di per sé «economici», ossia non derivavano dal timore di rimanere altrimenti privi degli elementari mezzi di sussistenza. Quel che era ignoto alla maggior parte delle società &#8211; o meglio a tutte le società, a eccezione di quelle del laissez-faire classico, o modellate su di esso &#8211; era esattamente la paura di morire di fame, quale specifico stimolo individuale a cacciare, raccogliere, coltivare, mietere.<br />
Infatti, la produzione e la distribuzione di beni materiali e servizi nella società non sono mai state organizzate, prima del XIX secolo, attraverso un sistema di mercato. Quest&#8217;innovazione prodigiosa fu realizzata includendo i fattori della produzione, il lavoro e la terra, all&#8217;interno di quel sistema. Il lavoro e la terra furono essi stessi trasformati in merci, cioè, vennero regolati come se si trattasse di beni prodotti per la vendita. Ovviamente essi non costituivano veree proprie merci, dal momento che o non erano stati affatto «prodotti» (come la terra), o, comunque, non lo erano «per la vendita» (come il lavoro). La reale entità di un siffatto mutamento può essere misurata se si ricorda che il «lavoro» è soltanto un altro nome per l&#8217;uomo, come la «terra» lo è per la natura.<br />
La costruzione fittizia della merce consegnò il destino dell&#8217;uomo e della natura alle dinamiche di un automa, che si muove sui propri binari ed è governato unicamente dalle proprie leggi. L&#8217;economia di mercato creò così un nuovo tipo di società. Il sistema economico o produttivo fu affidato a un dispositivo autoregolantesi. Un meccanismo istituzionale controllava tanto le risorse della natura quanto gli esseri umani nelle loro attività quotidiane. In questo modo venne a esistenza una «sfera economica», la quale era nettamente separata dalle altre istituzioni sociali. Poiché nessuna comunità umana può sopravvivere senza un apparato produttivo funzionante, ciò ebbe l&#8217;effetto di trasformare il «resto» della società in una mera appendice di tale sfera. Questa sfera autonoma, ripetiamo, era regolata da un meccanismo che controllava il suo funzionamento. Di conseguenza, quel meccanismo di controllo divenne determinante per la vita dell&#8217;intera compagine sociale. Non v&#8217;è da stupirsi che l&#8217;aggregazione umana emergente fosse «economica» a un livello al quale in precedenza non ci si era mai nemmeno avvicinati. I «moventi economici» regnavano allora supremi nel loro proprio mondo; l&#8217;individuo era costretto ad agire secondo la loro logica, a pena della propria estinzione.<br />
In realtà, l&#8217;individuo non è mai stato così egoista come preteso dalla teoria.<br />
Benché il meccanismo di mercato renda manifesta la sua dipendenza dai beni materiali, le motivazioni «economiche» non hanno mai costituito per l&#8217;uomo l&#8217;unico incentivo al lavoro. Invano gli economisti e i moralisti utilitaristi lo hanno esortato a non considerare negli affari se non motivazioni di carattere economico, ad esclusione di tutte le altre. Osservando più da vicino il suo comportamento, è apparso evidente, tutt&#8217;al contrario, come questo rispondesse ad una serie di motivazioni di natura significativamente «composita», ivi comprese quelle derivanti dal senso del dovere verso se stesso e verso gli altri (e forse, persino, godendo in segreto del lavoro come fine in sé).<br />
Tuttavia, non dobbiamo qui occuparci dei moventi reali, ma soltanto di quelli presunti, dal momento che le teorie sulla natura umana non sono fondate sulla psicologia, bensì sull&#8217;ideologia della vita quotidiana. Di conseguenza, la fame e il profitto vennero isolati come «moventi economici» e si iniziò a presumere che l&#8217;uomo agisse, in concreto, in base a essi, mentre le altre motivazioni apparivano più eteree e distaccate dai fatti prosaici dell&#8217;esistenza quotidiana. L&#8217;onore e l&#8217;orgoglio, il senso civico e il dovere morale, persino il rispetto di sé e la comune decenza, furono ora ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi e significativamente compendiati nella parola «ideale». Si ritenne, perciò, che nell&#8217;uomo fossero presenti due elementi, uno maggiormente attinente alla fame e al profitto, l&#8217;altro all&#8217;onoree al potere. L&#8217;uno «materiale», l&#8217;altro «ideale»; l&#8217;uno «economico», l&#8217;altro «non economico»; l&#8217;uno «razionale», l&#8217;altro «non razionale».<br />
L&#8217;immagine dell&#8217;uomo e della società risultante da tale premessa era la seguente. Rispetto all&#8217;uomo, fummo indotti ad accettare la teoria per cui i suoi moventi possono essere descritti come «materiali» e «ideali» e gli stimoli, sulla base dei quali è organizzata la vita quotidiana, derivano dai moventi «materiali». Rispetto alla società, fu propugnata una tesi analoga, secondo la quale le sue istituzioni sono «determinate» dal sistema economico. In un contesto di economia di mercato entrambe le asserzioni erano, ovviamente, vere. Ma soltanto all&#8217;interno di un simile assetto economico. Rispetto al passato, tale prospettiva era nulla più che un anacronismo. Rispetto al futuro, essa era un mero pregiudizio. Ciò perché questo nuovo mondo dei «moventi economici» era basato su un errore. Intrinsecamente, la fame e il profitto non sono più «economici» dell&#8217;amore o dell&#8217;odio, dell&#8217;orgoglio o del pregiudizio. Nessun movente umano è di per sé economico. Non esiste alcuna esperienza economica sui generis, nello stesso senso in cui l&#8217;uomo può avere esperienze religiose, estetiche o sessuali, che diano origine a moventi i quali tendano globalmente a suscitare esperienze simili. Questi termini non hanno alcun significato immediato in relazione alla produzione materiale.<br />
Così vacue sono, pertanto, le fondamenta del determinismo economico. I fattori economici influenzano il processo sociale (e viceversa) in innumerevoli modi; tuttavia, in nessun caso, se non sotto un sistema di mercato, i suoi effetti si rivelano più che limitanti. Né la sociologia, né la storia contraddicono questo assunto. E gli antropologi negano, a ragione, che la particolare connotazione di una determinata cultura sia dipendente dall&#8217;assetto tecnologico o persino dall&#8217;organizzazione economica.<br />
Non spetta all&#8217;economista, ma al moralista e al filosofo, decidere quale tipo di società debba essere ritenuta desiderabile. Una cosa abbonda in una società industriale,e cioè il benessere materiale, oltre il necessario. Se, in nome della giustizia e della libertà di restituire significato e unità alla vita, fossimo mai chiamati a sacrificare una quota di efficienza nella produzione, di economia nel consumo, o di razionalità nell&#8217;amministrazione, ebbene una civiltà industriale potrebbe permetterselo. Il messaggio degli storici dell&#8217;economia ai filosofi dovrebbe essere, oggi, il seguente: possiamo permetterci di essere, allo stesso tempo, giusti e liberi.</p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/04_07-Polanyi_Il-Sole-24-Ore-Domenica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14734" title="04_07-Polanyi_Il-Sole-24-Ore-Domenica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/04_07-Polanyi_Il-Sole-24-Ore-Domenica-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Sole 24 Ore DOMENICA &#8211; 07/04/2013 </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per la libertà in comune</strong></p>
<div style="text-align: center;"><strong>karl Polanyi (1886-1964)</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong><em>Il sogno del socialismo liberale: mettere a punto produzione e consumo con cooperative autonome che organizzano il mercato senza intermediazioni</em></strong></div>
<div style="text-align: center;"></div>
