Sogni

Arthur Schnitzler

Sogni

ISBN 9788842818496

Pagine 438

€ 35.00


«Nessun sogno è mai soltanto sogno.»
A.S.

Oltre cinquant’anni di sogni annotati, dal 1875 al 1931. È libera e ondivaga la scrittura di Arthur Schnitzler, descrittiva e autoriflessiva, intima e quotidiana. Nei residui diurni ritrovati dal sogno compaiono scenari insoliti, abitati da contemporanei illustri, animatori della Vienna fin de siècle:
Freud, Klimt, von Hofmannsthal, Mahler e molti altri. Sogni che registrano le mode dell’epoca, gli spettacoli di successo, le malattie più comuni del bel mondo, e con brevità magnetica rivelano i desideri, le paure, i turbamenti dello scrittore che sogna. Un libro dei sogni raccolto da un genio attento ai moti della propria anima, ma anche alla forza surreale della narrazione onirica.

Pubblicato in versione integrale, introdotto da un saggio di Agnese Grieco e Vittorio Lingiardi su Schnitzler, sulla vita onirica e la psicoanalisi, Sogni è il diario notturno di un’epoca inquieta, l’autobiografia inconscia del primo Novecento europeo.

Arthur Schnitzler (Vienna, 1862-1931) è uno dei maggiori scrittori del Novecento.

A cura di Peter Michael Braunwarth e Leo A. Lensing

Edizione italiana a cura di Agnese Grieco

Traduzione di Fernanda Rosso Chioso

Con il saggio Il sogno si fa vita di Agnese Grieco e Vittorio Lingiardi

Il Sole 24 Ore Domenica – 17/11/2013

Arthur Schnitzler

Sogna, Arthur, sogna…

Per la prima volta escono in versione integrale in italiano i quaderni che raccolgono la vita onirica di Schnitzler.

L’inconscio del Novecento

Questa notte ho sognato che ero vicino alla finestra e lei è venuta da me, stava all’esterno della finestra. Mi sono sentito improvvisamente non so come. L’ho abbracciata e baciata ardentemente e lei ha ricambiato il mio bacio. Così siamo rimasti per qualche tempo e ci siamo baciati ancora e poi ancora. Mi sono svegliato, nel sogno già esultavo, io l’ho baciata – lei mi ha dato un bacio – e mi sono svegliato. Sono scoppiato in un gran pianto. Proprio allora sorgeva l’alba, ero d’umore triste, molto triste.
***

1891, 25-2. Sogno di Rose Fr. coricata tra due finestre (come un cuscino contro gli spifferi) e comprendo che le donne aspirano all’emancipazione.

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1897, 30-7. Sogno singolare tra molti altri questa notte, quasi un incubo: sono al cimitero durante il mio funerale, osservo le ghirlande funebri, leggo i nastri e mi stupisco di essere morto il 16 maggio, giusto un giorno dopo il mio compleanno. Poi vengono a convincermi (principalmente la mamma, come già un’altra volta in un sogno simile) che io mi lasci finalmente seppellire (che tutti stanno già aspettando?).

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1903, 6-2. Sogno sgradevole di un trattato di otoiatria in cui trovo descritta con toni cupi la mia sofferenza e solo allora la intendo, per così dire, pienamente. (Motivazione. Sto leggendo un testo medico, Isteria Freud-Breuer ).

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1914, 15-12. Sogno. Mio padre, più alto di quanto fosse, entra nella mia stanza, completamente grigio, finanziera nera, sorride ironicamente, con aria superiore – lui nell’insieme per così dire ingrandito, io più piccolo del normale, più minuto. Affezionato a lui più nella sottomissione che nell’amore. Si siede sulla poltrona della mia scrivania.

