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Il libro su Bobby Fischer sul Messaggero e Sette (Corriere della Sera)
Scacco al Re Nero Bobby Fischer
Stregato dalla scacchiera, che col tempo diventò lo specchio nel quale un po’ sfavillava e un po’ si rabbuiava la sua immagine, Bobby Fischer fu un bambino prodigio di Brooklyn, poi un genio, un campione della guerra fredda, un antisemita e un evasore fiscale, un paranoico, infine la bandiera dei perseguitati dal governo americano. Più che altro, naturalmente, fu come tutti noi un pezzo sul tavoliere del Grande giocatore che, con le parole d’Omar Khayyâm, muove i suoi pezzi «su una scacchiera di giorni e notti; / a ogni mossa un pezzo cade preso; / la partita continua mentre noi veniamo riposti». Frank Brady racconta l’«ascesa e caduta di Bobby Fischer» in Finale di partita, libro bello ed elegante come una sfida tra maestri. Fischer vi appare indossando le sue maschere: l’umore cupo, l’egolatria, la solitudine, le ossessioni. Una su tutte: non gli bastava che gli scacchi fossero una metafora degl’intrighi della vita e così, fin da ragazzo, s’era fissato nell’idea che la vita fosse inferiore alla metafora. Lasciò la scuola a quindici anni e si concentrò, senza più ripensamenti, sullo studio degli scacchi. Memorizzò migliaia di partite famose, che giocava e rigiocava fino alle ore piccole, cercando svarioni nella difesa dei bianchi, varchi nella strategia dei neri. «In un’intervista», racconta Brady, «riferì che era solito sognare storie di carattere poliziesco. Gli scacchi erano l’elemento fondamentale della sua vita (…) e la sua psiche elaborava personaggi al posto di pezzi, storie al posto di configurazioni sulla scacchiera, omicidi al posto di scacchi matti». Insieme al fondamentalismo d’una setta di californiani sciagurati, da adulto abbracciò una sorta di sociologia o meglio di teologia scacchistica, nella quale l’Ebreo (e lui era ebreo) figurava nella parte del Re Nero. Impossibile capire come quest’idea insensata avesse sopraffatto il suo QI (un QI 180, più o meno il QI di Einstein) mentre ascendeva a grandi passi, col suo fisico d’atleta, alto e snodato, nelle graduatorie scacchistiche nazionali e internazionali. L’esultanza per al Qaeda. Si scontrò a Reykjavik, nel 1972, con Boris Spasskij, il campione sovietico, al quale soffiò il titolo, dopodiché denunciò un complotto sovietico per truccare i tornei internazionali e s’eclissò per oltre vent’anni dalla scena scacchistica. Visse povero in canna in California, senza amici e senza pagare le tasse, distribuendo volantini antisemiti, fino al 1992, quando riapparve in Serbia, violando l’embargo americano, per la Rivincita del Secolo con Spasskij. Tornato ricco, adesso aveva, dopo tanti nemici immaginari, un nemico reale: il suo stesso governo. Non tornò più in patria e nel 2001, quando esultò alla notizia che al Qaeda aveva abbattuto le Twin Towers, la Casa Bianca di Bush jr giurò vendetta. Arrestato a Tokyo nel 2004, evitò estradizione e galera solo grazie al Parlamento di Reykjavik, che gli concesse la cittadinanza islandese in nome dei vecchi tempi, quando con le sue partite aveva reso la capitale una meta turistica e gli scacchi un gioco popolare. Tenebroso, sbruffone, un giorno dandy, un giorno barbone, fu da solo un intero catalogo di trame letterarie (come quelle che trovate in Bibliografia italiana degliscacchi di Alessandro Sanvito). Malato di reni, morì nel 2008 rifiutando la dialisi e ogni cura invasiva. «Aveva sessantaquattro anni, il numero delle caselle d’una scacchiera», scrive Brady.
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