<p>Le forme di assoggettamento del lavoro sono state da sempre effetti politici della violenza. La schiavitù e la servitù, i prodotti della conquista politica, sono le basi dello sfruttamento economico. Il capitalismo, come torchio del plusvalore, si fonda sulla forma di assoggettamento del lavoro, che prende il nome di monopolio fondiario (Bodensperre). L&#8217;esercito della forza lavoro a basso costo, sospinto dalla fame a lasciare la campagna alla volta delle città, costituisce ovunque l&#8217;origine dell&#8217;industria capitalistica, essa stessa un mero frutto delle forme dominanti di sfruttamento del lavoro: del monopolio terriero. Non è la libertà che domina oggi nel l&#8217;economia, bensì il monopolio: e questo monopolio della terra non è affatto il «risultato della libera economia», come assumono i marxisti, ma è appunto ciò che non fa emergere un&#8217;economia libera; esso è quel «potere extra-economico» (Marx) che impedisce l&#8217;economia di uomini liberi e uguali e che trasforma la libera concorrenza di oggi nel suo contrario: nello sfruttamento della classe dei non possidenti a opera della classe dei possidenti. Il plusvalore non si origina conformemente alla legge del valore dell&#8217;economia libera, bensì in contrasto con essa, perché la libera economia viene limitata dalla «proprietà basata sulla violenza». Questo schema argomentativo è stato per la prima volta sintetizzato nelle seguenti affermazioni di Eugen Dühring: «Istituzioni come la schiavitù e la servitù, alle quali si associa come loro gemella anche la proprietà &#8220;basata sulla violenza&#8221;, devono essere considerate come forme istituzionali economico-sociali di natura autenticamente politica; esse formano, nel mondo così come lo abbiamo sin qui conosciuto, la cornice, entro la quale soltanto si sono potuti manifestare gli effetti delle leggi economiche naturali». F. Engels ha definito tale riflessione come il «tema fondamentale» dell&#8217;intera opera di Dühring e ha cercato invano, a nostro avviso, di confutarla. Il male fondamentale del capitalismo, ossia l&#8217;ingiustizia della sua costituzione economica e lo sfruttamento che ne è la base, rappresenta per il socialismo liberale la conseguenza della restrizione della vera libertà del lavoro. Anche i mali secondari del capitalismo traggono origine dalla medesima fonte. In un&#8217;economia liberata da tutto il plusvalore, la domanda e l&#8217;offerta operano come regolatori armonici della produzione e della distribuzione. Non v&#8217;è qui alcun «profitto d&#8217;impresa» che non sia se non un particolare reddito da lavoro; non vi sono crisi, poiché i prezzi non comprendono più plusvalori nascosti, ma soltanto uguali valori del lavoro. Le assurdità dell&#8217;«economia del profitto», che sono in grado di spingere la produzione in contrasto con i bisogni sociali, si ribaltano in un&#8217;immanente salvaguardia dell&#8217;interesse sociale. In questa struttura sociale la libera cooperazione viene elevata a forma generale di collaborazione. L&#8217;organizzazione del consumo e della produzione in una struttura organica di autonome cooperative organizza il mercato stesso fino a eliminare completamente tutta l&#8217;intermediazione, tutta la speculazione e le altre forme parassitarie. Tale organizzazione è, tuttavia, organica e non più meccanica. Ciascun membro è in grado, nella stretta cerchia della propria cooperativa di consumo, di produzione o altro, di valutare la propria posizione rispetto all&#8217;ambiente; di far sorgere, dal l&#8217;immediata percezione, le forze propulsive così dell&#8217;interesse economico, come dell&#8217;altruismo cooperativo; di sperimentare sempre il nuovo, conservarlo e alimentarlo attraverso la propria intera personalità. Viene così rimossa in maniera organica la seconda causa delle crisi, cioè l&#8217;insufficiente organizzazione del mercato, senza distruggere l&#8217;operosità individuale, invisibile cellula motoria dell&#8217;intero organismo. Dunque il socialismo liberale ha in mente, come immagine della vita sociale adeguata alla realtà, quella del modello organicistico. L&#8217;economia è un processo vitale, che non può in alcun modo essere sostituito attraverso un apparato meccanico, per quanto architettato in maniera sottile e artificiale. Il socialismo liberale considera assolutamente infondata e priva di prospettive la speranza di accertare, attraverso metodi statistici, i bisogni, le capacità e gli interessi «della società», onde costruire un sistema che a essi corrisponda, senza che lo stesso operato del sistema faccia appello ai bisogni, alle capacità e agli interessi dei singoli. Il metodo dell&#8217;«accertamento statistico» è affetto da una conclusione di fondo sostanzialmente errata. Quel che è possibile contare, non coincide con ciò che dovrebbe essere determinato in base alla sua misura. Si possono «contare» uomini, merci, ore di lavoro, distese di terra, ricavati del raccolto, cavalli vapore; non si possono, invece, quantificare i bisogni e le capacità di questi uomini, l&#8217;intensità e la qualità del loro lavoro, la fertilità delle terre, le possibilità tecniche di un&#8217;invenzione; e tuttavia soltanto da questi dipende il processo vitale dell&#8217;economia. Sarebbe erroneo scambiare per l&#8217;intera economia quel singolo frammento del tessuto economico, illuminato dal mercato quantificabile in cifre in un determinato momento; così come lo sarebbe, del resto, il confondere quella parte della nostra anima, di cui si ha consapevolezza soltanto in uno specifico istante, per il substrato latente e nascosto del nostro inconscio organismo spirituale, da cui tale consapevolezza deriva.</p>
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		<title>Intrigo internazionale su TuttoLibri e Il Sole 24 Ore</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 13:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Cleto_Il-Sole-24-Ore-Domenica.jpg"></a></p> <p>Il Sole 24 Ore- DOMENICA DA COLLEZIONE</p> <p style="text-align: left;">31/03/2013 <br /> Giorgio Vasta</p> <p style="text-align: center;">Icone intriganti dei Sixties</p> james bond &#38; co «Frangette criniere zazzere chignon capelli alla Beatles visi di panna ciglia al mascara occhi sotto ombretto felpe a sbuffo push-up francesi pelle scampanata blue jeans fuseaux jeans attillati su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Cleto_Il-Sole-24-Ore-Domenica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14690" title="03_31-Cleto_Il-Sole-24-Ore-Domenica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Cleto_Il-Sole-24-Ore-Domenica-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" /></a></p>
<p><strong>Il Sole 24 Ore- DOMENICA DA COLLEZIONE</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>31/03/2013 </strong><br />
<strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Icone intriganti dei Sixties</strong></p>
<div style="text-align: center;"><strong>james bond &amp; co</strong></div>
<div>«Frangette criniere zazzere chignon capelli alla Beatles visi di panna ciglia al mascara occhi sotto ombretto felpe a sbuffo push-up francesi pelle scampanata blue jeans fuseaux jeans attillati su fondoschiena dolcissimi gambe deliziose in stivali da folletto ballerine calzari, a centinaia, fanciulle in fiore entusiastiche che sobbalzano e urlano sfrecciando all&#8217;interno dell&#8217;Academy of Music Theater sotto la decrepita cupola dei cherubini &#8211; non sono strafavolosi?». Così Tom Wolfe, nel supplemento domenicale del «New York Herald Tribune», descriveva il modo in cui il presente &#8211; siamo nell&#8217;autunno del 1964 &#8211; si stava modificando in direzione dell&#8217;euforia. Un intero sistema socioculturale aveva raggiunto il culmine delle proprie potenzialità e per conquistarsi un collasso purificatore doveva esasperare i suoi stessi caratteri costitutivi, su tutti l&#8217;ostentazione furibonda del protagonismo. Quella stessa necessità di esuberanza &#8211; dunque di vitalità ma anche di disperazione &#8211; che scorrendo attraverso i decenni è arrivata, tramite incarnazioni diverse, fino a noi.<br />
<em>Intrigo internazionale. Pop, chic, spie degli anni Sessanta</em> di Fabio Cleto (Il Saggiatore) è un libro breve, densissimo, iconograficamente ricco; un saggio che individuato un lineamento del contemporaneo &#8211; la tendenza diffusa e condivisa all&#8217;esuberanza degli stili, il gusto prepotente per l&#8217;intrigo, percepire la corteccia delle cose e dei corpi come abisso inesauribile &#8211; vuole indagarlo provando a rintracciarne la matrice e a descriverne la complessa stratificazione, la trama peculiare di un nostro modo di essere umani. Per comporre il suo studio Cleto focalizza l&#8217;attenzione su tre figure emblematiche, diverse l&#8217;una dall&#8217;altra eppure inaspettatamente connesse. James Bond &#8211; la prima londinese di Goldfinger risale al settembre del &#8217;64 &#8211; è il perfetto antieroe che &#8220;vendicando&#8221; Sua Maestà britannica contro il nemico-amico nordamericano si fa sintesi di due tonalità strutturali all&#8217;impulso verso l&#8217;eccesso. Da un lato l&#8217;ambiguità, il travestimento come strategia, il gioco di ruolo, l&#8217;esistenza sotto copertura; dall&#8217;altro l&#8217;incoercibile attitudine ironica di 007, la sua disponibilità a coniugare sorridendo sardonico missione e divertimento, licenza e licenziosità. In una parola la sua capacità di essere intrigante.<br />
La seconda icona reclutata da Cleto è quella di una tra le maggiori studiose delle metamorfosi del secondo Novecento. Sempre nell&#8217;autunno del &#8217;64 Susan Sontag pubblica sulla «Partisan Review» le sue Note sul camp. Per Sontag il camp è una chiave del contemporaneo. Nascendo in un contesto sovraccarico e obsoleto, ormai incapace di accordare credito a qualsivoglia fenomeno, tanto meno a concedergli la possibilità di generare senso, il camp &#8211; visione del mondo tanto quanto performance &#8211; è, scrive Cleto, «una sensibilità innaturale votata all&#8217;artificio in quanto tale». Sottraendo consistenza a tutto ciò che era ritenuto serio, il camp è sovversione, sistematica risignificazione dell&#8217;esistente. È, con Sontag, una prospettiva che mette «tutto fra virgolette». Si allude ironicamente per condividere una percezione del mondo discriminatoria ed esoterica. La segretezza è un gioco di società utile a conseguire una diffusa brillantissima evanescenza. L&#8217;elitarismo, finalmente, può essere di massa.<br />
