«Il futuro è in mano alle DONNE» Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
RIVOLUZIONARI 2.0
Cambiare il mondo si può, magari a colpi di parole. Lo pensa David Graeber, leader del movimento Occupy Wall Street
David Graeber, teorico e fondatore di Occupy Wall Street, il movimento di contestazione pacifica che denuncia gli abusi del capitalismo finanziario angloamericano, è seduto di fronte a me, in una tavola calda romana. Graeber, cinquantunenne con una faccia da ragazzo, professore universitario (ha una cattedra di antropologia sociale alla Goldsmiths University di Londra, ma ha insegnato a Yale, da dove pare sia stato allontanato per motivi politici), nel settembre 2011 è stato l’anima dell’occupazione dello Zuccotti Park a New York. Due mesi prima era uscito il suo libro Debito. I primi 5.000 anni : ora Il Saggiatore lo pubblica in Italia. Si tratta di un’indagine storica, antropologica, filosofica e teologica, che ribalta la versione tradizionale sull’origine dei mercati e parla di capitalismo corrotto, ma anche di chi l’ha ispirato e sostenuto.
Mister Graeber, il libro parla di “confusione morale” attorno al concetto di debito. Che cosa intende esattamente?
«Guardando agli ultimi cinquemila anni di storia, ho scoperto che è stato sempre legato a una concezione fortemente moralista, nel senso che pagare un debito è ritenuto un comportamento moralmente doveroso. Nello stesso tempo si pensa che gli usurai (e chi presta soldi per interesse) siano malvagi. Ma se si ragiona sul tema, si capisce che le cose non sono così lineari. E ho iniziato a farmi domande».
Non crede che pagare un debito sia giusto?
«Certo che è giusto! Ma non credo che il debito abbia un valore maggiore rispetto a qualsiasi altra forma di promessa. Eppure solo le promesse “quantificate” assumono un peso morale. Tutto questo non ha senso…».
Ha una sua alternativa al capitalismo anglo-statunitense?
«Non è possibile sviluppare un piano di azione per sostituire il capitalismo, ma vorrei assistere alla costruzione di strutture realmente democratiche, in modo che le persone possano scegliere il sistema economico che desiderano».
Qualche anno fa ha detto di voler lanciare una rivoluzione in tutto il mondo. Pare che ci stia riuscendo…
«L’avevo detto un po’ per scherzo, ma credo che, quando il movimento Occupy Wall Street è esploso, ci fosse già una rivoluzione mondiale in corso. Certo, nel momento in cui ha raggiunto l’intero territorio statunitense l’impatto è stato enorme. Io ho svolto il ruolo di legame generazionale tra i militanti più adulti che contestavano la globalizzazione e gli attivisti più giovani. Sono stato l’anello di congiunzione tra le reti politiche europee e quelle Usa».
E le donne? Che ruolo hanno avuto?
«Le donne hanno sempre un’importanza enorme. Nei primi movimenti sociali si occupavano del lavoro vero, mentre gli uomini stavano sul palco, facevano i discorsi e partecipavano ai grandi conflitti. Con Occupy Wall Street abbiamo cercato di eliminare questa differenza ingiusta: chi lavora davvero partecipa anche alla leadership del movimento. E si tratta principalmente di donne».
Qualche esempio concreto?
«Partendo dalla mia esperienza personale, prima di Occupy Wall Street sono stato coinvolto nei movimenti contro i tagli in Gran Bretagna. Facevo parte di un gruppo, Arts against cuts , che mi è stato presentato da una scultrice, Sophie Carapetian. Quando sono tornato a New York, la persona che mi ha reintrodotto nel dibattito politico è stata una donna, la video-maker Marisa Holmes. E poi c’è un’altra attivista, la pittrice Colleen Asper: grazie a lei ho conosciuto Georgia Sagri, una performer anarchica greca. Con loro, a Manhattan, ho cominciato a costruire la prima assemblea generale di Occupy Wall Street. Alla fine mi sono reso conto che tutti i miei contatti più importanti erano giovani donne artiste».
Che cosa rende le donne più attive degli uomini?
«Sono più efficaci, migliori nella cooperazione e più attente ad ascoltare gli altri».
C’è una spiegazione?
«Da una parte lo impone il modello culturale classico, dall’altra le donne si trovano perennemente in una condizione marginale e per partecipare ai processi decisionali devono capire tutto e in anticipo, rispetto ai colleghi maschi. Chi invece ha il monopolio del potere può permettersi il lusso di non ascoltare o di vedere solo ciò che vuole vedere».
Le è mai successo di cambiare idea grazie a una donna?
«Continuamente».
Che cosa pensa la sua compagna dell’impegno politico?
«Erika è più radicale di me. È un’attivista anarco-femminista, ha il compito di ricordarmi l’umiltà e che tutto ciò che faccio non è solo mio, ma appartiene alla collettività».
Si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna.
«Spesso, più di una! (e ride, ndr )».
DEBITO. I PRIMI 5.000 ANNI, Il Saggiatore, pagine 544, e 23

