Chiamatemi Ismaele

Marisa Bulgheroni

Chiamatemi Ismaele

ISBN 9788842817109

Pagine 216

€ 17.50


È il 1959 e una giovane studiosa italiana arriva a New York. Alle spalle, le letture della sua infanzia e della sua adolescenza. Piccole donne, letto e riletto, fino all’irrompere di Moby Dick, con quell’incipit che le aveva rivelato la diversità e l’anomalia di un’altra letteratura.

Ha il compito di scrivere un libro sulla nuova narrativa americana. Non conosce nessuno, o quasi, ma non le mancano intraprendenza e un’inesauribile curiosità, la sua musa.

Nei riti sociali, o nell’intimità delle loro case, in pochi mesi incontra Mailer, Ellison, Baldwin, Edmund Wilson, l’appartata Carson McCullers, Lowell, Bellow e nuovi talenti come il giovane Philip Roth e l’imprevedibile Grace Paley.

Stringe legami destinati a durare. Scopre che l’arte dell’intervista letteraria s’impara sul campo, che è insieme emozione e disciplina, canto e controcanto, sigillo al giudizio critico già formulato.

In una New York in continua metamorfosi, la giovane studiosa vede emergere una città sotterranea fino allora ignorata dai più: nell’aria turbinano le parole di una nuova lingua che mira a nominare l’innominabile.

Urlo di Allen Ginsberg, recitato in pubblico da una costa all’altra, ha sprigionato le immagini di un’America notturna, terra incognita carica di promesse.

Negli anni, dopo l’esplosione dei beats, vedrà disgregarsi quei miti comunitari che avevano assegnato al romanzo e alla poesia il compito di scandagliare il ruolo e il destino della donna e dell’uomo contemporanei. E negli incontri con gli scrittori sperimentali degli anni settanta, da James Purdy a Donald Barthelme, continuerà l’indagine sulle mutazioni della lingua letteraria, chiamata a confrontarsi con il potere dei media.


In questa estrema testimonianza, appassionante come una narrazione di eventi, di voci, di personaggi, Marisa Bulgheroni racconta mezzo secolo di vita americana: non solo la letteratura, ma i cambiamenti della società, della politica, del costume, sullo sfondo dei volubili palcoscenici di New York.

«La mia America non era solo geografia e storia, cronaca e registrazione della contemporaneità, ma presentava margini da riempire, ampie zone d’ombra da illuminare con parole che forse non avrei saputo trovare. È questo stare tra presente e passato dell’America che ancora avvince la ragazza partita sul Queen Elizabeth e mai veramente ritornata…»

Marisa Bulgheroni, nata a Como, ha esordito scrivendo ritratti e storie di viaggio per Comunità e per Il Mondo, collaborando poi a Paese Sera, l’Unità, Linea d’ombra, Lo Straniero.

Docente di letteratura americana in varie università, ha fatto conoscere in Italia la narrativa del dopoguerra (Il nuovo romanzo americano, Schwarz 1960, e I beats, Lerici 1962).

Autrice di numerosi saggi sui miti e le immagini del femminile, ha curato il Meridiano

Tutte le poesie di Emily Dickinson (Mondadori 1997), di cui ha narrato la vita nel volume

Nei sobborghi di un segreto (Mondadori 2001).

Nel 1996 l’esordio come narratrice con i racconti di Apprendista del sogno (Donzelli), uno dei quali è stato pubblicato nel Meridiano Racconti italiani del Novecento, a cura di Enzo Siciliano.

Nel 2007 ha pubblicato il romanzo Un saluto attraverso le stelle (Mondadori).

Internazionale – 06/09/2013

Goffredo Fofi

Ritratti americani

Il libro

“La” Bulgheroni è figura ben nota nel campo degli studi americani, ma è anche narratrice (l’ottimo romanzo “borghese” sugli anni di guerra Un saluto attraverso le stelle , Mondadori, meno letto e apprezzato del dovuto) ed è stata una delle figure più interessanti tra le tante che Olivetti raccolse attorno alle sue riviste.

Ci fu un tempo in cui era considerata la rivale “accademica” della Pivano, personaggio più vistoso e assai simpatico ma certamente meno fine nelle analisi e negli approfondimenti, come risulta da questa splendida riscrittura bulgheroniana di incontri con alcune figure centrali della letteratura americana da Bellow e Roth a Wilson e Mailer, da Ellison a McCullers a Lowell a Nabokov, da Ginsberg e Kerouac, dai primi postmoderni e a Cynthia Ozick a Grace Paley e altri, afrontate dal vivo in epoche diverse dagli anni cinquanta a oggi e colte nella loro dimensione più vera – capite e rispettate nelle loro idee e nel loro progetto ma anche intuite e descritte nella loro dimensione più intima, nella loro forza o nella loro fragilità. Ogni capitolo è un raccontoritratto preciso e delicato, un rafinato esercizio di scrittura che ci accosta al fondo di una cultura complessa e poliedrica.

Indispensabile per chi ama quella cultura nonostante il suo peggio – ma come è sempre per tutte le grandi letterature.