Al crocevia tra Bond e Sontag interviene allora la terza fondamentale icona esplorata da Cleto; colui il quale, nell&#8217;incarnarle all&#8217;estremo, conduce ambiguità e ironia verso un punto di non ritorno. È ancora il 1964, dicembre, e un giovane scrittore a nome Victor J. Banis viene incriminato per «cospirazione volta alla distribuzione di materiali osceni». Assolto, Banis si trasforma nel sacerdote invisibile del pulp fiction gay. Sacerdote perché è colui il quale consente l&#8217;accesso all&#8217;osceno facendone un diritto comune; invisibile perché ricorrendo a svariati nom de plume Banis diventa a tutti gli effetti la star sotto copertura. La sintesi perfetta tra Bond e Sontag si ottiene però attraverso Jackie Holmes, protagonista di una serie di romanzi &#8211; da Banis pubblicati sempre sotto pseudonimo &#8211; in cui si raccontano le imprese di un agente sui generis. The Man from C.A.M.P. (la sottolineatura dell&#8217;acronimo è d&#8217;obbligo considerato che C.A.M.P. è il nome dell&#8217;Agenzia per la quale Holmes lavora) ha capelli platinati, occhiali da sole, sigaretta col bocchino; va in giro con un barboncino bianco e viaggia su aerei dipinti di rosa. Holmes &#8211; emblema di «una cultura in effetti paradossale, radicata negli opposti estremi dello spettro della visibilità, negli pseudonimi e nel sensazionalismo» &#8211; è lo strumento ludico e civile funzionale, tramite rappresentazione del desiderio omosessuale, a un complessivo scardinamento delle cose.<br />
A questo punto si rilegga la citazione da Tom Wolfe all&#8217;inizio di questo articolo facendola slittare dal 1964 al 2013 e verificandone la pertinenza in una prospettiva nazionale. Il perturbante all&#8217;italiana in realtà non turba nessuno. Come Cleto nota acutamente, il nostro piccolo bestiario televisivo &#8211; da Platinette a Lubamba, da Corona all&#8217;umano di Dagospia a quello del Chiambretti Night &#8211; concede al massimo un&#8217;ambiguità prêt-à-porter; diversità &#8211; fino al limite del freak televisivo &#8211; del tutto innocue, forme ulteriori dell&#8217;omologo al servizio di una generale normalizzazione del sistema culturale.  Se allora il presente italiano è l&#8217;«avanguardia della specie», a rischio di apparire misoneisti azzardiamo che forse l&#8217;Italia è un Paese artificiere. Disinnesca tutto ciò che culturalmente (e socialmente, e politicamente) sarebbe ordigno. Nel cratere del l&#8217;ultracamp passiamo il tempo tra esplosioni isteriche, detonazioni fittizie, periodici scoppiettii che non sono altro che rumorosissimi fantasmi di un mutamento solo apparente. Nel cratere dell&#8217;ultracamp, la metamorfosi italiana è soltanto immaginaria.</div>
<div></div>
<div></div>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_16-Cleto_TTL.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14691" title="03_16-Cleto_TTL" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_16-Cleto_TTL-300x102.jpg" alt="" width="300" height="102" /></a><br />
<strong>La Stampa &#8211; TUTTO LIBRI<br />
16/03/2013 </strong><br />
<strong>MARCO BELPOLITI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>James Bond finisce nell&#8217;intrigo internazionale con Susan SontagVisualizza il ritaglio dell&#8217;articolo</strong></p>
<p style="text-align: left;">Cosa ci fa Jackie Holmes in giacca e gilet di velluto, pochette ricamata, calzoni aderenti, stivali di pelle e barboncino bianco a fianco sulla copertina cartonata di Intrigo internazionale? Sotto c&#8217;è la Aston Martin di James Bond e a fianco Barbarella, sopra la copertina di Mondo Tipples con una popputa attricetta e altro ancora. Una copertina stile collage in cui dominano il rosso e il fucsia, il giallo e l&#8217;azzurro. Siamo nel 1964, in zona Missione Goldfinger, terzo film della serie, che apre questo racconto pop, saggio e mostra d&#8217;immagini, riflessione e insieme canzone intorno al Camp costruita in modo rapsodico, con cadenze rap mescolate a scintillanti revival anni Sessanta da Fabio Cleto, grande esperto di letteratura PopCamp. I protagonisti di questo libro, uscito nelle vecchie-nuove Silerchie del Saggiatore, sono tre personaggi: Jackie, icona pop-gay, protagonista dei romanzi semirosa di Victor J. Banis, l&#8217;agente 007 e Susan Sontag, ribattezzata da Cleto Miss Camp, autrice del saggio che dà il vero giro di manovella a questo illuminante libro: Note sul Camp . Cosa sia esattamente il Camp lo spiega il saggio, e non è qui il caso di svelarne il segreto. Come in un film giallo, la suspense va mantenuta, dal momento che Intrigo internazionale funziona sia per quello che dice, sia per come lo dice. E una volta tanto vale la pena, partendo dalla copertina, di dire di questo modo-di-dire. Il saggio si legge appunto su due piani: immagini e parole. Si comincia con la schiena di Twiggy, fotografata nel 1967 da Richard Avedon e si prosegue con la copertina di Life con Shirley Eaton coperta di polvere d&#8217;oro nel film di 007. Ma c&#8217;è anche un meraviglioso Tom Wolfe alla Galleria Castelli nel 1966 che guarda torvo, ciuffo che cade a destra, verso il fondo della stanza, mentre una icona pop, in forma di quadro, domina sullo sfondo (tre tazze impilate dietro, a sinistra di chi guarda: cosa ci fanno lì?). E poi Brian Jones che va a presentarsi ai magistrati (anche allora!) in abito rigato da clown dandy e caschetto di capelli: 2 giugno 1967. Lo stile di Cleto è omologo alla carrellata delle immagini: suntuoso, ridondante, veloce, icastico, retorico, improvviso, scintillante, secco. Tutto scorre, come l&#8217;acqua verso il basso (o l&#8217;alto?), perché questo è un libro cool ma anche sexy-erotico-dandy. Nessuna volgarità, tanto scialo d&#8217;intelligenza, proprio come nel Camp. Da avere assolutamente!</p>
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		<title>Il Sole 24 Ore recensisce l&#8217;appassionante biografia di Lévi-Strauss, &#8220;Il poeta nel laboratorio&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 09:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Wilken_Il-Sole-24-Ore-Domenica.jpg"></a></p> <p style="text-align: left;">Il Sole 24 Ore &#8211; DOMENICA</p> <p style="text-align: left;">31/03/20</p> <p style="text-align: center;">I boroboro? Dono del cielo</p> claude lévi-strauss Un&#8217;appassionante biografia del grande antropologo che ha rimesso in questione cultura dell&#8217;occidente e centralità dell&#8217;uomo Era stato chiamato a insegnare in Brasile, a San Paolo, dove visse «tre anni meravigliosi» alla ricerca di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Wilken_Il-Sole-24-Ore-Domenica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14577" title="03_31-Wilken_Il-Sole-24-Ore---Domenica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/04/03_31-Wilken_Il-Sole-24-Ore-Domenica-140x300.jpg" alt="" width="140" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Sole 24 Ore &#8211; DOMENICA</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>31/03/20</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>I boroboro? Dono del cielo</strong></p>
<div style="text-align: center;">claude lévi-strauss</div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div><strong><em>Un&#8217;appassionante biografia del grande antropologo che ha rimesso in questione cultura dell&#8217;occidente e centralità dell&#8217;uomo Era stato chiamato a insegnare in Brasile, a San Paolo, dove visse «tre anni meravigliosi» alla ricerca di popolazioni ancora intatte dalla modernità</em></strong></div>
<p>Giuseppe Scaraffia<br />
«Si può leggere la mia biblioteca un po&#8217; come un mappamondo appiattito sul muro, dove i vari popoli occupano approssimativamente il posto che hanno sulla terra», spiegava Claude Lévi-Strauss ai visitatori. Le mani dell&#8217;anziano antropologo tremavano lievemente, indicando la disposizione delle librerie popolate di maschere primitive, che tappezzavano la sua casa di Parigi. «Diciamo che in questa scaffalatura c&#8217;è il Sud America, se invece si tratta di una popolazione più a Nord, diciamo il Venezuela, i libri saranno sistemati in alto, mentre la Terra del Fuoco sarà molto in basso». Quell&#8217;impressionante raccolta di reperti immemoriali conviveva con tranquilli divani logorati dal tempo e restaurati con toppe ben evidenti in uno stabile borghese degli anni Trenta. Ai giornalisti che ormai si erano abituati a considerare l&#8217;antropologo come una star mediatica, rispondeva: «Non ho vita sociale. Non ho amici. Passo il mio tempo in laboratorio e quello che resta nel mio studio». Lévi-Strauss non voleva risultare simpatico. La perenne concentrazione induriva i suoi tratti. Solo Simone de Beauvoir aveva intuito quanto ne fosse consapevole. «Mi intimidiva per la sua flemma, ma sapeva sfruttarla con abilità, e lo trovai divertentissimo quando con voce neutra e viso inespressivo espose al nostro uditorio la follia delle passioni&#8230;». Solo una volta lo studioso perse momentaneamente il controllo, quando, nel 1944, in esilio a New York, sentendo la notizia dello sbarco in Normandia, non riuscì a trattenere le lacrime.<br />