DAVID GRAEBER Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
STRIPTEASE CULTURALE
Dipendenze tecnologiche?
All’inizio la mia ragazza chiamava l’iPhone “il tuo cervello magico”. Ora è passata a definirlo “il tuo parassita digitale”

Il primo ricordo culturale?
Sono un antropologo, non riesco a scegliere. Cito quello che mi ha cambiato la vita: la protesta alla conferenza del Wto a Seattle, 1999. Il posto dove le vengono più idee? Mi piace farmi bagni estremamente lunghi ascoltando musica.
Metodo di lavoro?

Sono una persona fondamentalmente pigra, che rimanda costantemente. Ma ho sviluppato l’ingegnoso metodo di usare la scrittura come scusa. Spesso scrivo qualcosa solo per procrastinare la scrittura di qualcos’altro.
Cosa sta leggendo?

Una critica femminista del lavoro, di Kathi Weeks: The Problem with Work .
Tv?

Alterno periodi di intenso coinvolgimento ad altri in cui a malapena la guardo, come adesso. Ma sono fiero di avere scritto il mio primo saggio accademico su Buffy l’ammazzavampiri (sul serio, io ho inventato i “Buffy Studies”). Mentre ho odiato Seinfeld , la sitcom sui single che mio fratello adorava, e mi rifiutavo di guardare.
La sua biografia in una playlist?

Sicuramente c’è qualcosa degli Slackers, la mia ska band newyorkese preferita. Al funerale, i Brian Jonestown Massacre.
Cose sul sesso imparate da libri o film?
Quasi nulla di quel che ho appreso da queste fonti si è rivelato vero.
Scritte lette su muri o T-shirt?
Una volta in Francia vidi una donna bellissima con una T-shirt che recitava: «Io ti rovinerò la vita». La evitai.
Una parola che le piace?
Libertà. Cinema: è allergico a un genere? Evito i film studiati per terrorizzarti o deprimerti.
Perché dovrebbe farlo con un film?
So già terrorizzarmi e deprimermi da me.
Una cosa che fa online e non riesce a smettere?
Replicare ai settari del web che attaccano il mio lavoro senza averlo quasi letto. Per l’80 % mi trattengo, poi sbotto.
Cos’ha in comune con un teenager? E con un ottantenne?
Ho ancora molte sensibilità da teenager, come mi ricordano i miei coetanei adulti. Ma ho 51 anni e i miei genitori mi hanno avuto tardi, quando ero piccolo avevano l’età dei nonni degli altri, così ho anche qualche sensibilità da erede degli anni Trenta.
Un incipit per l’autobiografia?
Non penso di essere abbastanza egocentrico da arrivare mai a scriverne una. Al college, come molti adolescenti, ero molto concentrato su me stesso. Finché ho avuto un’epifania: «Sai che c’è? Sono stufo di pensare a me. Sarebbe molto più interessante pensare agli altri, per cambiare qualcosa».
Come pensa che si dovrebbe uscire dalla crisi?
Non capisco perché tra pochi privilegiati un debito si possa rinegoziare, come nel 2008 quando hanno fatto svanire trilioni di dollari dovuti da Goldman Sachs, mentre resta sacro per tutti gli altri. Perché consideriamo le promesse in denaro più sacre di quelle dei politici?

DAVID GRAEBER, antropologo, 51 anni, è un teorico del movimento Occupy e insegna alla Goldsmith University di Londra. Ha pubblicato i saggi Il debito (Il Saggiatore).

 

L’anarco-economia Visualizza ritagli articoli selezionatiVisualizza il pdf della pagina
Graeber, intellettuale di «Occupy» prova a rileggere la nostra storiaL’antropologo americano in visita in Italia per presentare due libri che propongono una nuova narrazione del ruolo del mercato e del denaro nelle democrazie occidentalidi Alessandro Bertante
«CON I MIEI LIBRI VORREI CONTRIBUIRE A CAMBIARE LA NARRAZIONE DOMINANTE A PROPOSITO DI QUELLE CHE NOI CHIAMIAMO COSTITUZIONI DEMOCRATICHE».