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1924, 18-11. «La signora Wohlgemuth ha espresso il desiderio di una marca di champagne “Mortel”. Sediamo ora a un altro tavolo che è come tagliato in due, cosicché io siedo con la signora W. a una specie di asse da stiro apparecchiata Il sogno in un qualche modo si è interrotto; – mi dico, eppure dev’essere tutto vero – altrimenti non potrei vedere laggiù attraverso lo spiraglio della porta il cuoco del Sacher in tenuta bianca da cucina, – dunque mi trovo davvero al Sacher; – e riconosco anche con grande precisione le diverse fisionomie delle guardie in rosso (un po’ da operetta) che si muovono come in quadriglia nella sala – adesso sono sveglio, ma come paralizzato – ora, dopo un forte grido improvviso, riprendo subito a sognare. – La W. viene verso di me – io l’abbraccio abbastanza disperato – “ma non è possibile che sia soltanto un sogno!”. Lei teneramente, con la sua voce scura armoniosa: “E perché dovrei essere un sogno?” Io: “Se dunque non è stato un sogno, chiamami domani oppure vieni da me. “Lei mi stringe teneramente; – ora non so come se ne sta in piedi in un angolo, e dall’altro lato c’è forse la Schreyvogelgasse (novella!); – io però sono sdraiato su un divano, sul fondo c’è un bimbetto grassottello, figlio della W. o mio? parla però come un adulto e riferisce (alla W.?) che la bonne (!) – intendendo accudirlo, e però la cosa è fuori dalle regole – l’avrebbe toccato o l’avrebbe incipriato in un certo posto. (Int.: Lili che s’incipria: “Sei ancora una bambina.”) Anch’io sono sdraiato lì in camicia, spogliato in maniera un po’ indecorosa, il che ha un vago significato erotico. Al risveglio dubito, per un tempo insolitamente lungo, se davvero non sia stato tutto vero e grido – oppure parlo ad alta voce».

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1928, 16-6. Ischl. Sogno: che devo tenere una conferenza, – Mi trovo poi in uno spazio non definito; Siegfried Geyer con una specie di carta geografica che però, come pendant al mio diagramma, contiene una suddivisione della coscienza. Mi indica il conscio sotto specie di una porzione delimitata in giallo o blu (con fiumi e città), alla destra della quale c’è il subconscio (Interpretazione: di recente alla fermata vedo S. Geyer e signora; mi colpisce che lui eviti di parlare con me, come per una cattiva coscienza); gli dico che la carta non è giusta, – tra conscio e subconscio ci sono parecchi strati, passaggi graduali, subito dopo spiego come la lettura agisca sulla persona, in un certo modo su colui che ne gode ingenuamente, in altro modo sulla persona dall’atteggiamento critico, in ognuno le associazioni delle idee si muoverebbero in maniera diversa: nell’ingenuo dirigendosi verso avvenimenti dello stesso tipo eccetera, nell’individuo critico soprattutto verso altri libri … e così parlo ancora per un pezzo, lì non c’è S. Geyer, bensì Georg Brandes, che sta in un piccolo ingresso, mi scuso – per il fatto che parlo ormai da ¾ d’ora; – Georg Br. non dice nulla (senza che questo mi sorprenda); poi siedo all’improvviso su una panchina di un giardino o su un banco di scuola – Lou Salomé, scura, secca, occhiali? ha l’aspetto di un’americana che è qui all’hotel; – dice se io non sappia che lei è arrabbiata con Georg Br.

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1928, 5-7. Dico a Alma (Mahler): peccato che non L’ho conosciuta prima – Lei era l’unica donna per la quale avrei potuto compiere un delitto; – e davvero avrei voluto fare una volta quest’esperienza: lei ascolta con un’espressione lusingata, quasi felice, in dubbio se io troppo vecchio, oppure lei.

Mode dell’epoca e forze surreali

Si intitola Sogni. 1875-1831 il volume di Arthur Schnitzler (a cura di Leo A. Lensing e Peter Braunwarth, edizione italiana a cura di Agnese Grieco, con la traduzione di Fernanda Rosso Chioso e un’introduzione della stessa Grieco e del nostro collaboratore Vittorio Lingiardi), che sarà in libreria per i tipi del Il Saggiatore da questa settimana (pagg. 438, € 35,00) e di cui anticipiamo alcuni brani. Nel libro, pubblicato in versione integrale, ci sono oltre cinquant’anni di sogni annotati da uno dei più importanti scrittori europei. È libera e ondivaga la scrittura di Schnitzler, descrittiva e autoriflessiva, intima e quotidiana. Nei residui diurni ritrovati dal sogno compaiono scenari insoliti, abitati da contemporanei illustri, animatori della Vienna fin de siècle. Sogni che registrano le mode dell’epoca, gli spettacoli di successo, le malattie più comuni del bel mondo, e con brevità magnetica rivelano i desideri, le paure, i turbamenti dello scrittore che sogna. Sogni raccolti da un genio attento ai moti della propria anima, ma anche alla forza surreale della narrazione onirica. Sogni è l’autobiografia «inconscia» del primo Novecento europeo. Schnitzler, oltre che amare il cinema, ha ispirato anche decine di film. Il volume contiene anche un inserto illustrato con alcune locandine dei film tratti dalla sue opere (qui uno di Ophuls).