I libri di Lévi-Strauss, da Il pensiero selvaggio, da L&#8217;antropologia strutturale a Il crudo e il cotto, hanno segnato il pensiero del nostro secolo, mettendo in questione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell&#8217;uomo nel sistema vivente. Negli ultimi interventi di Lévi-Strauss, pubblicato in Italia dal Saggiatore, affiora l&#8217;eclissi dell&#8217;antropocentrismo, accentuata dopo i viaggi in Estremo Oriente e i contatti con lo scintoismo, l&#8217;attenzione sugli animali e su come stia cambiando la loro percezione nella nostra moderna civiltà &#8220;cannibale&#8221;.<br />
Ma il suo libro più straordinario rimane Tristi tropici, come spiega Patrick Wilcken in questa biografia intensamente godibile, di grande apertura e profondità. L&#8217;aveva scritto in uno stato d&#8217;animo complesso e dolente, spinto, specificava, dal bisogno di guadagnare qualcosa e da quello di esprimere le sue intuizioni in un linguaggio non ufficiale. Rifiutato dall&#8217;ambiente accademico, preoccupato dalla sua indipendenza, Claude stava chiedendosi se non smettere di bussare a quella porta e fare il romanziere o il giornalista. Il risultato fu un inedito cocktail di reportage, diario, filosofia e racconto, che chiudeva definitivamente un periodo di studi per inaugurarne un altro, diffondendo una parola che Lévi-Strauss sosteneva di detestare: &#8220;strutturalismo&#8221;.<br />
Era stato l&#8217;odore acre della foresta, prima ancora dell&#8217;orizzonte a svelare all&#8217;antropologo che stavano per arrivare in Brasile, a San Paolo, dove era stato chiamato a insegnare sociologia. Favoriti da un cambio molto vantaggioso, Claude e Dina, la prima moglie, si trasferirono in una villa e presto un pappagallo e una scimmia animarono il grande giardino. Sarebbero stati «tre anni meravigliosi», nei quali Lévi-Straus si staccò dal gruppo dei colleghi francesi per inserirsi nell&#8217;ambiente culturale e artistico della città. Da quel punto privilegiato di partenza aveva iniziato una serie di spedizioni, prima brevi e poi sempre più lunghe e impegnative, alla ricerca di popolazioni ancora intatte dalla modernità. I primi che aveva incontrato, i Kainang, si vergognavano del loro cibo, una larva biancastra dei tronchi marciti della giungla, che aveva «la finezza del burro e il sapore del latte della noce di cocco». Poi furono i Pitoko già sfiorati dalla civiltà. Gli uomini scolpivano e le donne dipingevano non solo gli oggetti ma anche i loro visi, dove gli arabeschi, un tempo tatuati, venivano tracciati con una spatola di bambù. I Boroboro non si accorsero che il ragazzo coi capelli corti che accompagnava Claude era una donna, la bella Dina. Ma Lévi-Straus aveva visto nella complessa pianta del villaggio e nelle minuziose regole di convivenza della popolazione la conferma delle sue tesi. Per lui che aveva l&#8217;impressione «di essere sempre stato etichettato come uno (strutturalista) e di esserlo stato persino da piccolo&#8230;. incontrare i boroboro, che erano i grandi teorici dello strutturalismo», era stato «un dono del cielo».<br />
La sorprendente indipendenza di Lévi-Strauss da ogni schema esistente trapelava nell&#8217;ironia con cui parlava della sua abitudine di scrivere con un sottofondo musicale. «Lavorava in musica», diceva, perché ascoltarla lo aiutava a riflettere. Lui, scherzava, era un po&#8217; come i veggenti, che hanno bisogno di fare un solitario con le carte per predire il futuro, tracciando una griglia che li aiuta a mettere in ordine le idee. «La musica ha una costruzione diversa da quella che ho in testa, o piuttosto da quella che mi piacerebbe avere in testa, e mi aiuta perché mi suggerisce possibili architetture». Era la stessa spregiudicatezza intellettuale che negli anni Quaranta lo aveva avvicinato a surrealisti come André Breton o Max Ernst. Era rimasto particolarmente colpito dalla tecnica del collage. Nel collage gli oggetti e i colori non contavano per se stessi, ma per le loro reciproche relazioni. Era il vero spirito dello strutturalismo: tutto è linguaggio, dalla poesia al formicaio. Pur conoscendo il forte legame degli intellettuali con la sinistra, Lévi-Strauss non aveva mai nascosto la sua predilezione per de Gaulle. Negli anni in cui Sartre dominava il mondo culturale, non aveva esitato a criticarlo nel Pensiero selvaggio. A volte era difficile interpretare i suoi gesti, come per esempio capire che, se aveva accettato di entrare nella prestigiosa quanto controversa Académie française, era per rivivere una delle ultime cerimonie tribali rimaste in Francia.</p>
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		<title>Mercurio, la rivista di Alba de Céspedes raccontata nel saggio di Di Nicola: Paolo Mauri ne scrive su Repubblica</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 17:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/01_26-Di-Nicola_La-Repubblica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14251" title="01_26-Di-Nicola_La-Repubblica" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/01_26-Di-Nicola_La-Repubblica-104x300.jpg" alt="" width="104" height="300" /></a></p>
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		<title>Il Sole 24 Ore celebra l&#8217;impresa dei 1000 di Enrico Merlin</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 17:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_03-Merlin_Il-Sole-24-Ore.jpg"></a></p> <p>Il Sole 24 Ore &#8211; DOMENICA DA COLLEZIONE 03/02/2013<br /> Gian Mario Maletto</p> <p style="text-align: center;">L&#8217;impresa dei mille</p> ritmi nel tempo Da Debussy a Zorn, passando per Ellington e Sinatra, il critico e chitarrista Enrico Merlin ricostruisce i titoli che non possono mancare in una discoteca. Parziale ma godibile e dotto Rock, blues, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_03-Merlin_Il-Sole-24-Ore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14247" title="02_03-Merlin_Il-Sole-24-Ore" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_03-Merlin_Il-Sole-24-Ore-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Il Sole 24 Ore &#8211; DOMENICA DA COLLEZIONE 03/02/2013<br />
Gian Mario Maletto</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;impresa dei mille</strong></p>
<div style="text-align: center;">ritmi nel tempo</div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div><em>Da Debussy a Zorn, passando per Ellington e Sinatra, il critico e chitarrista Enrico Merlin ricostruisce i titoli che non possono mancare in una discoteca. Parziale ma godibile e dotto Rock, blues, soul, pop, ma soprattutto jazz, corredato di dati, notizie, motivazioni, rimandi, aforismi, indirizzi sul web e abbondanti cronologie</em></div>
<p>Insomma, secolo breve o secolo lungo questo Novecento fatto di emozioni gioiose e di orrori? Certo lunghissima e costante, per fortuna, la sua atmosfera di musica, mai tanto densa, che ha avvolto il globo, che ci ha portato fin dentro casa i grandi suoni del passato e forme d&#8217;arte assolutamente &#8220;nuove&#8221;, affidate a neonate muse. Ma non è stato merito dei soli artisti: si pensi alla parte avuta da Thomas Edison, inventore (anche) del fonografo, e da quei suoi rivali che ebbero l&#8217;intuizione del disco.<br />
Già, il disco, un ospite ormai presente in ogni famiglia. Non c&#8217;è chi non si sia fatto la propria collezione, minuscola o immensa. Ma è possibile ipotizzarne una capace &#8211; quasi come la mappa di Borges a scala 1:1 &#8211; di tracciare l&#8217;intero percorso della musica, di tutte le musiche, incise nel corso del secolo? Ebbene, una voluminosa lista è stata testé creata da Enrico Merlin, un trentino che si divide tra i nobili mestieri di critico e di chitarrista, in entrambi i casi sul prevalente versante del jazz.<br />
Coautore nel 2009 (con Veniero Rizzardi) di Bitches brew, ottima analisi sull&#8217;omonimo capolavoro di Miles Davis, ora Merlin mira a un bersaglio totale: i mille titoli, di qualsiasi genere, a parer suo meritevoli di figurare nell&#8217;Olimpo. Vi ha dedicato anni di studio, cercando anche vecchie rarità, tra esaltazioni e ripensamenti, ed è chiaro che accuse di arbitrarietà nelle scelte non gli mancheranno. Ma il nuovo, singolare volume ha il suo valore nella complessiva, straordinaria ricchezza di dati, notizie, motivazioni, rimandi, aforismi, indirizzi sul web e abbondanti cronologie. In quanto al criterio che ha usato a mo&#8217; di setaccio, nell&#8217;introduzione l&#8217;autore ci spiega essere stata la capacità di &#8220;innovare&#8221; mostrata dagli artisti. C&#8217;è anche un elenco di 34 maestri distintisi in ciò: parte con Debussy, Schönberg, Webern, Bartók, Stravinskij poi subito vi inserisce Ellington, Sinatra, Monk e Cage, via via fino a Zorn.<br />