Pochi giorni fa a Milano al Centro Sociale Il Cantiere, con queste parole apriva la sua lunga discussione pubblica David Graeber, cinquantenne antropologo libertario americano arrivato in Italia per presentare i suoi ultimi lavori. E gli oltre duecento spettatori, fra i quali parecchi giovani, subito hanno capito che il confronto sarebbe stato assai stimolante, perché cambiando le narrazioni della realtà si cambiano tutte le prospettive. Professore alla Goldsmiths University of London (prima era a Yale ma l’hanno cacciato per aver dato solidarietà a una sua studentessa militante), Graeber e uno dei più ascoltati intellettuali del movimento «Occupy Wall Street», un pensatore fertile e imprevedibile che non ha alcun timore a definirsi anarchico ma che allo stesso tempo si mantiene lontano da ogni retorica nostalgica, provando a immaginare nuove strategie politiche e culturali per il futuro dei movimenti anticapitalisti. L’occasione del suo viaggio italiano è la contemporanea uscita di due suoi libri: Critica della democrazia occidentale (Elèuthera, pag 119, €10) e Debito (Il Saggiatore, pag. 525, €23). E se il primo è un pamphlet acuto e turbolento che smitizza la mistica legata al termine stesso democrazia, il secondo è senza ombra di dubbio la sua opera più importante, il culmine di anni di studi antropologici e storici sul ruolo del denaro, del mercato e quindi del debito nello sviluppo delle società contemporanee. Ma per quanto diversi nella forma e nei contenuti, entrambi i libri dopo poche pagine hanno la capacità di mettere in discussione verità e assiomi che in modo forse un po’ troppo meccanico siamo abituati a considerare come punti fermi di qualsiasi confronto civile, mostrandoci allo stesso tempo quanto angusto sia in nostro sguardo e quanto breve e transitoria l’esperienza politica che stiamo vivendo. In fin dei conti, negli ultimi decenni la narrazione occidentale è stata questa ed è stata dominate fino a raggiungere plateali forme di ottusità. Che dire infatti del termine stesso democrazia – troppo spesso confuso con quello di repubblica – che solo fino due secoli fa era sinonimo di estremismo, confusione, caos, corruzione e malgoverno e ora è una sorta di feticcio spendibile in ogni occasione, dimenticando quanto questa diventi una formula vuota in mancanza di libertà civili, opportunità condivise, tutela sindacale, parità nei mezzi di informazione e via dicendo, storia che noi italiani conosciamo fin troppo bene e ciò nonostante non ci ripara dal cadere sempre negli stessi errori. Graeber è lucido e spietato nel mostrare le troppe incongruenze storiche del concetto stesso di democrazia, come i crimini commessi in suo nome. CINQUEMILA ANNI DI STORIA PARALLELA Questo approccio d’indagine scientifica diventa magistrale in Debito , dove Graeber analizza i nostri ultimi cinquemila anni raccontandoci una storia parallela, una storia che parte da una semplice domanda: «Ma è sempre giusto ripagare i propri debiti?» Cambiamo le narrazioni, cambiano anche gli obbiettivi politici. Partendo da questo presupposto, Graeber pone in serio dubbio l’esistenza stessa del baratto come modello di rapporto commerciale dominante – assioma storico che nessuno ha mai pensato di mettere in discussione – dimostrando che oltre lo scambio di beni ci sono forme di confronto sociale basate sulla condivisione, o anche sulla gerarchia, ovvero la violenza prevaricante. Graeber comincia quindi un affascinante viaggio nella storia delle diverse civiltà, analizzando i diversi modelli di organizzazione del commercio nell’antica Mesopotamia, nella Roma repubblicana e nell’Atene di Pericle, per poi passare nella Cina imperiale, nel luminoso Medio Evo islamico ma anche l’Irlanda contadina, tra gli indiani di America e i villaggi tribali del Madagascar. Scorrendo le pagine di Debito , ripercorriamo la nascita della moneta nei diversi continenti, vediamo mutare il rapporto, anche semantico, fra debito, onore e proprietà privata. E quindi assistiamo quasi compiaciuti alle numerose quanto travolgenti crisi di debito della storia che non poche volte si sono conclude con un azzeramento totale dello stesso. E a un certo punto della lettura ci rendiamo conto che un diverso mondo è possibile e che è bastato cambiare per un attimo lo sguardo, o la narrazione decidete voi, per recuperare un poco di speranza. I recenti stravolgimenti finanziari che hanno colpito gli Stati Uniti e l’Europa hanno mostrato senza appello la vulnerabilità del capitalismo, un modello etico ed economico fin troppo recente che come ricorda Graeber: «incorpora il giocatore d’azzardo come una parte essenziale del suo funzionamento». Mi auguro che nessuno voglia davvero che il nostro futuro possa essere messo nelle mani di un lanciatore di dadi.

DEBITO I primi 5000 anni David Graeber

Traduzione di L. Larcher e A. Prunetti pagine 521 euro 23,00 Il Saggiatore

 
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