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“La magnifica orda” di Alessandro Bertante recensita su L’Unità e su La Lettura
| Arrivano i barbari a Milano | ![]() ![]() |
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| Visioni Bertante riflette sulla fine della storiadi Alessandro Beretta | ||
| L’ ultima battaglia della civiltà, per Alessandro Slaviero, si combatte in una visione. È lì che il giovane protagonista de La magnifica orda, romanzo breve di Alessandro Bertante, si ritrova in apertura, sospeso, dice, «in un tempo che non conosco» davanti a una piana sterminata, ad ascoltare «un uomo di bassa statura, vestito con un elegante cappotto militare». È Napoleone che guarda «la grande pianura centrale, ultima porta d’Europa» che sta per essere invasa da «un’immensa moltitudine di barbari» senza volto e storia. Un condottiero davanti alla sfida definitiva, a capo di un esercito che raduna tutti i grandi della civiltà europea, da Alessandro Magno a Cesare Borgia, e che interpreta le ansie per la fine dell’Occidente. Poi, scoppia la guerra, ma il lettore è destabilizzato: prima da uno stacco nel presente, in un colloquio di lavoro di Slaviero, poi da un salto temporale in un mattino del 1983, al parco Sempione di Milano, dove un incontro inaspettato del protagonista chiude la vicenda. Dal contrasto tra il «piano stralunato di storia e onore» in cui si svolge il dialogo con Napoleone, alla Milano grigia dove Slaviero si definisce «testimone nella città dei giovani morti», nasce il ricco disequilibrio del libro, una breve compagine in cui l’alternanza di visionarietà e realismo condensa una riflessione sulla fine della storia. Come nella rielaborazione storica di Al diavul e nell’apocalisse di Nina dei lupi, c’è un gusto innegabile per le situazioni guerresche, e anche se le insistenze su «l’indicibile attesa» e «il momento unico e irripetibile» dell’ultimo scontro suonano superflue, Bertante riesce con un affascinante e sfacciato gioco strutturale a dirci che la fine è già qui e che noi, come il protagonista, non possiamo che ripetere: «Io sono un sopravvissuto». | ||
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