Ed è sempre il concetto d&#8217;innovazione a farlo partire con la Tosca, intanto perché la prima rappresentazione fu (a Roma) nel gennaio 1900, ma anche perché Merlin vede Puccini segnare con quell&#8217;opera una &#8220;svolta&#8221; (la versione prescelta è del &#8217;90, con Freni e Domingo, direttore Sinopoli). Poi in quello stesso primo decennio apparvero altre gemme: di Rachmaninov (l&#8217;eterno Secondo concerto), Debussy, Mahler, Ives, Schönberg e anche di Enrico Caruso. Naturalmente il jazz non è ancora in scena: vi entrerà, e non alla grande, soltanto nel 1917. Comunque in quell&#8217;età arcaica l&#8217;autore ha pur trovato della progenitrice musica nera, da Joplin e il suo ragtime (ma ricostruito negli anni Settanta) agli spirituals del Fisk University Jubilee Quartet (anno 1909). Questo che si è detto per l&#8217;avvio dovrebbe esser sufficiente per capire come Merlin giochi con se stesso, con la propria cultura, con gli autori che ammira. Gioca talmente da dedicare sì una pagina intera al celeberrimo 4&#8217;33&#8243; di John Cage, ma (si sa che cosa NON si ascolti in quel brano del 1952) è una pagina lasciata totalmente bianca «nel rispetto dell&#8217;idea del compositore».<br />
Altrettanto chiaro è che Mille dischi finisce per creare, nel suo corpo, intere storie (in nuce, ma archeologicamente scavate e ricostruite sul terreno) di quei generi che hanno preso consistenza nel Ventesimo secolo: il rock, il blues, il soul, il pop, la musica sperimentale.<br />
Ma soprattutto il jazz: nell&#8217;aureo migliaio, sono oltre 250 (anzi, sui 300 con quelli d&#8217;area jazz-rock e fusion) i titoli dati a quest&#8217;arte tutta del Novecento, e l&#8217;unica, forse, che senza il disco nemmeno esisterebbe.<br />
Di un jazzman, Uri Caine, è anche l&#8217;ultima iscrizione, ma meglio non si sarebbe potuto trovare per riassumere l&#8217;universo esplorato: sono infatti le Goldberg Variations di Bach, rese però nell&#8217;estrosa manipolazione del pianista e compositore americano che le ha in parte affidate ad artisti di diverso stampo. Tanto quelle &#8220;vere&#8221;, grazie a Glenn Gould, nel libro già ci sono. E una cosa è certa: benché la tecnologia, sempre così influente sul modo stesso di far musica, stia ora addirittura cercando, tramite internet, nuovi veicoli per sostituirlo, il disco vive, eccome.</p>
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		<title>Maratona, il saggio di Richard Billows recensito sul Sole 24 Ore, TuttiLibri e La Lettura</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 17:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_17-Billows_Il-Sole-24-Ore2.jpg"></a></p> <p style="text-align: left;">Il Sole 24 Ore &#8211; 17/02/2013 </p> <p style="text-align: left;">Vittorio Giacopini</p> <p style="text-align: center;"> Dove la storia diventa leggenda</p> classici / 2 Quando Atene sconfisse l&#8217;impero il corso degli eventi cambiò direzione. Billows sa ricostruire questo momento cruciale senza creare falsi miti o favole d&#8217;accatto <p>Spesso prigionieri di miti falsi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_17-Billows_Il-Sole-24-Ore2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14342" title="02_17-Billows_Il-Sole-24-Ore" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_17-Billows_Il-Sole-24-Ore2-300x99.jpg" alt="" width="300" height="99" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Sole 24 Ore &#8211; 17/02/2013 </strong></p>
<p style="text-align: left;">Vittorio Giacopini</p>
<p style="text-align: center;">
<strong>Dove la storia diventa leggenda</strong></p>
<div>classici / 2</div>
<div style="text-align: center;"><strong><em>Quando Atene sconfisse l&#8217;impero il corso degli eventi cambiò direzione. Billows sa ricostruire questo momento cruciale senza creare falsi miti o favole d&#8217;accatto</em></strong></div>
<p>Spesso prigionieri di miti falsi e favole d&#8217;accatto che piegano la Storia al discorso politico più bieco &#8211; Lepanto, Legnano, le crociate &#8211; facciamo un po&#8217; fatica a isolare quei rari istanti in cui Storia e leggenda fanno tutt&#8217;uno per dischiuderci un mondo e l&#8217;orizzonte. Forse il ritorno all&#8217;historie-bataille e agli &#8220;avvenimenti&#8221; farà storcere il naso a qualche studioso, ma «Maratona» di Richard A. Billows è un caso a parte. Lo storico americano ha l&#8217;ambizione di leggere in quei fatti d&#8217;agosto del 490 A.C. «un punto di svolta decisivo nella civiltà occidentale» e mantiene il programma che si è prefisso. La tesi chiave forse è meno importante del contesto ma dalla sua Billows ha una grande chiarezza e una scrittura limpida, avvincente. L&#8217;assurdo scontro tra poco più di diecimila opliti ateniesi (e seicento platesi di rinforzo) contro le forze tre volte soverchianti dei persiani, decide il futuro della democrazia ateniese, appena nata; la prima, decisiva, sconfitta dell&#8217;Impero (anni più tardi Salamina e Platea saranno soltanto una conferma). In caso di vittoria persiana, il nostro mondo, la nostra civiltà, la nostra cultura, non sarebbero mai più state quel che sono, o sarebbero state un&#8217;altra cosa.<br />
Sembra uno schema troppo rigido e angusto, una specie di camicia di forza. Non è così. In questo libro davvero affascinante, Billows riesce nell&#8217;impresa complicata di mantenersi in quella misteriosa terra di nessuno che separa (e riunisce) Storia e Immaginario. È l&#8217;unico territorio importante, il solo che conti. Senza mai annoiare &#8211; non è poco &#8211; Billows mostra come attorno all&#8217;evento Maratona si siano costruite, da subito o secoli e secoli più tardi, ampie Leggende. Da Eschilo (che sulla propria lapide volle ricordarsi come combattente di Maratona piuttosto che come celebre poeta, tragediografo) sino a John Stuart Mill o a De Coubertin, antico e moderno si confrontano e si scontrano in questo fuoco mitopoietico (tra le pagine più sorprendenti c&#8217;è la rilettura dell&#8217;impresa di Filippide, il messaggero: la grande corsa &#8211; mostra Billows &#8211; non fu solo la sua, ma la marcia serrata dell&#8217;intera armata greca a proteggere Atene non appena vinta la battaglia).<br />
Resta l&#8217;obiezione di chi non crede più a quest&#8217;idea dei momenti cruciali, dei singoli eventi-incidenti-accadimenti capaci di dare una svolta alla Storia e farla girare. È un dubbio legittimo ma forse troppo interno a uno sguardo disciplinare. L&#8217;immaginario rimanda a un&#8217;altra verità, anche spiazzante. Chiusa la stagione della guerra fredda, la storia militare sta ritrovando spazio e c&#8217;è un motivo. Il presente vive un&#8217;insincera e amara nostalgia per le grandi battaglie risolutive (le «Quindici battaglie decisive della storia del mondo» è un libro di Edward Creasy che Billows cita spesso). L&#8217;Iraq, l&#8217;Afghanistan, forse la Siria un giorno, forse domani. Le guerre, oggi, sono limacciose paludi, eterne trappole.<br />
L&#8217;ironia aggiuntiva è più feroce. «Il giorno in cui Atene sconfisse l&#8217;Impero» è un inno alla democrazia ma questo termine ha mutato valore, cambiato segno. Oggi che la democrazia si è trasformata a sua volta in Impero, la leggenda di Maratona torna a turbarci come un&#8217;ombra o un fantasma, senza riposo. Uno legge questo libro stupendo e si sente in colpa.</p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_09-Billows_TTL.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14254" title="02_09-Billows_TTL" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_09-Billows_TTL-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;">La Stampa TUTTO LIBRI &#8211; 09/02/2013</p>
<p style="text-align: left;">ALESSANDRO BARBERO</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Ma a Maratona chi vinse davvero?</strong></p>
<div style="text-align: center;">DATE CHIAVE</div>
<div style="text-align: center;"></div>
<div><strong><em>Uno storico ricostruisce la grande battaglia in cui Atene sconfisse l&#8217;impero persiano Si immedesima nell&#8217;esperienza vissuta dei protagonisti (anche se l&#8217;unica fonte antica resta Erodoto)</em></strong></div>