Alfabeta

L’America come assoluto presente

Andrea Cortellessa

Approdata tardi alla narrazione in proprio (nel 1996, coi racconti di Apprendista del sogno, e poi, nel 2006, col romanzo Un saluto attraverso le stelle), fra i nostri grandi «pontieri» – quelle figure talora sfuggenti, volutamente all’ombra dei grandi scrittori che ci fanno conoscere; e che ci consentono di viaggiare in altre lingue, altre culture – Marisa Bulgheroni è sempre stata «la più narratrice». Non solo per la catturante eleganza di una scrittura insieme nervosa e misurata, ma soprattutto per la volontà di stare sempre «in situazione»: che le consente di trasmettere, a chi legge, la stessa immediatezza (il che rappresenta poi, secondo lei, il carattere stesso della letteratura americana: «il rapporto tra parola scritta e dato reale si presentava immediato, fisico: il mitico oceano di Melville sapeva di sale»).

La sua vocazione non nasce in biblioteca, ma andando a incontrare – fisicamente, esistenzialmente – l’assoluto presente: rappresentato dagli scrittori nuovi e nuovissimi della terra che da molto presto ha scelto come la sua d’elezione, l’America. I reportage e le interviste, per lo più pubblicati sul «Mondo» di Pannunzio a cavallo del Sessanta (così come i suoi due primi libri, sul Nuovo romanzo americano – Schwarz 1960 – e sul fenomeno dei Beat – Lerici 1962), anziché monumentalizzare autori ormai canonici, facevano la scommessa di individuare le figure più vive e inquiete, di sorprenderle quasi nella loro quotidianità domestica, di strappare alla riservatezza (o semplicemente alla confusione) il segreto che li muoveva, li infiammava, li faceva risplendere.
Il libro bellissimo in cui, con le cure discrete ma puntuali di Alberto Saibene, si leggono ora per la prima volta raccolti i flash di quell’istante bruciante e cruciale – della letteratura statunitense ma anche della nostra cultura che finalmente stava compiendo la sua sospirata gita a Chiasso – realizza così il paradosso di farci conoscere per la prima volta Saul Bellow e Norman Mailer, Allen Ginsberg e Philip Roth: personaggi da tempo passati alla storia, cioè, ma qui fotografati quando ciascuno di loro è agli esordi: affascinanti o respingenti, ciarlieri ed esibizionisti o trincerati ed evasivi.

A questi incontri di miracolosa freschezza, capaci davvero di «catturare il passato nella sua pungente dimensione di presente per chi allora lo viveva», Bulgheroni premette un’introduzione dal titolo proustiano, Alla ricerca dell’America: che rivela la natura di viaggi nel tempo che hanno acquistato a posteriori, per lei per prima, questi viaggi nello spazio. E che fanno di questo libro, anche, un atlante delle emozioni.

Come scrive Bulgheroni viaggiando verso Concord, il «centro dell’universo» per Thoreau (ma che tanto ha contato pure nelle biografie di Hawthorne ed Emerson), «un luogo letterario è un’isola della memoria dove chi approda incontra, con il fantasma amato, se stesso, la propria storia» (bellissime per esempio le pagine su un luogo che non si trova in America ma in Austria, il castello di Leopoldskron, dove nel ’54 lo stregonesco Edmund Wilson per sempre la avvinse alla letteratura della sua terra).

Il viaggio si conclude nel luogo che fra tutti le è più caro e che, proprio per questo forse, Marisa Bulgheroni ha visitato per ultimo (all’inizio degli anni Novanta): Amherst, Homestead, il reclusorio di Emily Dickinson. Il genio dell’Ottocento che – come il suo unico possibile parigrado nella propria lingua, padre Hopkins – è stato conosciuto solo nel secolo che più le è congeniale: quello successivo.

A Dickinson, di lì a non molto, Bulgheroni dedicherà i suoi lavori più belli e rappresentativi, il «Meridiano» di Tutte le poesie e la biografia Nei sobborghi di un segreto (Mondadori, rispettivamente 1994 e 2001). Quello con lei, ad Amherst, è un incontro quasi medianico: della stessa specie, dunque, di quelli che la scrittrice-medium Bulgheroni ci consente con esseri per lei realmente vissuti, ma per noi solo mitologici, quali Jack Kerouac o Vladimir Nabokov.

Il lavoro di Marisa Bulgheroni è considerato giustamente uno degli archetipi italiani di quello che gli anglosassoni chiamano personal criticism, ma fortunatamente le mancano del tutto il narcisismo e lo snobismo coi quali da noi, per lo più, questa formula ha finito per farsi luogo comune. La prima persona è sempre presente, sì; ma, come si accennava, a spingerla al racconto non è la fregola di entrare a tutti i costi nell’inquadratura con la star di turno.

Al contrario le «visite» di Bulgheroni sapevano illuminare, di quegli autori, non tanto il carattere letterario individuale ma soprattutto la loro vita di relazioni, il loro collante sociale (o a-sociale), la loro passione politica (o a-politica). Così, rabdomanticamente e abbastanza preterintenzionalmente, restituendo la più fedele radiografia di quei luoghi, di quei tempi.

A un certo punto del più celebre di questi reportage, I poeti del sottosuolo, dedicato giusto nel 1963 ai poeti «beat» (e, nei loro confronti, tutt’altro che acriticamente apologetico), riporta le parole di un giovane critico newyorkese, Norman Podhoretz: «Tutto è irreale in quest’America; sembra che nulla esista per grazia propria, per propria forza naturale, che ogni cosa sia simbolo, astrazione, riflesso di un’altra cosa. Tutto questo che tocchiamo, che vediamo, sta alla realtà come una cambiale sta al denaro. Ci muoviamo in un incubo». È la profezia più lucida e stringente del postmoderno incipiente: la definizione più sintetica ed efficace, allo stato nascente, del mondo come lo conosciamo oggi.


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