Il Sole 24 Ore Domenica – 17/11/2013

Interpretare Schnitzler

Sogna, Arthur, sogna…

di Vittorio Lingiardi e Agnese Grieco

Che cosa è un diario dei sogni? E, soprattutto, come leggerlo? Libro-palinsesto, testo-laboratorio, cangiante e unico, di sincerità biografica persino dolorosa e al tempo stesso di anarchica bizzaria immaginifica, Sogni invita il suo lettore a trovare, e all’occorrenza inventare, il proprio percorso. Appunti che riflettono lo sforzo di fermare le volatili immagini notturne. Lampeggiano affondi di teoria della conoscenza, mentre i sogni dialogano, già in maniera critica, con la nascente Traumdeutung freudiana. Sogni profetici, dunque, se oggi è proprio la psicoanalisi, deposto gran parte dell’armamentario interpretativo, a voler incontrare, portandolo in seduta, il narratore che è all’opera nei sogni.

La relazione tra Schnitzler e Freud, puntiforme e per lo più epistolare, è fondamentale per capire il delicato intreccio tra le loro vite e le loro opere. Entrambi ebrei, medici, colpiti dalla morte di una figlia, per descrivere il loro rapporto potremmo usare una riflessione che lo scrittore dedica al matrimonio: «Due persone che vogliono comprendersi fino in fondo sono proprio come due specchi che, posti uno di fronte all’altro, si rimandano le loro stesse immagini all’infinito e sempre più da lontano, come in preda a una curiosità disperata, finché esse svaniscono nel grigiore di una terribile lontananza». Con malinconia e inconsueta timidezza, Freud rivela a Schnitzler di sentirsi affetto da Doppelgangerscheu, la paura del doppio. Non solo: «spesso mi sono chiesto con stupore dove Lei potesse attingere questa o quella segreta conoscenza, che io ho acquisito con la faticosa ricerca sul campo, e sono infine giunto a invidiare il poeta che altrimenti ammiro».

Schnitzler conosce e apprezza l’opera di Freud, ma (come Rilke, Musil, Svevo) mantiene un atteggiamento di ambivalenza critica, spesso tagliente. Compresi gli sfottò: «Annuncio da un giornale psicoanalitico. Giovane elegante, possessore di mille milioni e di un complesso edipico modesto, ma suscettibile di sviluppo, cerca rispettabilissima conoscenza con infanticida in erba, a scopo gite nell’inconscio, e all’occasione anche nel conscio».

Tutt’altro che dilettantesche (era stato assistente di Charcot – su vita e opere di Schnitzler si leggano gli indispensabili contributi di Farese e Reitani), le sue opinioni sono semmai lungimiranti: critica i meccanicismi interpretativi e le generalizzazioni, ridimensiona la portata del complesso edipico, teme lo scarso rigore empirico. A Bion, più che a Freud, dobbiamo rivolgerci per sintonizzarci col mondo onirico schnitzleriano. Per cogliere la differenza tra Traumdeutung e Traumnovelle, sogno come materiale cifrato da rivelare e sogno come laboratorio immaginifico da raccontare. Da qui l’amore, corrisposto, del cinema per Schnitzler.

Le donne e le loro sessualità sono un altro argomento che separa Schnitzler da Freud: «Tra i due esploratori dell’inconscio – scrive Kandel (L’età dell’inconscio) – Schnitzler si sarebbe dimostrato il miglior psicologo del profondo delle donne». Basta avvicinare Signorina Else e il Caso di Dora. Del desiderio femminile Freud ammette di capire e sapere ben poco. Schnitzler ne scrive come se «sapesse». Del resto, per lui l’inconscio è «un territorio molto esteso» in cui ci sono «più interruzioni e intrichi di strade di quanto gli psicoanalisti sospettino».


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