<p>Nel 1851 lo storico inglese Edward Creasy inventò una categoria destinata a duratura fortuna: le battaglie decisive della storia. Le sue «Fifteen Decisive Battles of the World » descriveva n o una traiettoria dalla direzione ben precisa. L&#8217;Europa si era difesa per secoli dalla barbarie, trionfando dei Cartaginesi al Metauro, degli Unni ai Campi Catalaunici e degli Arabi a Poitiers, e questo aveva reso possibile lo sviluppo di una civiltà cristiana e occidentale che agli occhi del pubblico vittoriano rappresentava ovviamente il vertice della storia umana. Nell&#8217;orizzonte europeo, la saggezza della Storia aveva poi creato l&#8217;Inghilterra con la battaglia di Hastings, l&#8217;aveva protetta con la sconfitta dell&#8217;Invincibile Armada, le aveva consentito di trionfare a Waterloo; anche se Creasy, che non è uno sciocco, considera altrettanto decisive le sconfitte inglesi, che hanno permesso ai rivali di sopravvivere e reso pluralista l&#8217;Occidente: dalla vittoria di Giovanna d&#8217;Arco a Orléans a quella di Giorgio Washington a Saratoga. Nel secolo e mezzo che ci separa da Creasy sono apparse molte altre rassegne di battaglie decisive, ed è istruttivo scoprire come a seconda dei casi è stata modificata la lista: per gli storici americani del primo Novecento, ad esempio, le battaglie di Santiago e di Manila vinte nel 1898 contro gli Spagnoli, che portarono nell&#8217;orbita dell&#8217;impero americano Cuba e le Filippine, rientravano a pieno titolo fra gli scontri decisivi dell&#8217;umanità, e forse avevano ragione loro, anche se queste battaglie oggi nessuno le ricorda più. Ma la prima delle battaglie decisive è sempre, per tutti, la stessa con cui Creasy apriva il suo libro: Maratona, dove nel 490 a.C. diecimila opliti ateniesi sconfissero l&#8217;esercito mandato dai Persiani a sottomettere la Grecia, e «salvarono la civiltà occidentale». Uno storico postmodern o, se gli fosse chiesto di scrivere un libro su Maratona, sarebbe tentato di verificare se questo venerabile luogo comune non possa essere rovesciato. Supponiamo che gli Ateniesi fossero stati sconfitti: e allora? I Persiani avrebbero preso e bruciato Atene, ma questo è esattamente quello che accadde dieci anni dopo, quando Serse ritentò l&#8217;impresa in cui suo padre Dario aveva fallito. Subito dopo gli invasori avrebbero incontrato un nemico alquanto più pericoloso degli Ateniesi, gli opliti spartani schierati ad aspettarli sull&#8217;Istmo di Corinto, e lì la «lancia doriese» , che perfino l &#8216;Ateniese Eschilo, combattente di Maratona, menziona con timoroso rispetto nei Persiani , ne avrebbe fatto macello, esattamente come accadde undici anni dopo a Platea. Ma vogliamo rovinarci: supponiamo pure che la vittoria persiana a Maratona fosse seguita dalla sottomissione delle poleis al Gran Re. Siamo proprio sicuri che la civiltà greca sarebbe stata soffocata nella culla, e con lei la civiltà occidentale? I Persiani, in un territorio così remoto, si sarebbero limitati a imporre dei governi a loro favorevoli e a riscuotere il tributo, come facevano con le città greche dell&#8217;Asia Minore, i cui guerrieri, marinai e ingegneri servirono fedelmente Serse. Quello persiano era un impero florido e tollerante, capace di suscitare affetto nei più rancorosi fra i popoli sottomessi: gli Ebrei , ad esempio, prosperarono sotto i Persiani, a tal punto che nel libro di Esdra si afferma chiaramente che è stato Dio a creare l&#8217;impero persiano, e nel libro di Isaia il suo fondatore Ciro il Grande è addirittura chiamato il Messia. Perché non avrebbero potuto prosperare anche i Greci? Richard Billows, professore alla Columbia, non ha nessuna intenzione di avallare simili fatuità postmoderne. Il suo racconto è saldamente ancorato al presupposto che Maratona fu davvero una battaglia decisiva: se Milziade fosse stato battuto, la storia del mondo sarebbe stata un&#8217;altra, e noi non saremmo qui. E può darsi che sia proprio necessaria questa fede per affrontare ancora una volta il racconto di una battaglia su cui abbiamo un&#8217;unica fonte coeva, Erodoto. Come sempre, quando si racconta una battaglia antica le cu i fonti sono già state passate al setaccio, c&#8217;è poco di nuovo da scrivere, e il libro si regge o cade sulla bravura narrativa dell&#8217;autore, e sulla sua capacità di immedesimarsi nell&#8217;esperienza vissuta dei protagonisti. Da questo punto di vista le pagine in cui Billows racconta il conflitto si leggono con grande piacere e profitto. Bisogna però avvertire che si tratta al massim o d&#8217;una cinquantina di pagine, perchè, con tutta la buona volontà, non è possibile tirarla più in lungo. La maggior parte del libro assomiglia piuttosto a un breve corso di storia greca e, in minor misura, persiana, fino al 490: alla fine, si rimane con la sensazione che sarebbe forse stata più istruttiva la versione postmoderna.</p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_03-Billows_La-Lettura_Corriere-della-Sera.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14240" title="02_03-Billows_La-Lettura_Corriere-della-Sera" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/02/02_03-Billows_La-Lettura_Corriere-della-Sera-300x294.jpg" alt="" width="300" height="294" /></a></p>
<p><strong>Corriere della Sera &#8211; La Lettura - 03/02/2013</strong><br />
<strong>ANTONIO CARIOTI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;Occidente salvato a Maratona</strong></p>
<div style="text-align: center;"><strong>Guerre/Grecia antica</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>Per Richard A. Billows senza l&#8217;epica vittoria ateniese sui persiani non avremmo avuto la grande civiltà classica del V secolo. Forse</strong></div>
<p>C onoscere in anticipo le mosse del nemico può consentire di rovesciare situazioni difficilissime. Accadde a Maratona, in una notte di agosto (ma secondo alcuni storici era settembre) del 490 a.C., quando i comandanti ateniesi appresero, grazie alla diserzione di alcuni greci arruolati nell&#8217;esercito persiano, che gli invasori stavano reimbarcando parte delle loro truppe, in particolare la temibile cavalleria, per circumnavigare l&#8217;Attica e colpire Atene, rimasta quasi indifesa. Nella successiva discussione prevalse Milziade, che voleva attaccare al levar del sole, per sfruttare la divisione delle forze nemiche prima che le operazioni d&#8217;imbarco terminassero.<br />
Nonostante la superiorità numerica, ancora consistente, dello schieramento avverso, i greci travolsero i persiani, ne uccisero circa 6.400 ed ebbero appena 200 caduti. Ma riuscirono a catturare solo sette navi. Il resto della flotta salpò e si diresse verso la capitale dell&#8217;Attica per cogliere un&#8217;immediata rivincita. Allora gli ateniesi si misero rapidamente in marcia per tornare a difendere la città. Fu un&#8217;impresa epica, forse ancora più faticosa della precedente battaglia, percorrere decine di chilometri armati di tutto punto nella canicola estiva. Ma quando i persiani videro i nemici che affluivano di fronte alla baia dove intendevano approdare, preferirono girare la prua delle navi e accettare la sconfitta.<br />
Sarebbero tornati dieci anni dopo, impiegando forze ben maggiori, ma si sarebbero trovati di fronte una solida coalizione delle maggiori città greche, Atene e Sparta in testa, che li avrebbe sbaragliati sul mare a Salamina e per terra a Platea. Tuttavia quella del 490 a.C., sostiene lo storico Richard A. Billows della Columbia University (New York) nel saggio <em>Maratona</em> (Il Saggiatore), fu la battaglia più importante. Senza quella vittoria, che salvò Atene, il resto della Grecia non avrebbe mai potuto resistere alla successiva aggressione.<br />
Non solo. Basta considerare come i persiani avevano trattato le città elleniche ostili (per esempio Mileto ed Eretria) dopo averle espugnate, con deportazioni in massa della popolazione, per capire che tutte le meraviglie del V secolo ateniese (teatro, arte, filosofia, architettura, storiografia) forse non avrebbero mai visto la luce. E la cultura classica non sarebbe esistita, o avrebbe preso un corso diverso. Insomma, conclude Billows, i 9.000 ateniesi che vinsero a Maratona, assieme a 600 alleati di Platea, «salvarono la civiltà occidentale».<br />
In casi del genere c&#8217;è il rischio di eccedere nella retorica. Non va dimenticato, sottolinea lo storico tedesco Wolfgang Will nel libro <em>Le guerre persiane</em> (tradotto un anno fa dal Mulino), che conosciamo quegli eventi attraverso il punto di vista dei greci, in particolare di Erodoto, e che certo i loro avversari li vissero in modo diverso. Anzi, scrive Will, «non si può negare che, sotto la dominazione ateniese prima e spartana poi, i greci siano stati più oppressi di quanto non lo fossero stati dai persiani». Non è neppure escluso che, se lo scontro di Maratona avesse avuto un esito diverso, l&#8217;imperatore Dario I si sarebbe accontentato di restaurare ad Atene un sistema di governo autoritario (l&#8217;ex tiranno Ippia era suo alleato), senza infierire troppo sulla città. E magari il regime popolare sarebbe stato poi restaurato, come avvenne alla fine del V secolo, dopo la sconfitta ateniese nella guerra del Peloponneso.<br />
