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Tommaso Pincio inaugura Le Silerchie con Pulp Roma – recensione su Alias, intervista sul Venerdì di Repubblica, anticipazione sul Messaggero
| ROMA, DAL PASTICCIACCIO AL PASTICCINO | ![]() ![]() |
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| cultura LIBRI | |||||||||||
| TOMMASO PINCIO INAUGURA, CON UN INTELLIGENTE PASTICHE LETTERARIO, UNA NUOVA COLLANA DEL SAGGIATORE, INVENTATA DA ALBERTO MONDADORI NEL 1958 | |||||||||||
Le Silerchie, si chiamava la collana inventata da Alberto Mondadori nel 58 che esordì con Lettera sul mairi monio di Thomas Mann, Ora, Luca Formenton rifonda Le Silerchie con lo stesso spirito e inizia con quattro titoli tra cui Pulp Roma, intelligente pastiche, poco pulp e molto letterario, che l’autore, Tommaso Pincio, definisce «una dichiarazione di amore e dì abitudine per la sua città». Scusi Pincio, perché nell’introduzione lei afferma che Pulp Roma è un libercolo, a me non sembra proprio… «Perché è una raccolta di materiali disparati riguardanti il mio rapporto con Roma. Pulp va inteso nella traduzione letterale del termine come “pasticcio”. Il che richiama fatalmente alla memoria Cadda Non competendomi una simile altezza, preferisco parlare di libercolo. Perché non si tratta di chissà quale pasticcio né tantomeno di un pasticciaccio, bensì, e molto più umilmente, di un semplice pasticcino». Lei sostiene che Roma è refrattaria alla narrazione, allora mi chiedo se l’unico modo di raccontarla sia come lo fa Fellini, ricostruendola a Cinecittà. «Bisogna distinguere tra la città e i suoi abitanti. I romani possono essere raccontati benissimo e in molti modi anche dagli stessi quiriti, si pensi ad Alberto Sordi. Ma quando si tratta dì rappresentare la stratificata e sfuggente essenza del luogo, il discorso si complica. Ci vuole uno sguardo straniero, barbaro nel senso buono. E tra i barbari nessuno meglio di Fellini ha colto l’essenza dell’Urbe, perché ne ha fatto un fantasma di pietra, un luogo ai confini dell’irreale eppure molto fisico, terreno». Perciò secondo lei Roma incarna lo spettro del tramonto dell’Occidente? «L’Occidente si considera un discendente dì Roma ed è quindi fatale che ciclicamente riscopra il timore di fare la stessa fine. Si tratta soltanto di un paradigma, è vero, ma di soverchiante suggestione». Nel primo racconto lei trasforma l’Hotel Excelsior in un condominio, è un omaggio a Kurt Cobain a cui ha dedicato un libro e al luogo dove provò a uccidersi? «In parte sì ma ho lina passione per gli alberghi in generale. Potendo, vivrei in un albergo. Presumo perciò che S’aver fatto dì quel mitico hotel di via Veneto un condominio sia la messa in scena nemmeno troppo inconscia di un mio sogno»
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