La gamma delle ipotesi, quando si ragiona in termini controfattuali, resta sempre molto ampia. E la conclusione di Billows, benché ragionevole, pecca forse di determinismo. Più modestamente si può dire che senza il trionfo greco a Maratona, oggi non si disputerebbe una gara di atletica chiamata così, anche se l&#8217;episodio del corridore che si precipita ad Atene per annunciare la vittoria e viene stroncato dallo sforzo è solo un&#8217;invenzione, di cui Erodoto non parla. Eppure oggi la parola «maratona» è nota soprattutto per quel motivo. D&#8217;altronde non è raro, nella vicenda umana, che la leggenda prevalga sulla storia.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;impero familiare delle tenebre future&#8221; recensito su La Repubblica e il Sole 24 Ore</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jan 2013 15:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_1.jpg"></a></p> <p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_2.jpg"></a></p> <p style="text-align: left;">La Repubblica &#8211; 30/12/2012 <br /> GIORGIO VASTA</p> <p style="text-align: center;"><br /> R CULT I LIBRI DI GIORGIO VASTA<br /> </p> <p style="text-align: center;">Quella scrittura visionaria dei nuovi autori</p> Quattro romanzi usciti durante l&#8217;ultimo anno fuori dai canoni risaputi del mainstream riscoprono la forza creativa della letteratura <p>Ci sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14061" title="12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_1" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_1-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14062" title="12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_2" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_La-Repubblica_Pagina_2-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>La Repubblica &#8211; 30/12/2012 </strong><br />
<strong>GIORGIO VASTA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
R CULT I LIBRI DI GIORGIO VASTA<br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Quella scrittura visionaria dei nuovi autori</strong></p>
<div></div>
<div style="text-align: center;"><strong><em>Quattro romanzi usciti durante l&#8217;ultimo anno fuori dai canoni risaputi del mainstream riscoprono la forza creativa della letteratura</em></strong></div>
<p>Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri &#8220;scritti a tavolino&#8221;, queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.<br />
La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un&#8217;irruzione sulla scena letteraria, l&#8217;equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell&#8217;oblio).<br />
Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte. Per esempio che narrazioni di questo tipo &#8211; ognuna direttamente o indirettamente liberata anche grazie a voci come quelle di Antonio Moresco, di Giulio Mozzi e di Giuseppe Genna &#8211; si collocano in una zona espressiva in cui convergono tanto la fame di linguaggio di Dino Campana quanto il millenarismo febbrile di Dante Virgili. Il sacro e lo sberleffo si compenetrano, l&#8217;impulso feroce verso l&#8217;astrazione più geometrica e la pulsione altrettanto frenetica nei confronti di tutto ciò che vive nel profondo dei nostri corpi si annodano l&#8217;uno all&#8217;altra.<br />
Scritture contraddittorie, quindi sospette. Perché alla fisiologia presunta &#8211; pretesa?, obbligatoria? &#8211; del plot dominante nel mainstream osano opporre la meravigliosa patologia della lingua; non il recupero di mere sperimentazioni del passato quanto il desiderio agonistico se non conflittuale di confrontarsi con il letterario nella sua manifestazione originaria.<br />
Nel 2012, e limitatamente alle mie letture, sono comparsi quattro romanzi esorbitanti. A gennaio Ponte alle Grazie ha pubblicato Tutto cospira a tacere di noi di Daniela Ranieri. Già dal titolo &#8211; un verso di Rilke &#8211; penetriamo all&#8217;interno di quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano. Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni. Attraverso la storia di Luigi Trevor &#8211; sovversivo informatico assunto da una società di comunicazioni &#8211; Ranieri racconta &#8220;il vero mondo del lavoro finto&#8221;, l&#8217;arcipelago di fenomeni sempre più sconnessi (e, va detto, sempre più tragicomicamente affascinanti) del terziario avanzato contemporaneo. In un romanzo orgogliosamente intemperante, l&#8217;autrice compone uno zibaldone, un trattato di biopolitica in cui lo stile è già in sé, in ogni sua parte, eversione.<br />
La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, con le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig)è apparsoa febbraio. Ragionare su questo libro permette &#8211; circostanza rara &#8211; di fare a meno di quei criteri tramite cui si identifica solitamente quanto sta dentro a un romanzo. Non occorre parlare di trama, preoccuparsi dei personaggi o dei luoghi in cui l&#8217;azione si svolge; non è neppure esatto fare riferimento a una vera e propria azione. Niente temi, niente attualità, nessun sociologismo, niente psicologie. C&#8217;è un bambino &#8211; il principe Poppy &#8211; che nasce in una Città che da qualche parte contiene dentro di sé L&#8217;Aquila, e c&#8217;è un irradiarsi di scrittura che sgorga da questa nascita-cratere. Leggendo La dissoluzione familiare (e perdendosi in una tessitura che sembra generata con la complicità di Lawrence Sterne) viene in mente la casa di Sergio Endrigo, &#8220;senza soffitto senza cucina&#8221;.<br />
Una scrittura come questa- materia linguistica e immaginativa allo stato puro &#8211; è un luogo splendidamente inabitabile.<br />
L&#8217;impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore), esordio narrativo di Andrea Gentile, ha un&#8217;ambizione ineludibile: «Dirò l&#8217;immenso, nulla». Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. Per Gentile la ragione nucleare di ogni ricerca è questa: il presentimento insostenibile di non essere (più) guardati, di essere esclusi dalla percezione del mondo. Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse- perché la rivelazione attiene al percorsoe non al suo esito &#8211; ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Perché, racconta Gentile, non c&#8217;è altro da fare che attraversare le tenebre presenti, ritrovarci con la terra in alto e, in basso, un cielo da fissare.<br />
Il diciottesimo compleanno (Transeuropa) è il primo libro del cinquantasettenne Riccardo Romagnoli. Matteo è un Amleto feroce che esita sulla soglia della maggiore età. Suo padre e sua madre dormono con una pistola sotto il cuscino, alla nascita il gemello di Matteo è nato morto. La vita è ciò che contiene il suo inseparabile contrario.<br />
Nel raccontare il tempo sempre più minutamente traumatico che precede il diciottesimo anno, Romagnoli dà formaa un desiderio metamorfico. Non solo l&#8217;io è, nella sua porosità, un fenomeno proteiforme; il desiderio di essere tutto il possibile appartiene in primo luogo alla lingua.<br />
Scritture al contempo secche e tortuose, nitide e frastagliate, apodittiche o giocose; necessarie come sono necessari i traccianti luminosi in cielo quando muovendosi a terra, nel folto di un bosco, orientarsi ad altezza occhi è impossibile. Serve una rotazione del capo, serve riconoscere nel buio l&#8217;esistenza di un quinto punto cardinale che ci indichi una direzione radicalmente sbagliata, un verso fertilmente errato (ed errante): quella cattiva strada sulla quale la letteratura ancora accade</p>
<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_Il-Sole-24-Ore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14063" title="12_30-Gentile_Il-Sole-24-Ore" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_30-Gentile_Il-Sole-24-Ore-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Sole 24 Ore &#8211; 30/12/2012</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Stefano Biolchini</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<strong>Monologo allucinato</strong></p>
<p>In principio è una premonizione. «La probabilità che accada un incidente non è poi così alta. È altissima. Lo sento». Mentre «lo schermo ripete che poche ora fa Papa R è stato trovato a terra, privo di sensi. Ictus» mia madre è «cadavere nell&#8217;automobile oramai lamiera su chissà quale angolo di quale statale, la 17 o chissà dove». È un monologo allucinato e allucinatorio il romanzo d&#8217;esordio di Andrea Gentile, L&#8217;impero familiare delle tenebre future. La chiusura del sonetto di Baudelaire per titolo e 165 pagine in cui la protagonista «vagola» attorcigliandosi senza meta alla ricerca della madre «perduta». «Adesso vado a raccogliere il suo corpicino» dirà premurosa come solo una figlia psicotico-ossessiva sa essere.<br />
Ma le cose non sono così come appaiono in quel di Masserie di Cristo, sconfinato e mitico entroterra del sud Italia, dove la nostra orfeica ragazzina veggente, in un mondo devastato, superato il «lì dove c&#8217;era una porta ora una porta non c&#8217;è», si spinge fin oltre la morte quando un fallace «telefono, preferiti, mamma» la proietta direttamente alle «latitudini esperienziali delle meccaniche celesti». Canzonette e filastrocche d&#8217;autore (Celentano e molto Battiato) come echi di specchio, cesellate in architetture complesse e personalissime, incoercibili anche alle pur espresse dichiarazioni di poetica &#8211; «odio l&#8217;imperfetto, nonché il remoto. Odio dunque la parola oramai» &#8211; e in grado di espandersi dal primordiale «chella si che teneva la coccia» fino alle illuminazioni de «l&#8217;immenso nulla», passando per inquadrature tanto porno-graficamente ravvicinate &#8211; «la telecamera esplora l&#8217;occhio sinistro» &#8211; da registrare «in mondovisione» anche il più flebile respiro del morente Vicario di Cristo, con a corredo un commento da anatomo-patologo.<br />
In un&#8217;atmosfera rarefatta i tempi della narrazione, secondo una tripartizione dell&#8217;io narrante nonna-madre-figlia, si dilatano verso un infinito che ha nella memoria l&#8217;unica possibile bussola. E su tutto, a incombere in maniera quasi millenaristica, è il ritmo di una lingua sorvegliata e pulsante, sempre oscillante, come l&#8217;umano destino, fra «le catene del bene e del male».</p>
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		<title>Vinicio Capossela racconta il romanzo di Clelia Marchi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jan 2013 15:33:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_23-Marchi_Il-Sole-24-Ore1.jpg"></a></p> <p style="text-align: left;">Il Sole 24 Ore &#8211; 23/12/2012</p> <p style="text-align: center;">Un lenzuolo pieno di ricordi</p> «Il tuo nome è sulla neve» è la storia, affidata ai teli di cotone, di Clelia, contadina lombarda. Capossela se n&#8217;è innamorato: «La scrittura è il solo modo per recuperare l&#8217;esistenza» <p style="text-align: left;">Vinicio Capossela<br /> Il canto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_23-Marchi_Il-Sole-24-Ore1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-14058" title="12_23-Marchi_Il-Sole-24-Ore" src="http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2013/01/12_23-Marchi_Il-Sole-24-Ore1-284x300.jpg" alt="" width="284" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Sole 24 Ore &#8211; 23/12/2012</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Un lenzuolo pieno di ricordi</strong></p>
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<div style="text-align: center;"><strong><em>«Il tuo nome è sulla neve» è la storia, affidata ai teli di cotone, di Clelia, contadina lombarda. </em></strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong><em>Capossela se n&#8217;è innamorato: «La scrittura è il solo modo per recuperare l&#8217;esistenza»</em></strong></div>
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<p style="text-align: left;"><strong>Vinicio Capossela</strong><br />
Il canto epico. Il canto funebre. Il lamento funebre. Ricomporre la propria vita e affidarla a uno strumento incerto come la scrittura. La scrittura, quale che sia il grado di confidenza con cui la si pratica, è sempre solitudine che rompe l&#8217;isolamento. Tanto più è commovente quando è incerta, quando fa da sé le proprie regole per essere aderente alla vita. Quando non trasferisce del tutto la vita nella lingua imparata a scuola, ma in quella che esce dalla nostra bocca. Céline parlando della tecnica per trasporre la lingua parlata sulla pagina, per farle avere vita e ritmo anche sulla pagina, usava l&#8217;esempio di un bastone nell&#8217;acqua, quel grado di rifrazione che modifica l&#8217;angolatura del bastone immerso; quello è lo sforzo, il lavoro dello scrittore.<br />
Qui, in questa confessione di Clelia Marchi (Il tuo nome sulla neve, il Saggiatore) non c&#8217;è l&#8217;acqua, la rifrazione. C&#8217;è il legno intero. Nodoso. Senza schermi. &#8220;Gnanca na busia&#8221; dice lei. Neanche una bugia.<br />
Ho visto per la prima volta questo lenzuolo con la storia scritta sopra, nel 1996, esposto e custodito dal prezioso archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. Era forse il pezzo più esplicativo e simbolico dello spirito dell&#8217;archivio. Il compianto comandante Saverio Tutino, dà una bellissima versione del suo arrivo nella prefazione alla prima edizione pubblicata del diario. L&#8217;archivio (da lui, all&#8217;epoca, diretto) porta avanti da anni la missione di raccogliere memoria. Raccoglie diari di chiunque voglia donarli, senza distinzione di lingua, di Paese, di grado di acculturamento. La cultura va dispersa non solo con il patrimonio dei grandi, ma con quello dei piccoli, degli umili, dei molti.<br />
A Trento c&#8217;è un museo che raccoglie cose che la gente non sa dove tenere. Gigliola Cinquetti ha mandato 150000 lettere d&#8217;affetto dei suoi fan. A leggerle c&#8217;è dentro una storia d&#8217;Italia. Nascosta in un grande scasso di memoria dismessa. Dove vanno tutti questi patrimoni? Abbiamo ospizi per le cose? Per gli oggetti? Per i pensieri?<br />
Questo libro è un museo a cielo aperto di una vita. È una donazione che ha trovato il suo posto.<br />
Il matrimonio è un rito fondante. È il pane e il corpo della comunità. Mettere insieme le assi per affrontare la vita e l&#8217;amore è l&#8217;àncora. L&#8217;àncora: quanto è umile e straordinaria. Quanto eroismo in questo strumento che ci permette di trattenerci, di contrastare i flutti, di rimanere al proprio posto. Questo lenzuolo è forse quell&#8217;àncora resa leggibile come i papiri che accompagnano i morti avvolgendoli e raccontando la loro storia nell&#8217;aldilà del regno dei morti egizio. Uno scritto affidato non a una bottiglia, ma ad un àncora. Àncora, a cambiargli l&#8217;accento diventa ancòra. Desiderare, volere prolungare vivere ancora&#8230; ripetere, prolungare la vita. Orazio pensava di offrire al suo imperatore qualcosa di più durevole di una statua, di un&#8217;opera marmorea, immortalandolo in una poesia. La poesia come un cinto eterno. I muri cadono, la poesia no. Questo lenzuolo è quella poesia, che dura più a lungo delle mura di casa che custodivano il lenzuolo. Un lenzuolo sta su un letto. Il letto è l&#8217;altare dell&#8217;unione. Riposare insieme, condividere il lato della notte. Quello in cui siamo più indifesi ed esposti. Spartirsi il sonno è più che mangiare dallo stesso piatto. Il lenzuolo come una vela che accompagna il viaggio di quel letto fatto a nave.<br />
Penelope per riconoscere Ulisse gli pone un enigma, nella sua richiesta c&#8217;è un segreto che lui solo può conoscere. Spostare il letto che lui sa bene avere ricavato dalla radice di un albero, per dare radici alla casa da costruirvi intorno. È il momento più commovente dell&#8217;Odissea quel riconoscimento.<br />
La vita di continuo ci separa. Abbiamo bisogno di codici, di segni, di riti , per ri-conoscerci, per tornare ogni volta ad appartenerci. Questo lenzuolo è commuovente come quel letto. E l&#8217;Odissea stessa scritta su quel letto. Un&#8217;odissea di fatica. Il destino come la balena si riconosce dalla coda. Quando è già passato. Quando si è compiuto. Quello che momento dopo momento, giorno dopo giorno è stato fatica, sudore, preoccupazione, una volta disteso, mondato da tutto l&#8217;affanno, è la vita per come è stata. Finalmente disinnescata di tutta la sua virulenza. Quasi comprensibile. La scrittura e il racconto sono i soli modi di recuperare l&#8217;esistenza, per questo ci devono essere cari. E dobbiamo avere orecchie e occhi, ancora più che penna e parole, perché nessun racconto può spezzare il cerchio chiuso dell&#8217;esistenza, se non c&#8217;è qualcuno ad ascoltare. Portare avanti la memoria richiede più dovere nell&#8217;ascoltare che nello scrivere. È sempre più generoso chi ascolta una storia che chi la racconta.<br />
Questo testo trasferito da un lenzuolo ad un libro ce ne fornisce l&#8217;occasione.</p>
<p><strong>il libro</strong><br />
Il tuo nome sulla neve (Il Saggiatore, Milano, pagg. 128, € 12,00) è il libro scritto su alcune lenzuola da Clelia Marchi, contadina, scomparsa nel 2006 all&#8217;età di 94 anni, che ha trascorso tutta la vita a Poggio Rusco in provincia di Mantova. Una notte Clelia non riesce a trovare un pezzo di carta in tutta la sua casa in mezzo ai campi. Apre l&#8217;armadio e prende un lenzuolo bianco del corredo. Incolla a sinistra la foto del marito, a destra la sua.<br />
Di getto, incomincia a scrivere la storia della sua vita. I suoi diari scritti su un lenzuolo sono diventati un libro che racconta l&#8217;amore, la solitudine e il dolore, i sacrifici della vita contadina, i luoghi della memoria. Il suo lenzuolo-libro è conservato presso l&#8217;Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (in provincia di Arezzo).</p>
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